Delocalizzazioni, Orlando e Giorgetti chiedono di inasprire le sanzioni. I dubbi di Palazzo Chigi
di Serenella Mattera , di Serenella MatteraROMA - Un'inedita alleanza, agli sgoccioli del governo: Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti insieme, per chiedere di inasprire le norme anti-delocalizzazioni e frenare la fuga di aziende straniere dall'Italia. I due ministri lo scorso anno su questo fronte s'erano dati battaglia, prima di trovare una mediazione, tradotta in un emendamento alla legge di Bilancio: le imprese con più di 250 dipendenti che vogliano chiudere per andare all'estero sono obbligate a darne preavviso ed elaborare entro due mesi un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche sul territorio, pena sanzioni. Ma il caso dei 451 licenziamenti annunciati dalla finlandese Wartsila in Friuli Venezia Giulia ha fatto riesplodere il problema. E, in piena campagna elettorale, sembra aver persuaso anche Giorgetti che le norme approvate lo scorso anno vadano inasprite. I due ministri hanno ricette non del tutto coincidenti, ma l'obiettivo comune è convincere Mario Draghi a int…
ROMA - Un'inedita alleanza, agli sgoccioli del governo: Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti insieme, per chiedere di inasprire le norme anti-delocalizzazioni e frenare la fuga di aziende straniere dall'Italia. I due ministri lo scorso anno su questo fronte s'erano dati battaglia, prima di trovare una mediazione, tradotta in un emendamento alla legge di Bilancio: le imprese con più di 250 dipendenti che vogliano chiudere per andare all'estero sono obbligate a darne preavviso ed elaborare entro due mesi un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche sul territorio, pena sanzioni. Ma il caso dei 451 licenziamenti annunciati dalla finlandese Wartsila in Friuli Venezia Giulia ha fatto riesplodere il problema. E, in piena campagna elettorale, sembra aver persuaso anche Giorgetti che le norme approvate lo scorso anno vadano inasprite. I due ministri hanno ricette non del tutto coincidenti, ma l'obiettivo comune è convincere Mario Draghi a introdurre una stretta nell'ultimo decreto utile prima della fine del governo. Rischiano però di scontrarsi con i dubbi di Palazzo Chigi: chi per il premier lavora sul dossier nutre molte perplessità che la scelta di inasprire ancora le norme sia davvero la strada giusta.
Il ministro del Lavoro, attraverso un emendamento del Dem Antonio Misiani, ha provato a inserire la tenaglia anti-delocalizzazioni già nel decreto Aiuti bis di agosto, che questa settimana verrà convertito in legge dalle Camere. La proposta rinviava alla versione originale della norma, scritta da Orlando lo scorso anno e poi di molto ammorbidita nella mediazione con gli altri ministri. Tra le novità volute dal ministro del Lavoro ci sono tempi più lunghi per la procedura, con l'obbligo di comunicare l'intenzione di chiudere con un preavviso di sei mesi, in mancanza di un'intesa con i sindacati sul piano di reindustrializzazione si prevede di decuplicare il contributo di licenziamento previsto dalla legge (oggi è solo raddoppiato) e infine si chiede all'impresa che decide di andar via di restituire le sovvenzioni, i contributi, i sussidi o altri vantaggi economici ricevuti dallo Stato nei cinque anni precedenti la chiusura.
La modifica però non sarà inserita nel decreto Aiuti bis: il sottosegretario Federico Freni, a nome del ministero dell'Economia, stamane in Senato ha spiegato ai rappresentanti dei partiti che la proposta andrà in discussione nel decreto Aiuti ter, che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri giovedì sera o venerdì. Sul tavolo di Palazzo Chigi anche il ministero dello Sviluppo economico ha inviato una proposta che sembra avere molti punti di convergenza con quella di Orlando. Prevede infatti la restituzione di tutti gli incentivi ricevuti da parte delle aziende che delocalizzano ma non presentano un valido piano industriale di rilancio e ricollocazione. Amplia i termini della procedura, ma aggiunge anche che in mancanza di presentazione del piano o qualora il piano non contenga alcuni elementi essenziali il datore di lavoro non possa comunque avviare la procedura di licenziamento collettivo né intimare licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (nella versione della legge di bilancio scattavano solo sanzioni) e quintuplica le sanzioni per mancato accordo.
Ora una sintesi spetta alla presidenza del Consiglio, che valuterà nei prossimi giorni come procedere. Il dubbio, non solo a Palazzo Chigi, è se un inasprimento delle norme sia davvero efficace per frenare le delocalizzazioni. "L'urgenza di agire sembra in realtà più dettata - commenta dietro anonimato una fonte governativa - dalle esigenze della campagna elettorale". Lunedì anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha espresso perplessità: "Non è con una legge che si può pensare di risolvere il problema di Wartsila, ma rendendo attrattiva la produzione nel proprio Paese, come ha fatto il governo finlandese". Ma Orlando a Repubblica mostra grande determinazione: "Andiamo avanti, il rafforzamento delle norme sulle delocalizzazioni, tornando alla mia proposta iniziale, oggi si rivela essenziale anche alla luce delle dinamiche diverse cui stiamo assistendo, che non derivano sempre da vicende legate al costo del lavoro o alla pressione fiscale, ma da strategie che interessano imprese, sempre più frequentemente, in ottimo stato di salute. Siamo pronti a intervenire, in accordo con Giorgetti, con il decreto Aiuti ter in preparazione. La strada è segnata".