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Caccia al metano per non fallire, aziende in fila alla Borsa del gas

(reuters)

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L'anno termico inizia tra una settimana, ma ai rivenditori italiani manca un terzo del fabbisogno. Da qualche settimana è corsa ad accreditarsi al Punto di scambio virtuale (Psv) per cercare sul mercato volumi aggiuntivi. Un centinaio di operatori rischiano il default
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MILANO - Mancano sette giorni all’inizio dell’anno termico, e manca un terzo dei 70 miliardi di metri cubi di gas necessari all’Italia per la nuova stagione.

Per accaparrarseli, decine di rivenditori corrono da qualche settimana a iscriversi al Punto di scambio virtuale, la piattaforma italiana equivalente della Borsa Ttf olandese. Ma sarà una ricerca vana per molti di loro, perché i pochi grossisti che riforniscono il mercato nazionale - Eni, Edison, Azerbaijan Gas Supply, Enel, Shell hanno l’87% dei volumi totali) hanno scarsa fiducia nella capacità dei rivenditori di onorare i contratti 2022-2023. Un riflesso quasi meccanico dato che i prezzi del metano si sono sestuplicati in un anno - un Mwh al Ttf ieri costava 188 euro, e qualche euro in più al Psv -, trainando al rialzo i costi delle garanzie fra controparti e dei rischi di credito. La situazione è tesa e fa prefigurare un «momento Lehman» a diversi op…

MILANO - Mancano sette giorni all’inizio dell’anno termico, e manca un terzo dei 70 miliardi di metri cubi di gas necessari all’Italia per la nuova stagione.

Per accaparrarseli, decine di rivenditori corrono da qualche settimana a iscriversi al Punto di scambio virtuale, la piattaforma italiana equivalente della Borsa Ttf olandese. Ma sarà una ricerca vana per molti di loro, perché i pochi grossisti che riforniscono il mercato nazionale - Eni, Edison, Azerbaijan Gas Supply, Enel, Shell hanno l’87% dei volumi totali) hanno scarsa fiducia nella capacità dei rivenditori di onorare i contratti 2022-2023. Un riflesso quasi meccanico dato che i prezzi del metano si sono sestuplicati in un anno - un Mwh al Ttf ieri costava 188 euro, e qualche euro in più al Psv -, trainando al rialzo i costi delle garanzie fra controparti e dei rischi di credito. La situazione è tesa e fa prefigurare un «momento Lehman» a diversi operatori del settore, mentre lobby come Utilitalia, Assogas, Arte parlano di «collasso del mercato» e chiedono aiuto al governo. Se il vecchio non farà tempo, toccherà forse al nuovo: gli squilibri tra offerta e domanda di gas, che infiammano i prezzi, mettono in pericolo la sopravvivenza di un centinaio di rivenditori, e la sicurezza delle forniture di molte imprese e famiglie.

La fila alla Borsa del gas

Quel che accade da fine luglio al Psv è emblematico, benché finora sia noto solo a pochi addetti ai lavori. C’è la corsa a iscriversi al Punto di scambio virtuale, la piattaforma di gestita da Snam dove i soggetti abilitati possono negoziare su base giornaliera il gas immesso nella rete nazionale. Le richieste sono decine, da parte di società industriali o più spesso di reseller - i rivenditori di gas spuntati come funghi dopo le liberalizzazioni degli ultimi anni - e avrebbero fatto salire il numero degli iscritti a 271. A fine 2021 l’ultima relazione dell’Arera ne censiva 199, «84 grossisti puri e 115 rivenditori».

Alla ricerca del gas che manca

L’assembramento, che trova conferme dietro le quinte istituzionali, sarebbe legato a tre fattori. Il principale, in un mercato in forte tensione da inizio anno, quando iniziò la penuria del gas russo che fino a primavera copriva il 41% dei consumi italiani, è ottenere più flessibilità strategica, per cercare anche sul mercato Psv il metano che non sarà possibile ottenere con il rinnovo dei contratti annuali, per indisponibilità dei grossisti o perché le condizioni sono proibitive. Il secondo, speculare al primo, riguarda l’ipoetsi che certe partite finora contrattualizzate si regolino quest’anno sul Psv, con volumi “spot” che consentirebbero di limitare i rischi di credito e i margini di garanzia (lo spot ha volumi circoscritti, mentre i contratti annuali impegnano a ritirare il gas su tutta la curva annuale). Ci sarebbe poi un terzo elemento, più opportunistico e legato alle prassi: gli operatori accreditati potrebbero avere un mese di tempo in più per dichiararsi inadempienti nei rifornimenti, facendo scattare la procedura del “default di trasporto”. Un meccanismo che obbliga i rivenditori morosi a pagare penali a Snam, e il monopolista dei gasdotti a rifornire per sei mesi i clienti orfani, comprando gas sul mercato.

"Un centinaio di operatori a rischio"

Secondo le stime di Utilitalia e di altri addetti la fatica a contrattualizzare il gas per l’annata potrebbe spazzare via un centinaio di aziende di settore. I più a rischio appaiono i piccoli reseller che finora si sono appoggiati su forniture e logistica dei grossisti. Tuttavia, sarebbero in difficoltà anche ex municipalizzate come Amgas Bari, Catania, Casale Monferrato, Voghera, Dolomiti Energia - anche se ha negato lo stato di default; mentre Estra fa sapere di essersi già assicurata volumi per 1 miliardo di metri cubi di gas in vista della nuova annata, a fronte di 1,2 miliardi di metri cubi forniti l'anno scorso. «La crisi porterà a una drastica riduzione degli operatori al dettaglio – ha scritto Equita - con concentrazione sui più grandi come Enel, Eni/Plenitude e le utility locali, che aumenteranno la quota di mercato». Intanto l’authority Arera starebbe discutendo l’ipotesi di modifiche al default di trasporto e al “Fornitore di ultima istanza”, chiamato a subentrare a Snam negli acquisti in default dopo sei mesi, e fino al 2023 è la coppia Hera ed Enel.