Dopo il no di Panetta Meloni attacca Draghi: “In ritardo sul Pnrr”
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso CiriacoROMA - Il punto di non ritorno, forse, è il rifiuto del ministero dell’Economia che l’agenzia Bloomberg attribuisce a Fabio Panetta. Probabile che la difficoltà a blindare una casella cruciale nel mezzo della crisi internazionale, con il rischio di indebolire il governo già in partenza, spinga Giorgia Meloni a mettere le mani avanti con un paio di uscite molto dure, che provocano la reazione di Mario Draghi. Dire che il premier sia infuriato non rende l’idea. Fosse il Fight Club, si potrebbe dire che la prima regola del premier è non parlare male del lavoro del premier sul Pnrr. Ne fa un punto d’onore. La certificazione di un impegno. Il senso della sua esperienza alla guida dell’esecutivo. E lo stesso vale per la battaglia sul gas. E così, quando legge le dichiarazioni di Giorgia Meloni, non crede ai propri occhi.
Meloni: "Sul Pnrr ritardi evidenti"
Prima un giudizio tombale sui progetti finanziati dall&rsqu…
ROMA - Il punto di non ritorno, forse, è il rifiuto del ministero dell’Economia che l’agenzia Bloomberg attribuisce a Fabio Panetta. Probabile che la difficoltà a blindare una casella cruciale nel mezzo della crisi internazionale, con il rischio di indebolire il governo già in partenza, spinga Giorgia Meloni a mettere le mani avanti con un paio di uscite molto dure, che provocano la reazione di Mario Draghi. Dire che il premier sia infuriato non rende l’idea. Fosse il Fight Club, si potrebbe dire che la prima regola del premier è non parlare male del lavoro del premier sul Pnrr. Ne fa un punto d’onore. La certificazione di un impegno. Il senso della sua esperienza alla guida dell’esecutivo. E lo stesso vale per la battaglia sul gas. E così, quando legge le dichiarazioni di Giorgia Meloni, non crede ai propri occhi.
Meloni: "Sul Pnrr ritardi evidenti"
Prima un giudizio tombale sui progetti finanziati dall’Europa: «I ritardi sono evidenti e difficili da recuperare, è una mancanza che non dipende da noi, ma che a noi verrà attribuita anche da chi l’ha determinata». Poi la previsione sul Consiglio europeo del 20 ottobre, «andrà Draghi e non io, anche perché prevedo che porteremo a casa poco o nulla». Di fatto, spiega che non forzerà troppo i tempi sulla fiducia (in realtà basterebbe aver giurato per volare al summit) perché di fatto non ne vale la pena.
È una frattura imprevista, controcorrente rispetto al lavoro intenso per un ordinato passaggio di consegne. E infatti il presidente del Consiglio stenta a crederci. Lo spiega ai suoi ministri, a margine della riunione dell’esecutivo: «Ma come – è il senso dei suoi ragionamenti - sono impegnato nella trattativa europea sul gas, dobbiamo difendere gli impegni sul Pnrr e si espone in questo modo?». In realtà vorrebbe dire: ed espone l’Italia in questo modo.
L'incredulità di Draghi
Il capo dell’esecutivo conosce gli equilibri di cristallo di Bruxelles. Combatte da mesi – finora con scarsi risultati - contro le resistenze tedesche e olandesi al price cap. Prova a convincere i falchi del Nord che le risorse del Recovery non sono sprecate. Draghi legge, dunque, poi convoca la cabina di regia e consapevolmente sostiene il contrario della leader destinata a succedergli: «Il governo ha adottato tutte le misure necessarie a favorire una efficace attuazione del Piano. Nel primo semestre del 2022, l’Italia ha raggiunto ancora una volta tutti gli obiettivi del Pnrr. Non c’è alcun ritardo. Se ci fosse, la Commissione non verserebbe i soldi. Ora spetta ovviamente al prossimo governo continuare il lavoro di attuazione. E sono certo che sarà svolto con la stessa forza ed efficacia».
“Ovviamente”, sottolinea per contrasto, «sono certo». Farà comunque quello che andrà fatto in Europa, fino alla fine. Anche perché ieri si è registrato almeno un piccolo progresso che a sera, forse per rimediare, Meloni definisce in un tweet un «passo avanti» che richiede adesso un ulteriore sforzo da parte di tutti i Paesi Ue. Fonti europee, infatti, hanno fatto sapere - alla vigilia del Consiglio che si aprirà a Praga - che qualche leader porterà sul tavolo l’opzione di un fondo Sure per fronteggiare la crisi energetica. Certo, Berlino è ostile, ma il dossier resta fondamentale, perché si tratta di prestiti per la spesa corrente con cui – a differenza del Pnrr – è possibile tagliare i costi in bolletta di famiglie e imprese.
Le difficoltà a formare il governo
Elefanti e cristallerie. Perché le Cancellerie europee lasciano trapelare, come riportato da Repubblica, che Draghi ha aperto un ombrello istituzionale su Meloni. E invece ora la prossima premier lo attacca e, attaccandolo, rischia di corrodere il filo che il presidente del Consiglio continua a mantenere con Francia, Germania e Commissione europea in nome dell’interesse nazionale. Sono gli stessi partner che osservano scettici la nascita del governo più di destra della storia repubblicana.
La domanda, allora, è sostanzialmente una: perché lo fa? E la risposta non cambia: cristalli ed elefanti, questa la riflessione ai vertici del governo in queste ore. Perché Meloni davanti ai suoi dirigenti nega una cosa ovvia, cioè «non sono mai stata draghiana, semmai collaboro alla transizione con il governo»? È in difficoltà con gli alleati, oppure prova a mettere le mani avanti, visto la montagna da scalare: «Ci aspettano sfide enormi, periodi difficili». Deve preparare il Paese a un possibile disincanto, forse. E risolvere problemi non irrilevanti nella squadra di governo, visto il no di Fabio Panetta.
Una transizione più difficile
Eppure Draghi non attacca frontalmente chi gli succederà. O almeno: non pubblicamente. La prossima settimana potrebbe anche portare in Consiglio dei ministri il Dpb, Documento programmatico di bilancio, che contiene l’ossatura della manovra: non vuol dire scrivere la legge di bilancio del futuro governo, ma iniziare a indicare le spese indifferibili per il 2023. E, così, rispettare la scadenza di metà ottobre, lasciando che sia poi Meloni a integrare il documento con le cifre reali della prossima manovra.
E ancora, il premier continua a difendere il lavoro del Transition team di Palazzo Chigi. Anche nelle ultime ore si sono visti il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli e il plenipotenziario meloniano, Giovanbattista Fazzolari. Un altro tassello di un passaggio di consegne ordinato. Ora, forse, un pizzico meno del previsto.