MILANO - L'inflazione Usa è dura a morire e da Washington le conseguenze si propagano in tutto il mondo, Italia compresa. Il dato pubblicato giovedì è chiaro: i prezzi americani hanno rallentato meno delle attese a settembre (da +8,3 a +8,2% in settembre contro stime per +8,1%) ma soprattutto la componente "core" - quella al netto di elementi volatili come alimentari ed energia - ha accelerato ancora salendo dal 6,3 al 6,6% del mese scorso.
E' il massimo da quarant'anni. Immobiliare (affitti e costi delle abitazioni), cibo, sanità, trasporti: molte le voci di rincaro. L'energia ha un po' frenato, ma ci si domanda quanto questo raffreddamento duri alla luce del taglio annunciato alla produzione di petrolio da parte dell'Opec+ che tanto ha fatto arrabbiare la Casa Bianca, al punto da portarla a rimettere in discussione i rapporti con l'Arabia Saudita e il price cap al greggio russo, che ora si teme possa generare ulteriori tensioni sui prezzi.
L'attesa per la recessione
La Federal Reserve, la Banca centrale americana che ha scolpito nel mandato il duplice obiettivo di stabilità dei prezzi e piena occupazione, sta dunque fallendo. Eppure ha già stretto il costo del denaro tre volte, e il mercato quota al 100% un nuovo rialzo dei tassi da 75 punti a inizio novembre e indica che c'è più di una probabilità più due che segua di nuovo nella riunione di dicembre. Mai come in questa fase storica, ha "bisogno" di una recessione dell'economia perché i prezzi si raffreddino davvero. E accompagnare la prima economia al mondo verso una fase di ribasso ha dirette conseguenze su tutte le altre economie.
La corsa delle Banche centrali e il rischio di sovra-reazione
La Fed è più avanti nel ciclo di rialzi della Bce, e la sensazione è che procederà ancora spedita con la stretta monetaria visto che finora non ha dato i suoi frutti. Il problema è che si fatica a individuare un livello ottimale di tassi al quale possa andare a posizionarsi. Incertezza e sfiducia derivano da due fattori: in primo luogo i mercati sono scottati dal recente errore di Washington, che a lungo ha derubricato la corsa dei prezzi come "temporanea", per poi esser smentita nei fatti. E non hanno indicazioni prospettiche cui appigliarsi per illuminare la strada futura, visto che il mantra della Banca centrale è di reagire ai dati macroeconomici, ex post.
Quel che è certo è che le istituzioni convergono nel mettere la lotta al caro-vita al punto numero uno dell'agenda. L'ha scandito la direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva, ricordando che l'inflazione è una tassa per i più deboli: "Senza stabilità dei prezzi" si mette a rischio l'economia. E "se l'inflazione degli Usa va fuori controllo per molto tempo, diventa un male per gli Usa ma anche per il resto del mondo". Le altre Banche centrali sono costrette a tenere il passo, e questa sinfonia restrittiva rischia di accelerare - forse pure troppo, temono alcuni - la discesa verso la recessione. Potrebbe insomma esserci una sovra-reazione da parte delle istituzioni monetarie al caro-vita, con le Banche centrali che hanno fretta di vedere i risultati delle loro scelte dimenticando che l'economia ne pagherà il prezzo tra qualche tempo.
Il peso del dollaro sulla "nostra" inflazione
Ma, nella pratica, perché quel che accade a Washington tocca le nostre tasche? La valuta è il più potente strumento di diffusione dell'inflazione fuori dagli Usa. A seguito delle strette Fed, al cui passo le altre Banche centrali non sono riuscite a stare del tutto - chi per scelta (la Cina) e chi per forza (la Bce, che vede molto da vicino una recessione causata dalla crisi energetica) - il biglietto verde si è rafforzato contro tutti i suoi principali competitor. Verso lo yen, per intendersi, sta ai massimi dal 1990. L'euro ha perso circa il 16% negli ultimi dodici mesi. E ciò alimenta inflazione negli altri Paesi. Ci sono diverse vie perché ciò accada. In primo luogo, se i prodotti made in Usa venduti in giro per il mondo non sono così tanti, ben maggiore è la quota di export mondiale denominata in dollari: circa 40 su cento. Su ogni acquisto in dollari, gli altri Paesi pagano una "tassa" data dall'effetto-cambio. E ciò genera una spirale inflattiva.
