Scoglio buoni pasto sullo smart working nel settore pubblico
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoCi sono le linee guida, i contratti collettivi sono stati rinnovati, e i piani organizzativi (Piao) sono stati presentati. Eppure potrebbe esserci ancora un ostacolo alla partenza a pieno ritmo dello smart working nella Pubblica Amministrazione l’1 settembre, quando verrà archiviato una volta per tutte il lavoro agile di emergenza: il buono pasto. Perché quando, alcune settimane fa, amministrazioni e sindacati si sono trovati intorno a un tavolo a discutere di come organizzare il lavoro agile a regime, molti dirigenti pubblici hanno lamentato la difficoltà di effettuare i controlli previsti dalla legge per il lavoro da remoto.
Una questione che sarebbe risolvibile adottando lo smart working vero e proprio, che non ha vincoli di orario e che quindi esclude i controlli, ma esclude anche l’erogazione dei buoni pasto e degli straordinari. Una soluzione malvista da buona parte dei dipendenti, che comprensibilmente non intendono rinunciare a quella che…
Ci sono le linee guida, i contratti collettivi sono stati rinnovati, e i piani organizzativi (Piao) sono stati presentati. Eppure potrebbe esserci ancora un ostacolo alla partenza a pieno ritmo dello smart working nella Pubblica Amministrazione l’1 settembre, quando verrà archiviato una volta per tutte il lavoro agile di emergenza: il buono pasto. Perché quando, alcune settimane fa, amministrazioni e sindacati si sono trovati intorno a un tavolo a discutere di come organizzare il lavoro agile a regime, molti dirigenti pubblici hanno lamentato la difficoltà di effettuare i controlli previsti dalla legge per il lavoro da remoto.
Una questione che sarebbe risolvibile adottando lo smart working vero e proprio, che non ha vincoli di orario e che quindi esclude i controlli, ma esclude anche l’erogazione dei buoni pasto e degli straordinari. Una soluzione malvista da buona parte dei dipendenti, che comprensibilmente non intendono rinunciare a quella che ormai è diventata una parte della retribuzione. Un vero e proprio pasticcio, che si sta cercando di risolvere in questi giorni, anche per scongiurare un ritorno al lavoro in presenza a pieno regime.
"La questione è molto semplice - sintetizza Antonio Naddeo, presidente dell’Aran, l’agenzia che stipula i contratti della Pa - con la pandemia, e i lockdown, siamo stati costretti a uno smart working “casareccio”, non c’erano regole, e quindi ogni amministrazione con i buoni pasto ha fatto come riteneva meglio, alcune lo hanno pagato e altre no. Poi abbiamo rinnovato i contratti con i sindacati stabilendo che esistono due modalità per il lavoro da remoto. La prima è lo smart working vero e proprio: non c’è obbligo di orario, si lavora per obiettivi, non possono essere previsti gli istituti come i buoni pasto e lo straordinario, legati al trascorrere delle ore. Siccome poi durante le trattative gli stessi sindacati hanno sostenuto che non tutte le amministrazioni sono così attrezzate a far lavorare i dipendenti per obiettivi, abbiamo previsto il lavoro da remoto con modalità identiche a quelle in ufficio, salvo che per il luogo. In questo secondo caso buoni pasto e straordinari sono erogabili, però la legge richiede i controlli: alle amministrazioni che hanno sollevato difficoltà abbiamo suggerito l’adozione di piattaforme, ognuno può scegliere il sistema che preferisce. Tutto ci aspettavamo, salvo che venisse fuori la richiesta di una “terza” soluzione, legalmente impossibile: quella del lavoro agile senza controlli e senza orario, ma che includa i buoni pasto".
Una modalità che la Pa non può adottare. Per evitare lo stop al lavoro agile sindacati, dirigenti e Aran stanno cercando di trovare rapidamente soluzioni tampone per ripartire subito l’1 settembre con lo smart working a regime, e soluzioni a medio-lungo termine per la piena applicazione dei contratti di lavoro. "Nell’immediato - rileva Florindo Oliverio, segretario nazionale Fp Cgil - si potrebbe pensare a una fase transitoria, in cui i dipendenti che lavorano da remoto presentano un’autocertificazione con la quale garantiscono il rispetto dell’orario di lavoro, soluzione ponte, valida fino a quando le amministrazioni si saranno dotate della strumentazione necessaria per effettuare i controlli a distanza (anche se il telelavoro nella Pa esiste dal 2000, e quindi è da allora che avrebbero dovuto dotarsi degli strumenti di controllo). In questo modo, visto che si tratta di una soluzione provvisoria, si dovrebbero evitare i rilievi della Corte dei Conti". Nel frattempo però sia Naddeo che Oliverio suggeriscono una strada per rendere fruibile su larga scala lo smart working vero e proprio nella Pubblica Amministrazione: nella contrattazione integrativa potrebbe essere stabilita un’indennità ad hoc che costituisca una sorta di rimborso-spese forfettario per chi lavora da casa. Anche perché, ricorda Oliverio, "la legge stabilisce che chi lavora in modalità agile non debba subire svantaggi economici". L’importante, conclude il sindacalista, è che ci sia davvero l’intenzione di far decollare lo smart working: "Ci auguriamo che l’applicazione dei nuovi contratti non venga limitata dalla scarsa lungimiranza di qualche dirigente, che si preoccupa solo di assicurarsi che i dipendenti lavorino 36 ore a settimana".