Didi Gnocchi, con 3D produzioni per portare arte, cultura e storia al cinema e in tv
di Patrizia Capua , di Patrizia CapuaSul campo di basket è arrivata a nove anni, nel ruolo di ala. Che, piccola o grande, si trova in una zona laterale del terreno di gioco. Le ali servono spesso ad allargare il campo per permettere a play, guardia e centro di avere un’area centrale meno occupata dagli avversari. La definizione che ci fornisce Internet, allargare il campo, oggi si usa in politica per indicare il concetto di alleanze tra autonome e diverse coalizioni, ma si attaglia a Didi Gnocchi quando allargare il campo si riferisce alla conoscenza e alla rappresentazione della memoria della storia italiana e dell’arte.
La passione per i documentari. Su questo lavora in piazza Castello a Milano l’imprenditrice nata a Pavia nel 1961, con la sua società 3D produzioni, contenuti culturali multimediali per il cinema e la tv.
La sigla sta per ‘tre donne’, perché quando la ditta è stata fondata nel 1999, erano in tre: Didi Gnocchi, Caterina Pasolini e Emanuela Audi…
Sul campo di basket è arrivata a nove anni, nel ruolo di ala. Che, piccola o grande, si trova in una zona laterale del terreno di gioco. Le ali servono spesso ad allargare il campo per permettere a play, guardia e centro di avere un’area centrale meno occupata dagli avversari. La definizione che ci fornisce Internet, allargare il campo, oggi si usa in politica per indicare il concetto di alleanze tra autonome e diverse coalizioni, ma si attaglia a Didi Gnocchi quando allargare il campo si riferisce alla conoscenza e alla rappresentazione della memoria della storia italiana e dell’arte.
La passione per i documentari. Su questo lavora in piazza Castello a Milano l’imprenditrice nata a Pavia nel 1961, con la sua società 3D produzioni, contenuti culturali multimediali per il cinema e la tv.
La sigla sta per ‘tre donne’, perché quando la ditta è stata fondata nel 1999, erano in tre: Didi Gnocchi, Caterina Pasolini e Emanuela Audisio. Tutte giornaliste. Un sodalizio professionale e d’amicizia mai interrotto anche se nella società la prima è rimasta presto da sola. Un anno fa Emanuela Audisio ha firmato il documentario per ricordare lo scomparso Gianni Mura, ‘Mura Am(o)ur’. Le cartoline sentimentali di un grande giornalista’.
TUTTE LE STORIE DI DONNE IMPRESA
Didi Gnocchi, con un’equipe di giovani tra autori e tecnici, è a capo della società che nel 2021 ha fatturato due milioni di euro. “Una società anomala: sono tutti assunti, adesso siamo una trentina, i ruoli sono coperti, poi ci sono altri collaboratori. Quando abbiamo cominciato a produrre per il cinema, con dieci film documentari, è stato inserito personale più specializzato, che ha portato qualità e fatto crescere. Non ho autori televisivi, ho preferito lavorare con persone che venivano dal mondo universitario a cui ho insegnato a esprimersi con immagini”. Mamma di un figlio di 19 anni, Bruno, che da poco ha cominciato a vivere a Londra, “un ragazzo molto sensibile. È partito studiano Filosofia e Storia dell’arte e ha virato sul business”.
La grande arte al cinema. All’imprenditrice non piace la formula della fiction o di ricostruzioni d’epoca, ma pezzi di storia raccontati da attori da Oscar come Jeremy Irons sul museo Prado, Helen Mirren per Anna Frank. “Preferisco avere un volto cinematografico importante, non attori commerciali. È andata molto bene. La nostra è una macchina che non si ferma e deve continuare a produrre. Abbiamo due film finiti: uno è ‘Munch’, esce a novembre, un magnifico film, l’altro è il documentario con Jeremy Irons sulla storia del Museo Egizio di Torino, che abbiamo deciso di far uscire nel 2023. Nel 2021 abbiamo lanciato il docufilm ‘Venezia Infinita avanguardia’, 1600 anni dopo la sua fondazione”. Ogni lavoro costa tra i 300 e i 500 mila euro. “I miei prodotti vanno nei cinema del mondo, in Spagna, negli Stati Uniti. Anche in paesi inaspettati come la Colombia. L’Inghilterra e la Francia hanno sempre la puzza sotto il naso nei nostri confronti. Il lavoro che ho fatto sull’arte mi ha spalancato le porte su un patrimonio da raccontare con una straordinaria capacità che non ha nulla da invidiare, per esempio, agli inglesi, convinti invece di potercelo insegnare”.
Spirito agonistico mutuato da Gnocchi anche dallo sport. “Non è irrilevante nella mia vita. Un impegno nelle squadre giovanili di basket e poi con Annabella in A2. Ho smesso al primo anno di liceo perché erano molto forti altri richiami. La mia famiglia cattocomunista, con mamma Mina e una sorella più giovane, mi nutriva di cultura in generale, molto cinema e con un’educazione di tipo classico. Mio padre Guido Gnocchi, avvocato di sinistra, uno dei fuoriusciti dal Pci per entrare al Manifesto, mi portava da bambina in stanze fumose. Era il 1969, l’anno della strage di piazza Fontana, dell’arresto di Pietro Valpreda, papà ci riferiva notizie e commenti su tutto quello che accadeva intorno. Si parlava molto di Pasolini, in casa avevamo una ricca biblioteca, era stimolante”.
