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Luci spente e orari ridotti, una vita più rallentata ci salverà dalle crisi energetica

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Dal lockdown allo slow down. Se la pandemia aveva fermato le nostre esistenze, la crisi energetica si prepara a rallentarle. Si prosegue, ma scalando le marce, gentilmente senza strappi al motore. La nuova austerity sa d’antico. Non riporta alle domeniche senz’auto del 1973, ma spinge la memoria ancor più in là. Recessione è un termine che implica un arretramento, un ritorno al passato, a stili di vita che si credevano superati. Subito si affiancano termini come “sacrificio” o “rinuncia”. Da un diverso punto di vista invece si mette un freno ad una corsa che procedeva senza limite e quindi senza più un traguardo.

A entrare in crisi o almeno a parcheggiarsi nel garage del tempo è anche un modello di vita, quello definibile 24/7. Prevedeva l’interruttore in perenne posizione ON, le città sempre illuminate e parzialmente attive (nei trasporti, nell’offerta commerciale delle vetrine e delle pub…

Dal lockdown allo slow down. Se la pandemia aveva fermato le nostre esistenze, la crisi energetica si prepara a rallentarle. Si prosegue, ma scalando le marce, gentilmente senza strappi al motore. La nuova austerity sa d’antico. Non riporta alle domeniche senz’auto del 1973, ma spinge la memoria ancor più in là. Recessione è un termine che implica un arretramento, un ritorno al passato, a stili di vita che si credevano superati. Subito si affiancano termini come “sacrificio” o “rinuncia”. Da un diverso punto di vista invece si mette un freno ad una corsa che procedeva senza limite e quindi senza più un traguardo.

A entrare in crisi o almeno a parcheggiarsi nel garage del tempo è anche un modello di vita, quello definibile 24/7. Prevedeva l’interruttore in perenne posizione ON, le città sempre illuminate e parzialmente attive (nei trasporti, nell’offerta commerciale delle vetrine e delle pubblicità, perfino in uffici e cantieri). Voleva la disponibilità continua di uomini e merci. “Aperto 24/7” avvertiva il saggista Jonathan Crary nel libro con quel titolo “è il mantra del capitalismo d’assalto, l’ideale perverso di una vita senza pause, in una sorta di veglia globale”. In qualunque momento doveva essere possibile lavorare (invece ora si vogliono ridurre gli orari e le presenze in ufficio), chattare o twittare (ed ecco la proposta di un tetto all’uso dei device elettronici), mangiare, giocare e, soprattutto, comprare.

 

In questa visione la vita era un continuum, un succedersi di possibilità non scandite da orologi o calendari. Il motto rivoluzionario “tutto e subito” era sostituito da quello mercantile “tutto e sempre”. I prototipi di questo esperimento non erano in Occidente (New York “città che non dorme mai” è un luogo comune nostalgico), ma in Oriente: nella frenesia inesausta di Seul e Tokyo, nel lavorio delle api operaie negli alveari in costruzione di Pechino, in mondi meno legati a scadenze religiose che impongono uno stop a settimana o cinque volte al giorno.  

Nel suo documentario  Dove invadere dopo il regista americano Michael Moore percorreva l’Europa alla ricerca di idee e usanze da portare nel suo Paese. Dal nostro avrebbe voluto prendere le pause pranzo extralarge, la chiusura degli esercizi nel pomeriggio, che consente alle famiglie di ritrovarsi. Aperture domenicali o notturne non sono mai state bene accolte in Italia, il 24/7 è stato percepito o additato come farina del diavolo da fronti diversi. Non era lì il futuro.

 

Cade anche la profezia di Lucio Dalla secondo cui “sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno”. Ma aveva senso accendere le luminarie a novembre e trovarle ancora così a metà febbraio? Quando il presidente francese Emmanuel Macron annuncia la “fine dell’era dell’abbondanza” allude a un confine molto sottile tra il “molto” e il “troppo”.  

L’ideologia del “tutto e sempre” ha portato con sé evidenti storture: sciare sui ghiacciai in estate dopo averli coperti con teli bianchi o la notte di Capodanno dopo aver sparato neve e acceso riflettori; nuotare in piscine che hanno la temperatura della vasca di casa e non quella del mare; stare in appartamenti o in uffici con lo stesso abbigliamento quattro stagioni; guardare lo schermo del cellulare mentre l’apparecchio si ricarica mediante una prolunga e con l’altra mano si passa l’aspirapolvere.  

Considerando tutte le possibili restrizioni non c’è niente che sembri davvero insormontabile, non ci fossero tre ostacoli. Il primo è la tempistica. Lo slow down arriva a troppa breve distanza dal lockdown, paga il conto dell’illusione che tutto non solo sarebbe andato bene, ma sarebbe tornato come prima (e meglio di prima). Lo smart working era morto, ed ora viva lo smart working. Si doveva ripartire, ma nessuno aveva avvertito che sarebbe accaduto a velocità ridotta e controllata.  

Il secondo ostacolo è generazionale. C’è stato un tempo di viaggi in auto senza aria condizionata e di inverni in casa con il maglione, di attività legati alle stagioni e neon che rispettavano il coprifuoco. Sono ormai pochi quelli che l’hanno conosciuta e ancor meno quelli che la ricordano. Era sbagliato il concetto di “fine della storia” sostenuto da Francis Fukuyama, ma non perché sarebbe stata inarrestabile, al contrario, perché si sarebbe guardata indietro, rivangando nei detriti dell’inizio di un altro secolo, creduto per molti versi irripetibile.  

Il terzo ostacolo è che questa svolta non è una scelta, l’effetto di una qualche felice decrescita programmata, ma una necessità. Assecondarla significa imporla e questo non è mai accolto positivamente. Si tende a immaginare una responsabilità, a cercare un colpevole, a proporre una reazione, la sovversione di un sistema che ha fallito. E questo, più che un brivido passeggero in salotto, è il pericolo che ci porta l’autunno che verrà.