Covid e stretta Usa sulla tecnologia cinese: Huawei a rischio. Il fondatore: "Entriamo in modalità 'sopravvivenza'"
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloTIANJIN - Prepararsi alla modalità "sopravvivenza". Usa proprio questa parola il vecchio Ren Zhengfei, il 77enne fondatore del colosso Huawei. "Le aspettative troppo ottimistiche per il futuro devono essere corrette, e nel 2023 o addirittura fino al 2025, dobbiamo adottare la modalità di sopravvivenza", si legge in un memo che doveva essere destinato soltanto ai dipendenti dell'azienda di Shenzhen e che invece, finito sui social nei giorni scorsi, è diventato di dominio pubblico. La guerra della Russia con l'Ucraina e il blocco tecnologico degli Stati Uniti contro la Cina renderanno il prossimo decennio "un periodo molto doloroso nella storia dell'umanità".
TIANJIN - Prepararsi alla modalità "sopravvivenza". Usa proprio questa parola il vecchio Ren Zhengfei, il 77enne fondatore del colosso Huawei. "Le aspettative troppo ottimistiche per il futuro devono essere corrette, e nel 2023 o addirittura fino al 2025, dobbiamo adottare la modalità di sopravvivenza", si legge in un memo che doveva essere destinato soltanto ai dipendenti dell'azienda di Shenzhen e che invece, finito sui social nei giorni scorsi, è diventato di dominio pubblico. La guerra della Russia con l'Ucraina e il blocco tecnologico degli Stati Uniti contro la Cina renderanno il prossimo decennio "un periodo molto doloroso nella storia dell'umanità".
Colpito dai focolai di Covid in Cina quest'anno e dalle restrizioni del governo statunitense sull'accesso alla tecnologia americana dal 2019, due anni dopo essere diventato il primo venditore di smartphone al mondo Huawei - in questa prima metà del 2022 - ha dimezzato l'utile netto rispetto all'anno precedente, con un fatturato sceso del 6%. "Basta con le storie, dobbiamo parlare della realtà", si legge nella nota. "Dobbiamo prima sopravvivere, e avremo un futuro se riusciremo a sopravvivere".
Ai dipendenti Ren spiega che devono concentrarsi sui profitti e sui flussi di cassa invece che sui ricavi per garantire la sopravvivenza dell'azienda nei prossimi tre anni, aggiungendo che potrebbero presto esserci altri tagli dei posti di lavoro: già lo scorso anno l'organico venne falciato di 2mila unità.
Il gigante delle telecomunicazioni sta cercando di diversificare la propria offerta. Il nuovo sistema operativo HarmonyOS lanciato lo scorso anno (dopo che Google ha deciso di non consentire più ai dispositivi dell'azienda l'uso del sistema operativo Android), incursioni in nuove aree di business come il software per l'industria automobilistica e la fornitura di cloud computing e altre soluzioni digitali per la pubblica amministrazione.
Simbolo più evidente dell'avanzamento del Dragone in campo tecnologico, per l'America Huawei rappresenta lo spauracchio maggiore nel predominio nel settore delle telecomunicazioni. Da produttore low cost di centraline installate nelle poverissime campagne cinesi a leader globale nella tecnologia 5G, l'azienda fondata da Ren Zenghfei nel 1987 con appena 3mila dollari di capitale iniziale in quella Shenzhen che Deng Xiaoping scelse come laboratorio per sperimentare le riforme di mercato, è il simbolo della riuscita del Made in China.
Ren, una laurea in ingegneria civile e una carriera, all'epoca, ben avviata nell'unità di Information Technology dell'Esercito di liberazione popolare, è un uomo che si è sempre saputo muovere molto bene. Abbandonate le centraline, all'inizio degli anni '90 la società costruisce la prima rete nazionale di telecomunicazioni per l'esercito di Pechino. Con investimenti cospicui e sussidi governativi, l'azienda negli anni successivi non smette di crescere, arrivando a sviluppare per prima la tecnologia 5G.
Ma la guerra dei dazi con gli Usa, inasprita dall'amministrazione Trump, è un colpo basso: nel maggio 2019 gli Stati Uniti inseriscono Huawei nella "entity list" del Dipartimento del Commercio. Chi ci finisce dentro deve avere l'ok del governo americano per acquistare componenti Made in Usa. Tradotto: una mannaia sui contratti di fornitura di microchip - specialmente con la taiwanese Tsmc, leader mondiale del settore - e il blocco del sistema operativo Android da parte di Google sugli smartphone. Per arrivare a tale decisione bisogna fare un passo indietro, però, e tornare al 2018. Quell'estate l'allora presidente americano Donald Trump fa pressing sugli alleati affinché sbarrino le loro porte al colosso Huawei, accusato di spionaggio per conto di Pechino. L'affaire si scalda a dicembre. Mentre Trump e Xi Jinping sono a cena in Argentina, durante il G20, per cercare una tregua sulla guerra dei dazi tra Usa e Cina, il 1° dicembre all'aeroporto di Vancouver, su richiesta americana, la figlia di Ren, Meng Wanzhou, direttrice finanziaria della società, viene arrestata con l'accusa di aver violato l'embargo verso l'Iran. Per Pechino è una "dichiarazione di guerra". Meng, la principessa ereditaria dell'impero tecnologico cinese, è stata rispedita in patria soltanto a settembre dello scorso anno.
Non è la prima volta che Ren lancia messaggi pessimistici. E non è la prima azienda a predire tempi cupi per il tech cinese. Alibaba ha raddoppiato i tagli dell'organico, lo stesso ha fatto Tencent che ha perso quasi il 5% della sua forza lavoro. Già nel 2000 Ren disse ai suoi dipendenti di prepararsi al peggio. Come ricorda la rivista Caixin, "nel famoso articolo 'L'inverno di Huawei', scritto dopo il crollo delle dot-com, predisse che il crollo del mercato avrebbe ridotto la spesa per le apparecchiature di rete e che i licenziamenti erano imminenti. 'Senza lungimiranza e preparazione, morirete congelati', scrisse allora. 'In quel momento, chi avrà vestiti imbottiti di cotone, sopravviverà'". Lo stesso fece nel 2004 e nel 2008. Ed è sempre sopravvissuto. E ora? Quasi nessuno crede che Huawei sia destinata a fallire nel breve periodo. "Le parole di Ren dovrebbero essere prese come un segnale di avvertimento dell'arrivo dell'inverno", continua Caixin. Le aziende inizino allora a tirare fuori dall'armadio i loro vestiti imbottiti di cotone.