MILANO - Punto di partenza non scontato per capire le ragioni della protesta dei tassisti, in sciopero oggi e domani contro il disegno di legge sulla concorrenza: la mobilitazione non è tanto per quello che c'è nel ddl, niente o quasi, ma per quello che semmai potrebbe esserci se il governo prendesse in mano la regolamentazione del settore. Soltanto questo prevede il contestassimo articolo 10 del ddl: un'ampia delega al governo, tutta da definire nei dettagli, per intervenire sul trasporto pubblico non di linea con la possibilità di "adeguare l'offerta dei servizi" anche alle app, leggi Uber. È l'ultimo capitolo di uno scontro, quello tra governo e taxi, che parte da molto lontano.
La legge del 1992
L'ultima e unica vera regolamentazione del settore è di 30 anni fa. È la legge 29 del 1992 a fissare per la prima volta il perimetro di azione dei servizi di noleggio con conducente (Ncc). Dice sostanzialmente che taxi e Ncc hanno compiti e obblighi diversi. I primi sono destinati a un'utenza indifferenziata e svolgono un servizio pubblico, con i relativi obblighi. Chiunque, ovunque, ha diritto a potere chiedere il servizio, modalità e tariffe sono stabilite da un soggetto pubblico e le auto stazionano in luoghi determinati all'interno del comune di riferimento. Diverso il caso degli Ncc non soggetti ad obblighi di servizio pubblico e che effettuano un servizio su prenotazione su una tratta predefinita.
L'avvento delle piattaforme
Un equilibrio che ha retto fino all'avvento delle piattaforme, Uber in testa, che ha di fatto esteso il raggio di azione degli Ncc mettendoli quasi in concorrenza diretta con taxi, pur sottostando a regole meno stringenti. Una sorta di competizione sleale, secondo le auto bianche, che hanno quindi cominciato a chiedere all'esecutivo un intervento regolatorio. Nel frattempo le auto bianche erano già andate allo scontro con il governo ad ogni primo timido accenno di apertura del settore. Come quando, nel luglio 2006, centinaia di auto erano si erano riunite al Circo Massimo per protestare contro le proposte di liberalizzazioni di Bersani.
L'intervento del governo gialloverde
La prima e unica iniziativa di regolamentazione in tempi recenti è il decreto 143/2018 convertito in legge l'anno successivo e che porta la firma del governo gialloverde Conte I. Tra le misure principali, il decreto fissa l'obbligo di rientro in rimessa al termine di ogni servizio per le auto Ncc, limitando quindi l'operatività delle auto nere. Misura prima sospesa dal Ministero dei Trasporti e poi giudicata incostituzionale da una sentenza della Consulta nel 2020. Il decreto ha poi previsto l'istituzione di un foglio elettronico di servizio, con l'obbligo per gli Ncc di riportare la targa del veicolo, il nome del conducente, data luogo e chilometri di partenza e arrivo, orario di inizio servizio,destinazione e orario di rientro, dati del fruitore del servizio. Sempre il decreto prevede la creazione di un registro nazionale delle imprese, nel tentativo di censire le auto nere in circolazione.
Cosa dice il ddl
Si arriva al contestato articolo 10 del disegno di legge sulla concorrenza. La cui formulazione è però molto generica e apre le porte per un intervento del governo di regolamentazione del settore. Il provvedimento prevede "un adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni, una riduzione degli adempimenti amministrativi a carico degli esercenti degli autoservizi pubblici non di linea e razionalizzazione della normativa alle tariffe e ai sistemi di turnazione, e una promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”. Una formulazione che per le auto bianche spanerebbe la strada alle piattaforme tecnologiche.
Le richieste dei tassisti
Le richieste dei tassisti chiedono uno stralcio dell'articolo e il varo dei tre decreti attuativi della riforma del 2019. Il primo dovrebbe prevedere le specifiche del foglio elettronico di servizio previsto per gli Ncc, il secondo sulle modalità di registrazioni al registro informatico pubblico delle imprese e l'ultimo, e più delicato, il dpcm destinato a disciplinare l'attività delle piattaforme.