Petrolio, ecco perché l'embargo di Stati Uniti e Unione Europa non ha funzionato
di Luca Pagni , di Luca PagniROMA - L’embargo sul petrolio russo, da parte di Stati Uniti e paesi occidentali, non sta funzionando. L’economia di Mosca, che si basa prevalentemente sulle esportazioni di idrocarburi, ne ha risentito solo in minima parte. Non lo dice un bollettino in arrivo dal Cremlino, ma lo si legge in un report firmato da una istituzione “neutrale”, l’Agenzia internazionale dell’energia. “L’impatto delle stazioni di Stati Uniti ed Unione europea – si legge nel documento appena pubblicato – è stato finora limitato”.
E' vero che il divieto totale all'importazione di petrolio da parti dei paesi dell'Unione è scattato solo a inizio agosto, ma i paesi membri si erano gà portati avanti cercando fornitori alternativi per sostituire quel 20% della domanda complessiva garantita dalle società di Mosca. Ma i russi sono comunque riusciti a dirottare parte del greggio che non arriverà più…
ROMA - L’embargo sul petrolio russo, da parte di Stati Uniti e paesi occidentali, non sta funzionando. L’economia di Mosca, che si basa prevalentemente sulle esportazioni di idrocarburi, ne ha risentito solo in minima parte. Non lo dice un bollettino in arrivo dal Cremlino, ma lo si legge in un report firmato da una istituzione “neutrale”, l’Agenzia internazionale dell’energia. “L’impatto delle stazioni di Stati Uniti ed Unione europea – si legge nel documento appena pubblicato – è stato finora limitato”.
E' vero che il divieto totale all'importazione di petrolio da parti dei paesi dell'Unione è scattato solo a inizio agosto, ma i paesi membri si erano gà portati avanti cercando fornitori alternativi per sostituire quel 20% della domanda complessiva garantita dalle società di Mosca. Ma i russi sono comunque riusciti a dirottare parte del greggio che non arriverà più in Europa verso le economie asiatiche, dalla Cina all'India alla Turchia. L'Agenzia ha messo in evidenza cone la produzione di petrolio russa nel mese di luglio è calata solo del 3%, con le esportazioni che sono arrivate a luglio a 19 miliardi di dollari, contro i 21 miliardi di giugno.
Ma non è finita, perché le previsioni dell’Aie sui consumi petroliferi per il 2023 sono quanto mai incoraggianti per la Russia. Secondo gli esperti dell’Agenzia, i prezzi sempre più elevati del gas stanno costringendo molte economie, in particolare nei paesi emergenti e in via di sviluppo, a utilizzare derivati del petrolio per la produzione di energia. Oltre alle inevitabili ripercussione sull’ambiente, questo avrà conseguenze sulla domanda. A spostare il peso sul greggio sta contribuendo il calo delle quotazioni: in media, sono scese di 30 dollari rispetto dai massimi di giugno, sia per un aumento dell’offerta sia per le preoccupazioni di un rallentamento dell’economia. Non a caso, l'Agenzia ha alzato le previsioni per la produzione di petrolio da parte della Russia sia per la seconda parte del 2022 che per tutto il 2023.
Questo non avviene per il gas naturale, perché è aumentata la domanda di Gnl, il gas naturale liquefatto che viene spedito via nave è aumentato in Europa, dove si cerca di sostituire il più possibile per la fine dell’anno oltre 150 miliardi di metri cubi di forniture finora assicurate dalla Russia. I prezzi sono così tornati oltre 200 euro al megawattora, trascinando i prezzi dell’energia vendute sulle borse elettriche dei singoli paesi ai massimi storici. Una spinta al rialzo che in questi mesi è causato anche dall’ondata di calore, con i condizionatori che sostengono i consumi nonostante gli appelli e le raccomandazioni dei governi al risparmio e a una maggiore efficienza degli impianti.
La pensa diversamente l’Opec+, lo storico cartello dei maggiori produttori di petrolio che negli ultimi anni è stato allargato anche alla Russia. A suo dire, la domanda di petrolio nel mondo dovrebbe dimuniire a causa della “recrudescenza delle iniziative per il contenimento del Covid e le continue incertezze geopolitiche”. La conferma arriverebbe anche dai movimenti dei fondi di investimento, monitorati con attenzione dall’Opec+: anche a luglio sono proseguite le uscita da parte degli investitori finanziari che hanno liquidato le loro posizioni sul lungo periodo. In pratica, hanno ridotto il rischio di ulteriori ribassi del greggio.
Ma agli osservatori più attenti non è sfuggito il fatto che l'Opec+, in questo modo, mette le mani avanti sulle prossime decisioni che riguardano il possibile aumento della produzione: a fine agosto ci sarà la consueta riunione per decidere le quantità di greggio da mettere sul mercato. L'ultima volta, i delegati avevano votato per un aumento"simbolico" di 100mila barili al giorni rispetto al piano previsto dopo la fine dei lockdown e il ritorno ai livelli pre-Covid. Ma alla luce delle nuove previsioni, difficilmente l'Opec+ vedrà la necessità di nuovi aumenti di produzione.