Economia

Dalmasso (Satispay): "Ai giovani dico: guardate alle aziende dinamiche. Lì potrete correre"

Alberto Dalmasso (a destra) con gli altri fondatori di Satispay
Alberto Dalmasso (a destra) con gli altri fondatori di Satispay 
Il fondatore dell'Unicorno fintech: "In Italia si può creare il lavoro. Serve caprie i macro-trend e cavalcarli. Shock come guerra e crisi energetica possono essere opportunità. Molte volte i ragazzi non sanno cosa cercano le aziende"
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MILANO - Alberto Dalmasso, cuneese classe 1984, è il ceo e uno dei tre fondatori di Satispay, la fintech italiana nata nel 2013 e appena incoronata "Unicorno", società da 1 miliardo di dollari. Ascolta il quadro sui giovani italiani spenti e sfiduciati che emerge dal rapporto del Censis e non si stupisce di esser chiamato in causa a commentarlo, lui che in questo momento è sulla bocca di tutti come storia di successo, di chi ce l'ha fatta. "C'è una grandissima voglia di raccontare e vivere da vicino le storie di chi ci sta provando", dice.

Cosa sognavi prima di lanciare Satispay e quale molla è scattata per creare un Unicorno?
"Sognavo una carriera manageriale, in finanza. Sono finito nel tunnel all'italiana: tanti complimenti e considerazione altissima, ma responsabilità e riconoscimenti ai minimi. Ero in una realtà valida, ma mi sentivo fermo. In un settore statico, in cui ci si dovevano rubare i clienti con i competitor. E con la netta sensazione che avrei dovuto attendere il mio turno, che la generazione prima di me si facesse da parte per salire di un gradino. Avevo sempre le antenne dritte su chi faceva percorsi fuori dall'Italia, amici in Australia o altrove, e cresceva in modo velocissimo. Fuori c'erano mille opportunità".

Quindi in Italia è possibile crearsi il lavoro?
"Sicuramente possibile. A un certo punto della mia breve carriera in finanza ho capito che in un mondo che si trasforma così tanto stavano nascendo grandi opportunità. Nel nostro caso era il superamento del contante, il capire che c'era un'esigenza di avere uno strumento più comodo per affrontare quel passaggio epocale. In Italia si trovano supporti onesti e competenti per lanciarsi: all'inizio noi siamo stati aiutati moltissimo. Abbiamo avuto professionisti che hanno sostenuto la nostra idea lavorando a costi bassissimi per incoraggiarci, e angel investor che ci hanno supportato. L'importante è guardare ai macro-trend che si sviluppano intorno a noi, e cavalcarli: shock come la pandemia, le guerre, la crisi energetica sono opportunità".

C'è un esercito di Neet. Come attivarlo?
"A scuola i professori non mi insegnavano quel che era utile sapere, ma quel che già sapevano loro. Noi assumiamo due persone al giorno e ne vorremmo quattro: i ragazzi non sanno quel che sta cercando il mercato. Se guardare ai macro-trend e cavalcarli è compito degli imprenditori, ai ragazzi dico: guardate alle aziende che crescono forte, rendetevi disponibili per quelle opportunità. Ci sono e la competizione tra imprese dinamiche per riempire quei vuoti è altissima. Non è necessario esser data scientist o ingegneri, ma avere l'attitudine a imparare. Certo, poi un corso di formazione professionale aiuta".

Però la trafila di stage e tirocini stronca anche il più ottimista. Perché un giovane non è pagato il giusto?
"Questo succede nelle aziende statiche, dove si entra con l'idea di restarci. Dobbiamo muoverci verso una realtà in cui il massimo delle responsabilità si ha a 30-40 anni. Quando la dirigenza è tutta over 50, forse non è il posto giusto. Non significa che non siano profili utili e di esperienza, ma non possono ricoprire tutti i ruoli esecutivi: io tra vent'anni non ce la farò a sostenere le pressioni che ho ora! Nelle aziende dinamiche, non è neanche contemplata la possibilità di tenere per mesi in stage una risorsa che nel giro di poco tempo può maturare e avere responsabilità importanti: se l'azienda corre, lo fanno anche le sue persone".