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Tra inflazione e recessione, a Jackson Hole per Powell è il discorso della verità

(reuters)
Con il secondo trimestre negativo l’economia Usa entra in contrazione tecnica. L’anno scorso il capo della Fed sottostimò i prezzi, ora si gioca la credibilità. Ma la sua strada è molto stretta
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NEW YORK - L’anno scorso aveva sbagliato, quando aveva cercato di convincere gli americani che l’inflazione fosse solo un fenomeno transitorio, provocato dal Covid e dagli imbuti nella catena di approvvigionamento. È inutile girarci intorno, anche perché le conseguenze devastanti dell’errore stanno sotto agli occhi di tutti. Quest’anno quindi deve riscattarsi, non solo per ricostruire la propria reputazione, ma soprattutto per ridare credibilità all’istituzione che guida, e trovare il modo di frenare l’aumento dei prezzi senza precipitare gli Usa e il mondo in una dolorosa recessione. Il tutto con un discorso, ma il discorso della sua vita, che il presidente della Federal Reserve Jerome Powell terrà oggi alla riunione dei banchieri centrali di Jackson Hole.

Il preludio di questo dramma è abbastanza noto. L’anno scorso l’inflazione aveva preso a salire vertiginosamente, ma il capo della Banca centrale a…

NEW YORK - L’anno scorso aveva sbagliato, quando aveva cercato di convincere gli americani che l’inflazione fosse solo un fenomeno transitorio, provocato dal Covid e dagli imbuti nella catena di approvvigionamento. È inutile girarci intorno, anche perché le conseguenze devastanti dell’errore stanno sotto agli occhi di tutti. Quest’anno quindi deve riscattarsi, non solo per ricostruire la propria reputazione, ma soprattutto per ridare credibilità all’istituzione che guida, e trovare il modo di frenare l’aumento dei prezzi senza precipitare gli Usa e il mondo in una dolorosa recessione. Il tutto con un discorso, ma il discorso della sua vita, che il presidente della Federal Reserve Jerome Powell terrà oggi alla riunione dei banchieri centrali di Jackson Hole.

Il preludio di questo dramma è abbastanza noto. L’anno scorso l’inflazione aveva preso a salire vertiginosamente, ma il capo della Banca centrale americana aveva provato a rassicurare il globo che si trattava di una tempesta passeggera. E alle parole erano seguiti i fatti. Anzi no, nel senso che la Fed non aveva mosso un dito per frenare la corsa dei prezzi, lasciando i tassi ai minimi storici. Col senno di poi, è possibile che Powell fosse davvero convinto della sua versione, e quindi non avesse ritenuto necessario intervenire. Con un po’ di malignità, invece, si potrebbe sospettare che questo gentile avvocato prestato all’economia abbia ceduto alle pressioni della politica.

Trump lo aveva messo a capo della Banca centrale, per infilare un dito nell’occhio di Obama, che aveva nominato Janet Yellen, più che per sfiducia nella presidentessa in carica. Poi però lo aveva pubblicamente massacrato, esortandolo a moltiplicare gli stimoli all’economia, affinché lui potesse vantarsi con gli elettori di averla fatta decollare. Jerome aveva stoicamente resistito, e per dare un netto segnale di discontinuità il nuovo capo della Casa Bianca Biden lo aveva confermato per il secondo mandato. Andreotti diceva che a pensare male si fa peccato, ma in genere ci si azzecca, e quindi non appare così peregrino sospettare che Powell abbia voluto ripagare la generosità di Joe, evitando interventi su tassi e stimoli che avrebbero rischiato di frenare l’economia, in netta ripresa dopo la crisi del Covid. Così però ha finito per fare un danno a sé, alla Fed, agli Usa e allo stesso Biden.

Oggi avrà l’occasione per riscattarsi, ma non sarà facile. L’economia americana è ufficialmente in recessione tecnica, perché si è contratta per due trimestri consecutivi. Ieri infatti il dipartimento al Commercio ha confermato che tra aprile e giugno il Pil si è ridotto dello 0,6%. È meno dello 0,9% stimato inizialmente, la disoccupazione è scesa in luglio al 3,5%, e quindi la maggioranza degli analisti pensa che gli Usa non siano davvero in recessione. Però il timore che sia dietro l’angolo resta, anche perché gli elementi di fondo scatenanti come il Covid, gli intoppi della supply chain, e da febbraio la guerra in Ucraina, con le crisi energetica e alimentare annesse, sono ancora tra noi e fuori dal controllo di Powell. Quindi adesso tocca a lui il delicato equilibrismo per uscirne con meno danni possibili.

Il rompicapo è assai complesso. Nelle ultime settimane l’inflazione ha iniziato a rallentare e il prezzo della benzina è sceso sotto i 4 dollari al gallone. Perciò Wall Street ha ripreso fiato, perché gli operatori sono convinti che l’anno prossimo la Fed tornerà ad abbassare i tassi. Il 21 settembre ci sarà un altro aumento, e resta solo da decidere se sarà dello 0,5 o dello 0,75%. Poi però comincerà l’inversione di tendenza. In questo momento forse la verità non la conosce neppure Powell, perché ha bisogno di altri dati per decidere, però è essenziale che non lanci un segnale sbagliato come l’anno scorso. Da una parte, quindi, non deve incoraggiare i mercati a pensare che i guai siano già finiti, ma dall’altra non deve spingersi tanto avanti con gli allarmi dal provocare una recessione forse ancora evitabile.
Il discorso della sua vita, appunto, ma anche delle nostre.