Gas russo ed export in Cina: la crisi tedesca viene da Est
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - Il destino è stato beffardo con il primo ministro verde dell’Economia della storia tedesca. Robert Habeck aveva chiesto un superdicastero che fondesse industria e ambiente e traghettasse la Germania rapidamente verso l’era a “emissioni zero”. Invece, la guerra in Ucraina e la mostruosa crisi energetica – soltanto sei mesi fa Berlino importava il 55% del gas e un terzo del petrolio dalla Russia - hanno obbligato il leader dei “Gruenen” a diventare meno “verde”, a frenare la dinamica ambientalista avviata durante la lunga era Merkel, a rimangiarsi l’uscita a breve dal carbone, ad annunciare la costruzione di due rigassificatori che importeranno anche l’inquinante metano americano ricavato dal fracking, e da mesi impazza un braccio di ferro pauroso nella maggioranza “semaforo” del governo Scholz sull’allungamento dei tempi di uscita dal nucleare.
BERLINO - Il destino è stato beffardo con il primo ministro verde dell’Economia della storia tedesca. Robert Habeck aveva chiesto un superdicastero che fondesse industria e ambiente e traghettasse la Germania rapidamente verso l’era a “emissioni zero”. Invece, la guerra in Ucraina e la mostruosa crisi energetica – soltanto sei mesi fa Berlino importava il 55% del gas e un terzo del petrolio dalla Russia - hanno obbligato il leader dei “Gruenen” a diventare meno “verde”, a frenare la dinamica ambientalista avviata durante la lunga era Merkel, a rimangiarsi l’uscita a breve dal carbone, ad annunciare la costruzione di due rigassificatori che importeranno anche l’inquinante metano americano ricavato dal fracking, e da mesi impazza un braccio di ferro pauroso nella maggioranza “semaforo” del governo Scholz sull’allungamento dei tempi di uscita dal nucleare.
«La Germania ha davanti a sé un inverno molto critico», continua a ripetere il ministro. Colpa di decenni di cecità, di mancata diversificazione delle fonti energetiche, dell’illusione che si potesse puntare sul gas a basso costo per garantire una transizione poco onerosa soprattutto all’energivora industria tedesca – tanto più dopo l’’ardita’ rinuncia sia al carbone sia al nucleare. Ma il tintinnar di sciabole nello stretto di Taiwan sta dimostrando che la crisi della Germania è più grave, se si lancia lo sguardo anche più a est della Russia, in direzione Cina. Con la cosiddetta “de-globalizzazione” e la guerra in Ucraina, il “modello tedesco” sta cominciando pericolosamente a mostrare la corda. E la crisi di quel modello rischia di travolgere l’Europa.
La tigre europea dell’export che ha colto il vento in poppa della globalizzazione per conquistare soprattutto l’Asia, per anni ha fatto finta di non vedere l’involuzione autocratica di Pechino. Dal 2016 la Cina è il primo partner commerciale della Germania: negli ultimi vent’anni le importazioni dal Dragone sono aumentate dall’1% al 10% del totale, l’export vale ormai il 7%. «Ma il quadro, con Xi Jinping è cambiato molto», ragiona Max J. Zenglein, capoeconomista del’autorevole think tank Merics. «Il clima è nazionalistico, è più ideologico e la Cina esprime piuttosto chiaramente quali sono i suoi obiettivi: non solo in riferimento all’economia, ma anche alla geopolitica».
Durante i sedici anni dell’era Merkel, del Dragone “partner strategico”, dei suoi frequenti viaggi in Cina con nutrite delegazioni di imprenditori, Berlino ha cercato di cementare un rapporto commerciale che ha reso interi settori – anzitutto quello automobilistico – estremamente dipendenti da Pechino. E se il “caso Kuka”, lo sventato acquisto della perla della robotica tedesca nel 2016, è stata un’epifania e ha indotto il governo a introdurre una “golden rule” per proteggere le sue aziende strategiche; se la pandemia ha aperto gli occhi ai politici sui rischi di un’eccessiva dipendenza dai prodotti cinesi (a cominciare dalle mascherine), l’industria fatica ancora ad alzare gli occhi oltre l’angusto sguardo mercantilistico. «I grandi investimenti proseguono, le grandi aziende continuano a rimanere in Cina: nell’industria non si vede ancora un ripensamento» ragiona Zenglein. «Eppure gli attuali sviluppi in Taiwan dimostrano che non si può più pensare una politica della Cina prescindendo dallo scenario taiwanese». E quello più temuto, quello dell’invasione «imporrebbe già adesso un profondo ripensamento nei rapporti con Pechino». Il caso Russia ha dimostrato quanto sia vulnerabile la Germania agli shock geopolitici, «ma non è nulla in confronto a quanto potrebbe accadere nel caso di una rottura con la Cina».
In questi ultimi vent’anni Berlino è passata da “malato d’Europa” a leader del continente, sfruttando soprattutto la globalizzazione. Ma «l’attuale combinato disposto delle crisi russa e cinese potrebbe avere un effetto devastante anche sul cuore della sua economia: il settore manifatturiero», spiega Paolo Guerrieri, economista di Science Po, tra i massimi esperti di economia globale. Senza l’energia a basso costo e con i mercati di sbocco ridimensionati, Berlino rischia una crisi strutturale. «Anche perché persino la sua industria dei servizi è enormemente legata al manifatturiero».
E poi ci sono i tedeschi, allarmati dall’inflazione che sta mangiando i loro risparmi, come ha rivelato in questi giorni l’Ifo. Le martellanti campagne contro i tassi bassi dell’ultimo decennio li hanno tenuti lontano dall’unico investimento razionale: l’immobiliare. La Bild ha preferito sollecitare la loro natura di “formiche”,scagliandosi contro i presidenti della Bce Draghi e Lagarde. E uno dei risultati devastanti lo ha ricordato su twitter Marcel Fratzscher, direttore dell’istituto economico Diw: «la Germania è ormai il Paese con la maggiore diseguaglianza patrimoniale dopo gli Stati Uniti». Lo 0,1% dei più ricchi possiede ormai un quinto dei patrimoni, l’1%il 35%. Soltanto qualche anno fa erano rispettivamente il 7% e il 22%. Mentre la metà meno facoltosa dei tedeschi possiede appena il 5% dei patrimoni. Se solo avessero letto meno la Bild.