Lei che da ragazza voleva fare l’antropologa come Margaret Mead, allieva del liceo scientifico Taramelli, nonostante la vocazione umanistica “mai scesa sotto il sette”, universitaria riluttante per qualche anno tra Giurisprudenza e Filosofia e poi chiuso, ha cominciato a scrivere alla Provincia Pavese con l’allora direttore Gaetano Rizzuto che veniva dall’Ora di Palermo. “Mi incaricò di seguire il regista Dino Risi che era arrivato a Pavia per girare ‘Fantasma d’amore’ con Romy Schneider e Marcello Mastroianni, e mi chiese di coprire tutta la stagione teatrale del teatro Fraschini. Mi assunsero, avevo 20 anni”. È durata un po’ poi si è licenziata per fuggire dal suo guscio provinciale, diretta a Milano, con il gusto di ritornarci convinta in seguito.
Voleva provare a capire com’era la televisione. Lo disse a Bruno Bogarelli, l’inventore dei programmi giornalistici della Fininvest, colui che ha portato la Nba in Italia con il racconto di Dan Peterson. Era stato direttore della rivista ‘Giganti del basket’. Le rispose come era nello spirito di Berlusconi di allora: i giornalisti non capiscono nulla di televisione, se vuoi devi ricominciare da capo. “Aveva ragione, la scrittura era tutt’altro”. Per Gnocchi fu una scuola dura, la spedirono per un breve stage alla Cbs. “Volevano che imparassi a comunicare attraverso i promo che allora non c’erano in Italia”. Una full immersion in un linguaggio televisivo molto impressive, di effetto, affiancato da un particolare montaggio. Cominciò con Guglielmo Zucconi, a ‘Dovere di cronaca’, e realizzò un primo servizio sulla canzone di protesta in Italia negli anni della contestazione. La trasmissione durò poco per dissensi sulla linea politico-editoriale in occasione del referendum sul nucleare, in cui democristiani e socialisti votarono diversamente. “Fu quando Craxi invitò ad andare al mare. Zucconi era schierato dall’altra parte. E si giocò il posto. Mediaset per me è stata un’esperienza molto formativa. Come tecnologia aveva le sale più avanzate d’Europa, poi c’era una situazione di benessere economico, io che avevo poco più di 20 anni, ho avuto l’opportunità di fare l’inviata”.
Il suo primo documentario nel 1989 fu ‘Fantasmi al passo dell’oca’ sull’ondata neonazista in Germania. “Sono cresciuta molto rapidamente. Il neonazismo, la storia in generale è rimasta nella mia vita molto importante. Quando nascono i tg a Mediaset mi ritrovo a coprire la Russia, non ero corrispondente, andavo e venivo, per tanti anni, da Cernobyl alle elezioni, fino al 2000”. Quando nel 1992 scoppia Mani pulite, e due anni dopo Berlusconi scende in politica, cambiano le cose in azienda. “Io sicuramente non ero in linea. Ho lavorato con Emilio Fede, all’inizio c’erano tensioni forti, anche se sulla qualità del lavoro è stato rispettoso e non mi ha mai chiesto cose che potessero mettermi in difficoltà”.
In quegli anni l’imprenditrice mette mano a un libro, ‘Odissea rossa’, che verrà pubblicato da Einaudi nel 2001. “È stata un’urgenza raccontare la storia che mi era capitata per le mani, di Edmondo Peluso, napoletano, un comunista molto anomalo, diverso dai suoi compagni italiani, un viaggiatore del mondo”. Perseguitato dal fascismo, va in Russia ma finisce nelle purghe del ’38, per resistenza ai processi staliniani. Nel 1942 verrà fucilato. “La Russia è stata importante per me, viaggi nella neve, stavo fuori giorni e giorni, ho imparato a gestire e tener la pressione dei gruppi di lavoro. Le difficoltà vissute allora mi hanno dato la forza che ho oggi di gestire la mia impresa”.
Tre anni fa ha realizzato un documentario sulla storia del museo Hermitage di San Pietroburgo, con Toni Servillo come narratore. “Ricordo ciò che mi disse il direttore Michail Piotrovskij: l’arte a San Pietroburgo è sempre stato il ponte che ci ha tenuto legati con l’Occidente. Quando è cominciata la guerra di Putin, ho pensato che sarebbe stato necessario riuscire a tenere questo ponte. Per me avendo molto amici laggiù è una grande sofferenza, il conflitto è frutto di incomprensioni ferocissime”.
