Gas, flussi ridotti anche dalla Libia per i disordini geopolitici: -26% nel semestre
di Carlotta Scozzari , di Carlotta ScozzariAnche la Libia, come la Russia, sta esportando in Italia sempre meno gas. Il fenomeno, sebbene più in ombra rispetto alla stretta operata da Mosca, affonda le radici nelle vicende geopolitiche che da tempo ormai lacerano il Paese, e che proprio nei giorni scorsi sono tornate alla ribalta per gli episodi di violenza. Così, se nel primo semestre del 2022 i flussi di gas dalla Russia verso l'Italia sono diminuiti del 45% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima, pari a oltre 6 miliardi di metri cubi, nello stesso periodo la Libia ha registrato un -26%, corrispondente a una riduzione nell'ordine di 0,5 miliardi di metri cubi. I dati, elaborati da Mbs Consulting, sono riportati nell'ultima semestrale di Iren, che segnala una generale riduzione dell'1,6% delle importazioni di gas dall’estero nel nostro Paese per il periodo da gennaio e giugno.
Se, poi, ci si concentra su Eni, si scopre che il colosso italiano degli idrocarburi, nel primo sem…
Anche la Libia, come la Russia, sta esportando in Italia sempre meno gas. Il fenomeno, sebbene più in ombra rispetto alla stretta operata da Mosca, affonda le radici nelle vicende geopolitiche che da tempo ormai lacerano il Paese, e che proprio nei giorni scorsi sono tornate alla ribalta per gli episodi di violenza. Così, se nel primo semestre del 2022 i flussi di gas dalla Russia verso l'Italia sono diminuiti del 45% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima, pari a oltre 6 miliardi di metri cubi, nello stesso periodo la Libia ha registrato un -26%, corrispondente a una riduzione nell'ordine di 0,5 miliardi di metri cubi. I dati, elaborati da Mbs Consulting, sono riportati nell'ultima semestrale di Iren, che segnala una generale riduzione dell'1,6% delle importazioni di gas dall’estero nel nostro Paese per il periodo da gennaio e giugno.
Se, poi, ci si concentra su Eni, si scopre che il colosso italiano degli idrocarburi, nel primo semestre del 2022, ha assistito a un calo degli approvviggionamenti di gas in arrivo dalla Libia pari al 25,6% annuo, in questo caso in termini percentuali persino maggiore della riduzione del 23,6% del metano russo. Certo, in termini assoluti, i deflussi dalla Russia sono stati molto più rilevanti: 3,26 miliardi di metri cubi rispetto ai 0,41 libici. Resta il fatto che Eni, da sempre molto attiva a Tripoli, monitora con grande attenzione la situazione geopolitica del Paese nordafricano affacciato sul Mediterrano. "Attualmente - si legge non a caso nella semestrale del gruppo guidato da Claudio Descalzi - i Paesi di presenza Eni con maggiore profilo di rischio geopolitico sono Venezuela, Nigeria e Libia". E quest'ultimo, in particolare, rappresenta "uno dei principali Paesi di presenza Eni in termini di volumi produttivi e contributo ai risultati consolidati".
A sintetizzare la situazione che ha condotto sino a qui è la stessa semestrale di Eni: la Libia "ha attraversato un lungo periodo di instabilità politico-sociale e di tensioni interne conseguenti alla rivoluzione armata del 2011 e al cambio del regime di allora". Negli anni successivi, "la situazione, sfociata in più riprese in atti di ostilità, scontri armati e tensioni tra le due fazioni che si contendono la guida del Paese, ha compromesso in diverse circostanze la regolarità e la sicurezza delle operazioni Eni". Il riferimento è alla "contrapposizione tra il governo di Unità Nazionale insediato a Tripoli e l’autonominato governo di Stabilità Nazionale insediato nella parte est del Paese".
Insomma, una situazione "di caos e disordine" che tra maggio e giugno, prosegue la semestrale di Eni, "è sfociata nel blocco quasi totale della produzione petrolifera nella parte est del Paese e dei principali terminali di export, nonché in una contesa tra le due fazioni relativa ai vertici della Compagnia di Stato Noc. Le disruption hanno interessato alcuni asset partecipati da Eni sui quali è stata dichiarata la forza maggiore dallo scorso aprile, mentre le produzioni offshore e onshore (in mare aperto e su terra, ndr) nella zona di Tripoli hanno continuato con regolarità". Nella seconda metà di luglio, aggiunge il gruppo partecipato al 26,2% dalla Cassa depositi e prestiti e al 4,4% dal ministero dell’Economia, "in un quadro ancora estremamente difficile e complesso, è stata revocata la forza maggiore su tutti gli asset petroliferi. Sebbene la società di Stato libica abbia espresso l’intenzione di rilanciare il settore petrolifero del Paese anche con sviluppi d’interesse per Eni, la situazione interna di protesta politica e sociale e il livello di tensione tra le fazioni rendono l’ambiente operativo imprevedibile ed estremamente volatile".
Ecco perché "il management ritiene che la situazione geopolitica libica continui a costituire un fattore di rischio rilevante per Eni. Anche se l’incidenza della produzione della Libia sul totale di gruppo (attualmente al 10%) è stata ridotta in questi ultimi anni grazie alla strategia di bilanciare il rischio paese attraverso l’espansione in aree a elevato grado di stabilità politica, la Libia rimane uno dei principali Paesi Eni in termini di utili e redditività" conclude la semestrale del colosso petrolifero del cane a sei zampe.
Fonte: semestrale Iren
Più in generale, la riduzione dei flussi dalla Russia e dalla Libia è riflessa nel grafico (ripreso dalla semestrale di Iren e riportato qui sopra) che descrive la variazione, nel primo semestre del 2022 e per apporto percentuale, delle importazioni di gas in base al punto di ingresso. Se Tarvisio, da dove entra appunto il metano di Mosca, è crollato dal 40% a poco più del 20%, Gela, punto di ingresso del gas libico, è l'unico altro valico che ha fatto segnare una flessione. Al contrario, sono cresciuti gli apporti dell'Algeria, tramite il punto di ingresso di Mazara Del Vallo, quelli di Passo Gries, che raccoglie i flussi provenienti dal Nord-Europa, e quelli di Melendugno, approdo del gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) proveniente dall’Azerbaijan.