L'accordo sul grano in Ucraina, raggiunto sotto la regia della Turchia di Erdogan, ha avuto un impatto immediato sui mercati finanziari riportando le quotazioni della materia prima ai livelli antecedenti il conflitto provocato dall'invasione russa a Kiev. Passi avanti che a distanza di poche ore rischiano già di esser cancellati dall'attacco russo sul porto di Odessa. Le parole, tra le tante, del commissario Gentiloni descrivono al meglio la situazione: "Ieri l'accordo sul grano. Oggi bombe russe su Odessa. Una sfida alle Nazioni unite e a ogni sforzo di negoziato". E visto che è uno snodo strategico per le esportazioni, Kiev già chiarisce che se l'accordo alla fine dovesse fallire la responsabilità sarà tutta dalla parte di Mosca.
La notizia che le navi avrebbero potuto lasciare il mar Nero in sicurezza aveva portato i future americani a cadere del 3% nella seduta di venerdì, ai minimi da cinque mesi sotto 790 dollari per bushel. All'invasione scattata il 24 febbraio, le quotazioni avevano registrato un balzo del 70% sopra quota 1.300 dollari al barile. I due Paesi insieme, d'altra parte, pesano per un quarto del mercato globale. E lo stallo che fino a pochi giorni fa regnava sul mar Nero andava ad aggravare una situazione già tesa a causa della siccità che ha messo a dura prova la produzione da parte di altri grandi Paesi esportatori come Stati Uniti, Canada, India.
Se in alcuni casi sono stati imposti bandi alle esportazioni per evitare problemi interni (India), i 20 milioni di tonnellate di grano bloccato in Ucraina mettevano soprattutto a repentaglio i rifornimenti del mondo in via di sviluppo, come ha insegnato la profonda crisi dello Sri Lanka. Lo stesso numero uno di BlackRock, colosso di Wall Street, ha detto che la preoccupazione numero uno dovrebbe esser proprio il prezzo del cibo, più di quello del petrolio.
Anche in Italia si sono registrate positivamente le intese sul grano. Secondo la Coldiretti, inoltre, lo sblocco dal mar Nero "è importante per salvare le stalle italiane in una situazione in cui senza precipitazioni rischiano di dimezzare i raccolti nazionali di foraggio e mais destinati all'alimentazione degli animali a causa del caldo e della siccità che hanno colpito duramente la pianura padana dove si concentra un terzo della produzione agricola nazionale e circa la metà degli allevamenti dai quali nascono formaggi e salumi di eccellenza Made in Italy". L'associazione ricorda che l'Ucraina con una quota di poco superiore al 13% per un totale di 785 milioni di chili è il secondo fornitore di mais dell'Italia che è costretta ad importare circa la metà del proprio fabbisogno per garantire l'alimentazione degli animali nelle stalle. Il blocco delle forniture dall'Ucraina aveva determinato preoccupazioni per gli approvvigionamenti ma anche forti rincari in una situazione in cui i costi di produzione nelle stalle italiane sono cresciuti del 57%, secondo il Crea, mettendo in ginocchio gli allevatori nazionali. Diversa la situazione per il grano, che costituisce solo il 3% del nostro import, mentre sono pari a ben 260 milioni di chili gli arrivi annuali di olio di girasole, secondo l'analisi su dati Istat relativi al commercio estero 2021.