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Il Reddito di cittadinanza è uno scudo contro la povertà, chi vuole eliminarlo ignora l'emergenza

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Molti dei percettori non possono lavorare, altri sono occupati ma con salari bassi. Eppure la destra lo vuole cancellare senza proporre alternative, mentre il centro insiste sul collocamento. Perfino i 5Stelle alimentano la retorica degli abusi. Dal Pd idee giuste, ma senza dettagli
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Il Reddito di cittadinanza (RdC) è entrato a pieno titolo nella campagna elettorale, a conferma di quanto sia diventato un tema così fortemente ideologizzato e politicamente divisivo da dover essere almeno nominato per dichiarare come ci si schiera, anche a prescindere da una adeguata conoscenza dei dati empirici e dei meccanismi di funzionamento.

Stante il modo in cui da due anni se ne discute, ciò che sembra interessare è principalmente il ruolo del RdC come politica attiva del lavoro, più che di contrasto alla povertà. Come se non ci fosse chi non può (o non dovrebbe, nel caso dei minorenni) lavorare. E come se avere una occupazione, non solo fosse sempre a portata di mano, ma bastasse sempre a uscire dalla povertà. Circa il 7% delle famiglie con persona di riferimento occupata era in povertà assoluta nel 2021, il 13% quando la persona di riferimento è operaio o assimilato. Precarietà lavorativa, salari b…

Il Reddito di cittadinanza (RdC) è entrato a pieno titolo nella campagna elettorale, a conferma di quanto sia diventato un tema così fortemente ideologizzato e politicamente divisivo da dover essere almeno nominato per dichiarare come ci si schiera, anche a prescindere da una adeguata conoscenza dei dati empirici e dei meccanismi di funzionamento.

Stante il modo in cui da due anni se ne discute, ciò che sembra interessare è principalmente il ruolo del RdC come politica attiva del lavoro, più che di contrasto alla povertà. Come se non ci fosse chi non può (o non dovrebbe, nel caso dei minorenni) lavorare. E come se avere una occupazione, non solo fosse sempre a portata di mano, ma bastasse sempre a uscire dalla povertà. Circa il 7% delle famiglie con persona di riferimento occupata era in povertà assoluta nel 2021, il 13% quando la persona di riferimento è operaio o assimilato. Precarietà lavorativa, salari bassi, part time involontario rendono il reddito da lavoro insufficiente, specie se deve bastare per più persone. Non stupisce che anche tra i percettori di RdC ci siano persone, e le loro famiglie, che hanno, o hanno avuto di recente, un’occupazione.

Ignorando bellamente tutto questo, il programma di centro-destra se la cava con una frase liquidatoria: “Sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro”. La parte destruens è chiara, quella construens lasciata all’immaginazione.

Altrettanto sintetica ed evasiva è la posizione speculare del M5s, che sotto il titoletto “Rafforzamento del Reddito di cittadinanza”, si limita a scrivere: “Misure per rendere più efficiente il sistema delle politiche attive. Monitoraggio delle misure antifrode”. Confermano così la prevalente definizione del RdC come politica attiva del lavoro, piuttosto che di contrasto alla povertà, ignorando che non sempre avere un lavoro è sufficiente ad uscire dalla povertà ed anche tutti gli errori di disegno messi in luce da esperti e da chi lavora sul campo. Confermano anche l’immagine che gran parte del problema nell’attuazione del RdC, accanto alla mancanza di politiche attive, sia la tendenza all’imbroglio da parte dei beneficiari. Entrambe queste immagini, avvallate dal M5s sin dall’inizio, sono diventate un boomerang nelle mani di chi sin dall’inizio si è opposto a questa misura.

Più articolate sono le posizioni rispettivamente della coalizione Italia Viva-Azione e del Pd (non sembra esistere un vero e proprio programma della coalizione di centro-sinistra, probabilmente a motivo della sua eterogeneità). Abbandonato il progetto di Renzi di un referendum abrogativo, la coalizione Iv-Azione propone di proseguire nell’azione restrittiva del governo Draghi: sospensione del RdC dopo il primo (non più il secondo) rifiuto di una proposta di lavoro “congrua” e soglia massima di due anni per trovare un’occupazione, dopo di che il RdC verrebbe decurtato di almeno un terzo, a prescindere dal fatto che sia stata o meno ricevuta una proposta di lavoro “congrua”, e che i beneficiari siano stati affidati ai servizi sociali comunali. Non viene specificato come faranno a soddisfare i loro bisogni e quelli dei loro eventuali figli minorenni. Del tutto ignorata è la questione dei percettori che sono poveri nonostante abbiano un’occupazione e dell’aliquota marginale altissima che oggi grava su di loro e su chi inizia un’occupazione. In linea con una decisione controversa già presa dal governo Draghi, si propone anche di utilizzare le agenzie private per la collocazione dei beneficiari e il loro monitoraggio. Ai fini di adeguare le qualifiche dei beneficiari alle richieste del mercato del lavoro, si propone di coinvolgere gli Its e le scuole di alta formazione, forse ignorando che molti beneficiari hanno al massimo la terza media. Un paragrafo interessante riguarda lo snellimento delle procedure burocratiche ora necessarie per avviare i Progetti di utilità collettiva, che stentano a partire proprio per la macchinosità del processo.

Il Pd appoggia la sua proposta ai suggerimenti (ignorati dal governo Draghi) del Comitato scientifico di valutazione del RdC (largamente condivisi da chi lavora sul campo e dagli esperti), ma senza entrare nel merito, salvo che su tre punti: eliminare la penalizzazione dei minori e delle famiglie con minori (un punto condiviso anche da Italia Viva e Azione); ridurre la durata del requisito di residenza per gli stranieri; e, seguendo anche l’indicazione della Commissione sul lavoro povero, introdurre anche in Italia, accanto al salario minimo, una integrazione per lavoratori e lavoratrici a basso reddito, trasformando in questo senso anche il RdC, in modo da non scoraggiare l’accettazione di una occupazione anche a tempo parziale.