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Il rischio recessione è amplificato dalle banche centrali

(afp)
Questa settimana arriva l'Outlook del Fondo Monetario e dovrebbe dirci se ci sarà solo un rallentamento dell'economia o una vera e propria recessione. Ma al momento non ci sono segnali di una spirale prezzi-salari come negli anni 70-80
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Sulla base della prestazione, registrata quando si trattava di prevedere l'inflazione, sarebbe ragionevole diffidare. In fondo, la massa degli economisti, sia dentro che fuori le grandi istituzioni, aveva in gran parte pronosticato un fuggevole picco dei prezzi, destinato a rientrare rapidamente nei miti standard degli ultimi decenni. Invece, l'inflazione infuria ovunque da mesi. Perché, allora, dar loro fiducia adesso, quando, ugualmente in massa, prevedono un rallentamento brusco, anche vistoso, se non una recessione dell'economia globale?

Per l'economia italiana, così legata all'export, è un segnale negativo che si aggiunge a prospettive già difficili. Purtroppo, però, anche il Fondo monetario si aggiungerà al coro dei pessimisti questa settimana, con il suo autorevole Outlook. 

Due i motivi per cui, questa volta, i modelli econometrici potrebbero veder giusto. Il primo è che, statisticamente, quando il ral…

Sulla base della prestazione, registrata quando si trattava di prevedere l'inflazione, sarebbe ragionevole diffidare. In fondo, la massa degli economisti, sia dentro che fuori le grandi istituzioni, aveva in gran parte pronosticato un fuggevole picco dei prezzi, destinato a rientrare rapidamente nei miti standard degli ultimi decenni. Invece, l'inflazione infuria ovunque da mesi. Perché, allora, dar loro fiducia adesso, quando, ugualmente in massa, prevedono un rallentamento brusco, anche vistoso, se non una recessione dell'economia globale?

Per l'economia italiana, così legata all'export, è un segnale negativo che si aggiunge a prospettive già difficili. Purtroppo, però, anche il Fondo monetario si aggiungerà al coro dei pessimisti questa settimana, con il suo autorevole Outlook. 

Due i motivi per cui, questa volta, i modelli econometrici potrebbero veder giusto. Il primo è che, statisticamente, quando il rallentamento globale è veloce come in questi mesi, ristagno o recessione sono praticamente inevitabili. Il secondo è la sua universalità. Di solito, almeno una delle grandi locomotive mondiali continua a spingere, quando le altre si fermano. Forse è un altro capitolo della globalizzazione, ma, questa volta, America, Cina ed Europa - anche se per motivi non perfettamente sovrapponibili - si stanno fermando tutte insieme e la frenata di ognuna rimbalza sulle altre.

Ma che battuta d'arresto sarà? Non proprio mozzafiato e relativamente breve, prevedono (sempre a crederci) i più, perché l'inflazione, almeno nella più importante economia mondiale, quella americana, sarebbe già in discesa. Il rallentamento 2023 sarà vistoso (la crescita globale si ridurrebbe ad un magrissimo, per gli standard storici, 0,5 per cento) ma resterebbe positiva. O, invece, no, c'è una vera e propria recessione in agguato?

Il rischio, dicono economisti di varia estrazione, dalla World Bank al Peterson Institute of Economics, in effetti esiste e viene da un angolo inatteso. Anzi, proprio da chi è chiamato a salvarle le economie mondiali: le banche centrali. Il dubbio è che possano esagerare: avevano sottovalutato l'inflazione e,ora, per reazione, potrebbero sopravvalutarla. E, quindi, i bruschi rialzi dei tassi sono giustificati, ma le autorità monetarie devono essere consapevoli che gli effetti concreti sull'economia non intervengono subito, ma dopo un lasso di tempo di circa 18 mesi e non devono farsi prendere dal panico se non c'è un riscontro immediato nelle statistiche dell'inflazione. Non solo. Ma il timore più pungente, quello che si inneschi una esiziale spirale salari-prezzi, come negli anni '70-'80 - questa volta sarà l'Outlook Fmi a dirlo - per ora non fanno neanche capolino. Anzi, il calo dei salari reali gia determinato dall'inflazione, influendo sui costi, rallenta l'inflazione.

Ma le banche centrali, dicono questi economisti, rischia di realizzare lo scenario peggiore, solo per il fatto di agire tutte insieme. Nel mondo globalizzato, gli interventi di ogni banca vanno a combinarsi con quelle degli altri paesi, moltiplicandone gli effetti, al di là delle intenzioni e degli obiettivi dichiarati. Se la  Fed, ad esempio, alza i tassi, sale anche il dollaro e, negli altri paesi, cresce il prezzo delle importazioni, quindi, l'inflazione, costringendo le altre banche centrali ad una stretta più severa del previsto, in una continua rincorsa. Difficile evitarla del tutto, ma un maggior coordinamento e una più aperta trasparenza da parte delle singole banche centrali sulle proprie strategie potrebbe limitarla.