Euro, yen e valute emergenti. Il mondo cerca contromisure al super dollaro della Fed
di Carlotta Scozzari , di Carlotta ScozzariMILANO - Il nuovo, “maxi”, rialzo dei tassi annunciato dalla Fed statunitense dona ulteriore slancio al “super dollaro”. Che, nel giro di un giorno appena, comprime l’euro sui nuovi minimi e spinge il Giappone a intervenire sul mercato valutario, per la prima volta dal 1998, nel tentativo di rianimare lo yen. Nel pomeriggio di ieri, la valuta europea è arrivata a scendere fino a 0,9809 dollari, livelli che non si vedevano da dicembre del 2002, per poi recuperare terreno. Sta diventando un ricordo sempre più lontano quel cambio sopra la parità che negli ultimi anni aveva, per esempio, consentito di viaggiare negli Stati Uniti con una certa tranquillità.
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MILANO - Il nuovo, “maxi”, rialzo dei tassi annunciato dalla Fed statunitense dona ulteriore slancio al “super dollaro”. Che, nel giro di un giorno appena, comprime l’euro sui nuovi minimi e spinge il Giappone a intervenire sul mercato valutario, per la prima volta dal 1998, nel tentativo di rianimare lo yen. Nel pomeriggio di ieri, la valuta europea è arrivata a scendere fino a 0,9809 dollari, livelli che non si vedevano da dicembre del 2002, per poi recuperare terreno. Sta diventando un ricordo sempre più lontano quel cambio sopra la parità che negli ultimi anni aveva, per esempio, consentito di viaggiare negli Stati Uniti con una certa tranquillità.
A indebolire l’euro sono due principali fattori. Il primo riguarda il tempismo della Fed, che, per combattere un’inflazione galoppante, ha cominciato ad alzare i tassi di interesse prima della Bce, costringendo quest’ultima a inseguire. Il secondo fattore, ormai preponderante, è la crisi europea del gas. In questo peculiare contesto, un euro debole rende più onerose le importazioni di beni energetici, spesso denominati in dollari, alimentando così la spirale inflativa. Molti economisti e analisti, come Karen Reichgott Fishman di Goldman Sachs, parlano di “reverse currency war”, guerra al contrario delle valute, perché, se in passato le grandi potenze mondiali puntavano ad avere monete deboli per stimolare la crescita tramite le esportazioni, oggi il focus è sull’inflazione. E l’obiettivo è avere una valuta forte per riuscire a domare, tramite il minor costo dell’import, la crescita dei prezzi.
Agli Stati Uniti, insomma, fa comodo un dollaro forte, almeno fino a che le conseguenze geopolitiche non diventeranno troppo destabilizzanti. La corsa della moneta americana sta infatti creando grossi problemi ai conti pubblici dei Paesi emergenti, soprattutto ai grandi importatori fortemente indebitati. Il fatto è che la guerra in Ucraina ha contribuito all’impennata dei prezzi di buona parte dei beni energetici e alimentari di cui queste economie si riforniscono dall’estero e in dollari. E il rafforzamento del biglietto verde americano non ha fatto che aumentare le pressioni. Ne sa qualcosa lo Sri Lanka, il cui recente crac si spiega a partire da questo retroterra.
Ma c’è il “super dollaro” anche dietro la decisione annunciata ieri dalla Banca centrale giapponese di intervenire sul mercato dei cambi, vendendo riserve in valuta estera, a sostegno di uno yen sceso ai minimi dei 24 anni sulla moneta statunitense. La mossa si accompagna, però, alla decisione di mantenere i tassi di interesse sotto lo zero, malgrado un’inflazione al 2,8% (inferiore al 9,1% europeo ma comunque oltre il target del 2%), sancendo così una demarcazione netta rispetto alle politiche monetarie occidentali. Proprio ieri, la Bce, anche con l’obiettivo di rafforzare l’euro, ha confermato nuovi rincari del denaro nell’area dell’euro, in occasione della riunione del 27 ottobre. «Il punto di partenza dei tassi d’interesse è molto basso, quindi è chiaro che dobbiamo continuare ad alzarli» ha detto la componente del comitato esecutivo, Isabel Schnabel. Parole pesanti, visto che Schnabel non è considerata un “falco” ma una “colomba” per l’approccio monetario più focalizzato sull’economia che sull’inflazione.
Se la Bce ha preannunciato nuovi rialzi la Banca centrale britannica e quella nazionale svizzera sono passate all’azione. La prima alzando il costo del denaro di mezzo punto percentuale al 2,25%, livello che non si vedeva dal 2008. E la seconda annunciando un rialzo di 75 punti base allo 0,5%, con una mossa che ha archiviato una fase di tassi negativi durata oltre sette anni. La Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan invece fa storia a sé: con un’inflazione salita ad agosto oltre l’80%, la banca centrale del Paese ha deciso di tagliare di nuovo i tassi, dal 13 al 12 per cento.