De Felice (Intesa) “L’industria italiana meglio della tedesca. E l’euro la aiuterà”
di Vittoria Puledda , di Vittoria PuleddaMILANO - «Quando una valuta perde terreno gli effetti non sono mai univoci: ci sono settori che sfruttano il vantaggio competitivo per vendere meglio all’estero beni e servizi, altri che pagano di più le importazioni. Ma partiamo da un dato: all’inizio degli anni Duemila l’avanzo commerciale dell’Italia, al netto della bolletta petrolifera, era di circa 30 miliardi di euro. Nei primi sei mesi di quest’anno siamo già a quota 43 miliardi. Significa che siamo diventati più bravi a produrre beni di medio-alta qualità e a esportare; e la debolezza dell’euro è un elemento a favore, da non sottovalutare». Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, è abituato a guardare la struttura produttiva del Paese. E vede segnali positivi nonostante la moneta unica sia ritornata indietro di venti anni.
Cominciamo da una prima considerazione: è debole l’euro, oppure è forte il dolla…
MILANO - «Quando una valuta perde terreno gli effetti non sono mai univoci: ci sono settori che sfruttano il vantaggio competitivo per vendere meglio all’estero beni e servizi, altri che pagano di più le importazioni. Ma partiamo da un dato: all’inizio degli anni Duemila l’avanzo commerciale dell’Italia, al netto della bolletta petrolifera, era di circa 30 miliardi di euro. Nei primi sei mesi di quest’anno siamo già a quota 43 miliardi. Significa che siamo diventati più bravi a produrre beni di medio-alta qualità e a esportare; e la debolezza dell’euro è un elemento a favore, da non sottovalutare». Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, è abituato a guardare la struttura produttiva del Paese. E vede segnali positivi nonostante la moneta unica sia ritornata indietro di venti anni.
Cominciamo da una prima considerazione: è debole l’euro, oppure è forte il dollaro?
«Posto che sono due facce della stessa medaglia, porrei l’accento piuttosto sulla forza del dollaro. Per varie ragioni: l’economia Usa cresce di più di quella europea e questo costringe la Fed a contrastare con più vigore l’inflazione con la leva dei tassi; il prezzo del gas ha ripreso a salire, e ciò danneggia più l’Europa che gli Stati Uniti; infine, si sono riaffacciate le tensioni geopolitiche, come nell’area di Taiwan, e come sempre accade fanno risaltare il ruolo di bene rifugio del dollaro».
Per l’Italia è un vantaggio?
«Quando le valute si muovono molto non ci sono solo soggetti che si avvantaggiano: per i turisti italiani nei Paesi dell’area dollaro per esempio tutto costa di più; i consumatori inoltre pagano prezzi più alti per il peso dell’inflazione importata; anche i mercati finanziari domestici tendenzialmente soffrono, perché i flussi internazionali si dirigono verso il dollaro».
E allora chi ci guadagna?
«Il settore manifatturiero, quello che l’anno scorso ha esportato beni per 47 miliardi di euro solo verso gli Stati Uniti rispetto a un import di 12,4 miliardi. Per noi gli Usa rappresentano il terzo mercato di sbocco, con una quota di export pari al 9,9%: è chiaro che un euro debole rende più attraenti le nostre merci oltreoceano».
Ma questa quota più crescere ancora?
«Direi di sì, se pensiamo alle sue dimensioni viste dall’altra sponda dell’Atlantico: per loro l’import dall’Italia rappresenta solo il 2,2% del totale; la Germania per esempio è al 5,1%. Anche per i tedeschi c’è il vantaggio competitivo dell’euro, ma in questo momento siamo posizionati meglio: abbiamo catene del valore più corte, che ci mettono più al riparo dai colli di bottiglia delle forniture; negli anni abbiamo migliorato molto qualità e livello tecnologico dei prodotti esportati; infine, in questa fase continuiamo a crescere, a differenza della Germania».
Però il rovescio della medaglia sono le importazioni in dollari. Che aggravano i bilanci di molte aziende e contribuiscono a far salire l’inflazione, con effetti negativi per le famiglie.
«Il gas al mercato di Amsterdam si paga in euro, ma il gas liquefatto importato dagli Stati Uniti lo paghiamo in dollari. Complessivamente, il biglietto verde è la valuta di pagamento del 22% di tutte le nostre importazioni. Non dobbiamo pensare solo agli Usa, per esempio il 60% delle merci che compriamo da Cina e Hong Kong le paghiamo in dollari e non è poca cosa, quell’area rappresenta quasi il 10% del nostro import complessivo. Insomma, il quadro è complesso, ma certo per l’industria manifatturiera e per alcuni servizi la forza del dollaro è un elemento positivo».
Chi si avvantaggerà di più?
«Meccanica, mezzi di trasporto, alimentari, moda, alcuni beni di largo consumo sono in pole position per sfruttare il super-dollaro, così come si avvantaggiano le strutture turistiche. In generale, chiunque esporti sta meglio e noi, rispetto a venti anni fa, siamo diventati più bravi a proporre merci di qualità superiore. Infine, non va dimenticata la transizione ecologica: anche sotto questo aspetto, la nostra offerta di componenti per le fonti energetiche rinnovabili ha un peso rilevante a livello internazionale».
Sempre che l’Italia non vada in recessione: le prospettive, ricordate di recente dalla Bundesbank per la Germania e da Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo Bce, non sono proprio rosee.
«Distinguerei: la Germania a mio avviso è già in recessione, ma Italia e Spagna sono meglio posizionate. Per il nostro Paese stimo una crescita del Pil del 3,4-3,5% per quest’anno e intorno all’1% nel 2023. L’Italia è diventata molto più resiliente di qualche anno fa: come ricorda spesso il governatore Ignazio Visco, nel 2011 la posizione finanziaria netta dell’Italia era negativa verso l’estero per il 21% del Pil, ora è positiva per il 7%. Un elemento di forza da non sottovalutare».