Nel caso dell'energia, tutto è lampante. In un contesto di crisi energerica, per l'Europa andare a comprare materia prima in dollari sui mercati internazionali è un ulteriore fattore di svantaggio e di complicazione per i piani della Bce. Secondo S&P, la svalutazione dell'euro del 16% nel corso dell'ultimo anno è causa di 0,5 punti percentuali di inflazione e di una riduzione di pari entità dei consumi da parte delle famiglie. E' dunque evidente il rischio per le economie del Vecchio continente, Italia compresa. Nel lungo periodo, certo, c'è anche una faccia chiara della luna: un guadagno di competitività per le aziende esportatrici europee. Il problema è che questo effetto è ritardato, si vede nel giro di 18-24 mesi. E se questo "sconto" che i venditori europei riescono a proporre ai compratori americani grazie al solo effetto-cambio arriverà in un momento di forte rallentamento dell'economia Usa (come si prospetta proprio alla luce del mix di inflazione e rialzo dei tassi Fed), il dividendo da raccogliere sarà risicato.
Il rialzo dei tassi e l'umore delle imprese che precipita
Un altro effetto diretto di questa situazione si vede sul credito. E ha sempre a che fare con i rialzi dei tassi Fed obbligati dalla corsa dei prezzi. Per chi ha debito in dollari, in particolare i Paesi emergenti, ciò pone un serio rischio di rifinanziamento, soprattutto dove i livelli di indebitamento sono già da stress. Ma visto che le altre Banche centrali non possono stare a guardare, i tassi stanno salendo un po' ovunque. E' un effetto generalizzato, e infatti lo spread tra Btp e Bund non si sta surriscaldando più di tanto. Ma il costo del debito pubblico sale, così come salgono le rate dei mutui per le famiglie e i costi di finanziamento per le imprese. Di contro, la liquidità parcheggiata senza rendimento si svaluta ogni giorno, con conseguenze subdole e potenzialmente molto forti anche per un portafoglio familiare. Anche questo aspetto ha ricadute evidenti su consumi e investimenti.
Restando alle cose di casa nostra, nell'ultima analisi di Bankitalia sulle prospettive delle imprese, che ha tracciato un netto rialzo delle aspettative di inflazione, si rileva ad esempio come il saldo tra i giudizi di miglioramento o peggioramento delle condizioni per investire si è portato ai minimi di inizi 2020: il colpo dato dalla corsa dei prezzi (insieme a tutte le altre incertezze di questo momento storico) sull'umore delle imprese è paragonabile allo shock del Covid.
Sempre Bankitalia, nell'aggiornare con un profondo taglio le stime per l'Italia nel 2023, è chiara nel puntare il dito contro l'inflazione per giustificare il peggioramento dello scenario: la frenata economica "rifletterebbe principalmente quella dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese in macchinari e attrezzature, che risentono dell'impatto dell'elevata inflazione sul reddito disponibile, della maggiore incertezza e dell'aumento dei costi di finanziamento. Vi inciderebbe inoltre il rallentamento degli scambi internazionali".
La prospettiva
Resta da vedere quanto l'azione della politica monetaria della Fed riuscirà a frenare i prezzi. Va detto che i rialzi dei tassi hanno bisogno di mesi per scaricarsi a terra, mentre gli elettori americani li vedono già ampiamente alla cassa (e Biden spera che non pesi troppo alle elezioni di mid-term). Secondo gli analisti di Abn Amro, ci sono gli elementi per pensare che un picco dell'inflazione sia arrivato: "I prezzi delle materie prime hanno raggiunto il massimo, i prezzi delle case stanno iniziando una correzione sulla scia dell'impennata dei tassi ipotecari, i consumi si stanno raffreddando e ci sono i primi segnali di una svolta nel mercato del lavoro. Se queste tendenze continueranno, le aspettative di inflazione resteranno ben ancorate e, tenendo conto dei ritardi con cui la politica monetaria funziona, riteniamo che la Fed possa esser fiduciosa di aver fatto abbastanza per inasprire la politica monetaria entro la fine dell'anno. Ma molto dipenderà dai dati".