Visto che i documentari per Mediaset non erano funzionali al business, Didi Gnocchi ha scelto la coerenza. “Ho avuto moltissimo da quella azienda, ma ci vuole il coraggio di costruirsi un’alternativa. Nel 1999 le prime cose le ho fatte in casa, con un computer, poi ho annunciato ai miei capi che volevo sganciarmi, dovevo diventare autonoma”. Acquista una telecamera e girando un po’ da sola produce il documentario ‘Sopravvivere d’arte’, su Betty Bee, artista trentasettenne napoletana, sottoproletaria, un’infanzia segnata da violenze in famiglia, che grazie al successo ottenuto con l’arte si emancipa, abbandona la periferia di Ponticelli e compie un salto sociale. Il docufilm vince al film festival di Torino del 1999.
“Il documentario in Italia è ancora un genere di nicchia. Ma soprattutto nelle fasi storiche del paese in cui era sempre più difficile interpretare la realtà, l’arte è apparsa come la chiave d’accesso, la sciabolata che ti dà l’intuizione. Noi facciamo un prodotto medio alto, non proprio popolare. La molla non è stata il business ma il desiderio di conoscenza e la passione”.
La nascita di Sky Arte è il trampolino, “Al di là degli Angela con contenuto scientifico didattico, a me, che ho già fatto tanto, piace dare la possibilità a persone che so di qualità, di realizzare delle opere. Devi saperle scegliere. Spesso l’ego maschile è faticoso ma io sono molto paziente, so che le cose importanti sono altre, cerco di evitare le tensioni perché mi preme di arrivare alla fine”. I produttori di solito partono solo se hanno la garanzia del ‘tutto coperto’. “Sto provando a cogliere le opportunità e a coinvolgere anche i ministeri con le nostre proposte”.
Nel master plan di Gnocchi c’è anche Artbox, un magazine settimanale in onda prima su Sky Arte e ora sulla 7, che produce da otto anni, per raccontare le mostre in Italia, in partnership con istituzioni, gallerie e musei. “Figlio di una web tv, nata intorno al 2007, Ultrafragola Channels. Siamo stati dei pionieri. Come protagonisti non c’erano veline e grandi fratelli ma architetti come Vico Magistretti, Norman Foster, Ettore Sottsass, Aldo Rossi e molti altri per narrare la società attraverso l’arte, il design e l’architettura. Per costruirla chiamai la figlia di Tullio Regge, Marta, geniale come il padre, una ragazza che si occupava di computer”.
Il lavoro oggi ancora è “su cose che mi interessano. ‘Noi donne afgane’ e ‘Noi donne iraniane’ è fatto con due giornaliste, Sabina Fedeli e Anna Migotto. Stiamo realizzando interviste con dei fuoriusciti. Al Festival di Roma portiamo ‘I magnifici quattro della risata’: Nuti, Verdone, Benigni e Troisi, acquistato da Rai documentary. Nell’anniversario della marcia su Roma, per il docufilm ‘Mussolini ha fatto anche cose buone’ ho acquistato i diritti del libro di Francesco Filippi. ‘Napoleone’ è andato su Canale 5.
Sul set è nata l’amicizia con Carolina Rosi, “una persona di grande generosità. Mi ha dato molto con il film ‘Citizen Rosi’, su suo padre Francesco, di cui siamo state entrambe registe e produttrici. Mi è rimasta amica”. Con Renzo Arbore ha messo in video ‘Storia della radio’, ‘Mariangela’, ‘Napoli signora’.
Quando le serve materiale per un nuovo lavoro Didi Gnocchi scatena una ricerca quasi maniacale. “Per ogni documentario riempio due scaffali della mia libreria. Stiamo lavorando a quello su Ennio Flaiano per la Rai. Non parliamo di Eduardo, che non manovravo assolutamente”. Se leggere la stanca, Gnocchi si serve degli audiolibri. “I più recenti, avevo la febbre, Morante e Dostoesvskij, con ‘Menzogna e sortilegio’ e ‘I fratelli Karamazov’. Di straordinaria attualità”. Allo sport ora dedica 20 minuti di allenamento con l’ellittica appena sveglia, “per correggere i danni del basket”. In vacanza tanta Sicilia, “la mia seconda regione” e le Marche, Senigallia. “Da tanti anni ho in affitto una casona nel Piacentino, ad Agazzano vicino a Monte Bolzone.
È stato a lungo il buen retiro per tutta la famiglia, ha segnato un periodo. Mio padre non c’è più e mia madre è ammalata”. Tanti amici sono entrati a far parte della sua vita grazie al lavoro. Con una signora svizzera “diventata mia amica carissima, Pina Antognini, è nato MemoMi, finanziato dalla fondazione Pasquinelli, museo virtuale sulla storia e la memoria di Milano. In nove anni abbiamo realizzato 400 documentari. E ora tocca a Capodimonte, la mostra che parte dal Prado sulla scoperta del Rinascimento da parte di artisti spagnoli a Napoli che si incrociano con gli italiani. L’anteprima per il Prado a Madrid è per la fine dell’anno e poi aspettiamo che la mostra torni a Napoli in primavera”.