Euro ai minimi da 20 anni sul dollaro: chi vince e chi perde con la moneta debole
di Carlotta Scozzari , di Carlotta ScozzariMILANO - Sui mercati valutari, le lancette dell'euro sul dollaro tornano indietro di vent'anni. Il tasso di cambio tra moneta unica e valuta americana, il 5 settembre, ha toccato nuovi minimi a 0,9878, scendendo sotto quota 0,99 e ritrovando così livelli che non si vedevano dal dicembre del 2002, quando alla guida del nostro governo c'era Silvio Berlusconi e negli Stati Uniti il presidente era George W. Bush. Secondo gli esperti di mercato, a deprimere l'euro è la piega che sta prendendo la crisi energetica, tenendo conto che la Russia ha annunciato la chiusura totale dei rubinetti del gas attraverso Nord Stream. Fino a ieri, la discesa dell'euro sotto la parità col dollaro veniva per lo più imputata a una politica monetaria più aggressiva, e quindi più orientata a un forte innalzamento dei tassi di interesse per combattere l'inflazione, da parte della Fed statunitense. Ma oggi, come sottolinea Alberto Villa, …
MILANO - Sui mercati valutari, le lancette dell'euro sul dollaro tornano indietro di vent'anni. Il tasso di cambio tra moneta unica e valuta americana, il 5 settembre, ha toccato nuovi minimi a 0,9878, scendendo sotto quota 0,99 e ritrovando così livelli che non si vedevano dal dicembre del 2002, quando alla guida del nostro governo c'era Silvio Berlusconi e negli Stati Uniti il presidente era George W. Bush. Secondo gli esperti di mercato, a deprimere l'euro è la piega che sta prendendo la crisi energetica, tenendo conto che la Russia ha annunciato la chiusura totale dei rubinetti del gas attraverso Nord Stream. Fino a ieri, la discesa dell'euro sotto la parità col dollaro veniva per lo più imputata a una politica monetaria più aggressiva, e quindi più orientata a un forte innalzamento dei tassi di interesse per combattere l'inflazione, da parte della Fed statunitense. Ma oggi, come sottolinea Alberto Villa, responsabile del team di ricerca sull'azionario di Intermonte, pesa "soprattutto lo stillicidio dell'offerta di gas da parte della Russia, in previsione di ripercussioni negative sulla crescita dell'area dell'euro, sia per i costi di approvvigionamento, sia per l'ipotesi di razionamenti durante l'inverno".
Chi ci guadagna...
Tradizionalmente, a beneficiare maggiormente di un euro debole sono le aziende esportatrici che ricevono pagamenti in dollari e quelle che realizzano fatturato direttamente negli Stati Uniti. "Nel complesso - osserva Villa - la debolezza dell’euro rispetto al dollaro ha un impatto positivo per gli utili delle società quotate a Piazza Affari. Questo è particolarmente vero per le società con impianti produttivi in area euro e che possono beneficiare invece di vendite in Nord America o area dollaro, come per esempio StMicroelectronics, Ferrari, Prysmian, Diasorin, Pirelli tra le società più grandi parte del FtseMib". Villa segnala poi "impatti positivi anche per diverse società di medie dimensioni come Saes Getters, Fila, El.En. e, in generale, per le società del lusso come Cucinelli, Ferragamo e Moncler".
... e chi ci perde
A detta dell'esperto di Intermonte, sono "poche le società che invece subiscono un impatto negativo dalla forza del dollaro e normalmente sono legate alla produzione in Paesi le cui valute sono maggiormente correlate con l'andamento della moneta statunitense, mentre vendono i loro prodotti ai loro clienti in Europa. Fanno parte di questa casistica società consumer come Geox e Ovs" esemplifica Villa. Tendono poi a risentire del "mini" euro quelle aziende che importano beni pagandoli in dollari. Andando a inserire tale tendenza nella prospettiva della crisi energetica che attanaglia l'Europa, si comprende perché, in questa particolare fase storica, un euro debole non sia visto bene né dalla Bce né dai singoli Paesi membri dell'Eurozona.
La spirale dell'inflazione
Il fatto è che, nel contesto dell'attuale crisi energetica, i tradizionali vantaggi esercitati da una moneta deprezzata tramite il canale delle esportazioni tendono a essere più che controbilanciati dagli svantaggi legati all'import. E questo perché acquistare dall'estero materie prime quasi sempre denominate in dollari come gas e petrolio diventa tanto più oneroso quanto più la valuta si indebolisce. Insomma, un euro fortemente deprezzato rispetto al dollaro, tramite il canale delle importazioni, non fa che alimentare le spinte alla crescita dei prezzi che da tempo ormai arrivano dalle materie prime.
A loro volta, la spirale inflazionistica e la debolezza della moneta unica spingono la Banca centrale europea a interventi urgenti e incisivi sui tassi, che ricalcano sempre più il copione già messo in atto negli Stati Uniti dalla Fed. Da qui le crescenti aspettative di economisti e banche d'affari che, già nella riunione di questo giovedì, la Bce possa procedere con un "maxi" rialzo del costo del denaro da 75 punti base.