I dieci anni del Whatever it takes di Draghi, il discorso che cambiò la storia dell'euro
di Flavio Bini , di Flavio BiniMILANO - "Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza". Se le parole hanno un peso, quelle pronunciate da Mario Draghi il 26 luglio 2012 alla Global Investment Conference di Londra sono pesate parecchi miliardi di euro. Sono passati dieci anni dal discorso pronunciato dall'ex presidente Bce davanti a una platea di investitori e ancora oggi quel passaggio resta il momento più importante degli otto anni di mandato alla guida dell'istituzione di Francoforte e viene considerato uno degli snodi chiave della storia della moneta unica.
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MILANO - "Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza". Se le parole hanno un peso, quelle pronunciate da Mario Draghi il 26 luglio 2012 alla Global Investment Conference di Londra sono pesate parecchi miliardi di euro. Sono passati dieci anni dal discorso pronunciato dall'ex presidente Bce davanti a una platea di investitori e ancora oggi quel passaggio resta il momento più importante degli otto anni di mandato alla guida dell'istituzione di Francoforte e viene considerato uno degli snodi chiave della storia della moneta unica.
Per comprendere l'importanza dell'intervento di Draghi occorre fare un passo indietro. A partire dal 2011, con l'esplosione della crisi del debito sovrano in Europa, sul mercato cominciano a farsi strada preoccupazioni sulla tenuta dell'unione monetaria. Alcuni Paesi come Italia e Grecia vedono i rendimenti dei propri titoli di Stato schizzare alle stelle: gli investitori percepiscono cioè questi Paesi come più rischiosi, chiedendo quindi più soldi per prestare denaro. Il sismografo di questa tensione in quegli anni è lo spread, il differenziale di rendimento rispetto ai più sicuri titoli tedeschi. Nel caso italiano arriva a toccare quota 574 punti, poco prima della caduta del governo Berlusconi. La forte vulnerabilità dei Paesi periferici aveva spinto gli investitori a "scommettere" contro la tenuta della stessa area euro, forti anche della convinzione che la Bce si sarebbe mossa con grande cautela.
Con le sue parole, Draghi decise invece di lanciare un messaggio molto chiaro al mercato: l'unità dell'euro sarebbe stata preservata a qualisiasi costo. Chi avesse puntato sul fallimento degli stati periferici dell'Eurozona, stava sostanzialmente dicendo Draghi, avrebbe perso i propri soldi. Se la Bce si dichiarava pronta ad intervenire "a qualsiasi costo" a sostegno degli stati in difficoltà, ogni ipotesi di default o uscita di un Paese dall'area euro era scongiurata. Un'indicazione molto forte pur in assenza dell'annuncio di uno strumento determinato, che bastò a infondere una grande rassicurazione sui mercati. In una sola giornata, lo spread - che aveva aperto a 520 punti - terminò a 473, avviando una progressiva traiettoria discendente. Ma fu soprattutto l'inizio di una stagione più "interventista" da parte della Bce.
Poco più di un mese dopo, nonostante la resistenza tedesca, la Bce varò il programma OMT (Outright Monetary Transactions), il cosiddetto scudo anti-spread pensato per intervenire a supporto dei Paesi più vulnerabili. Uno strumento annunciato ma mai utilizzato da nessun Paese, ma la cui sola presenza contribuì a rassicurare il mercato che la Bce sarebbe stata pronta a intervenire laddove necessario. Tre anni più tardi l'intervento sarà invece ancora più concreto, con l'avvio del Quantitative Easing, un massiccio programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario, pensato per sostenere la crescita dei Paesi europei e far risalire l'inflazione più vicino al target del 2% fissato da Francoforte.