Dattoli (Talent Garden): "Le competenze contano più della laurea"
di Sara Bennewitz , di Sara BennewitzMILANO - La capacità delle aziende di essere flessibili permetterà loro di attrarre i talenti migliori, e le competenze digitali che mancano un po' ovunque faranno la differenza anche senza un diploma di laurea. Questa in sintesi l'opinione di Davide Dattoli, che talenti ne sa qualcosa, e con la sua Talent Garden lo scorso anno ha formato 25mila persone in tutto il mondo.
Negli Usa c'è molta polemica sul fatto che i giovani lasciano le università che costano troppo, ed entrano nel mondo del lavoro: voi che fate formazione come la pensate?
Quello che conta nel mondo del lavoro è avere delle competenze, non sempre la laurea riesce a garantire che al titolo corrisponda una preparazione adeguata, anzi. Siamo in contatto con tantissime aziende da Lavazza a Fideuram, che ci chiedono di formare i loro dipendenti. Vale per i giovani appena inseriti, ma anche per i cinquantenni che vogliono riqualificarsi all’interno di un mondo che &egrav…
MILANO - La capacità delle aziende di essere flessibili permetterà loro di attrarre i talenti migliori, e le competenze digitali che mancano un po' ovunque faranno la differenza anche senza un diploma di laurea. Questa in sintesi l'opinione di Davide Dattoli, che talenti ne sa qualcosa, e con la sua Talent Garden lo scorso anno ha formato 25mila persone in tutto il mondo.
Negli Usa c'è molta polemica sul fatto che i giovani lasciano le università che costano troppo, ed entrano nel mondo del lavoro: voi che fate formazione come la pensate?
Quello che conta nel mondo del lavoro è avere delle competenze, non sempre la laurea riesce a garantire che al titolo corrisponda una preparazione adeguata, anzi. Siamo in contatto con tantissime aziende da Lavazza a Fideuram, che ci chiedono di formare i loro dipendenti. Vale per i giovani appena inseriti, ma anche per i cinquantenni che vogliono riqualificarsi all’interno di un mondo che è cambiato molto velocemente. Le aziende sanno di cosa hanno bisogno, e le scuole e le università non sempre riescono a formare i giovani. C’è un gap pazzesco tra offerta e domanda. General Motor ha tolto tra i requisiti delle richieste di lavoro la laurea. Non voglio essere frainteso, mi lasci aggiungere che non dico che non servano più le università, ma vedo con chiarezza che è ora di apportare profondi cambiamenti perché tutto il mondo della formazione subirà presto grande rivoluzione, anzi è già in atto.
Stiamo aggregando competenze e società diverse, lo abbiamo fatto in Svezia e Danimarca, abbiamo vinto una gara internazionale e appena inaugurato a Bilbao uno spazio dedicato all’innovazione dove lavoriamo insieme a PwC e portiamo al governo basco il nostro focus sulla formazione di competenze digitali e stiamo guardando con interesse altri Paesi come il Portogallo, che stanno diventando la Silicon Valley d’Europa. Anche in Italia continuiamo a crescere e dove possibile affianchiamo anche le università. Proprio questa settimana abbiamo inaugurato un nuovo spazio in puglia insieme al politecnico di Bari che ben vede la necessità di un cambiamento e, non a caso, ha il rettore più giovane d’Italia.
Le aziende lamentano che le università non fanno abbastanza per preparare i ragazzi al mondo del lavoro, lei cosa ne pensa?
Sono d’accordo, perché ci sono interi comparti dove l’offerta di lavoro è superiore ai posti reali, e viceversa altri dove non si trovano abbastanza laureati per colmare queste necessità. La mia proposta è quella di mettere il numero chiuso in tutte le facoltà, partendo dalla domanda di posti di lavoro: se servono 5mila esperti di marketing digitale o di analisi dei dati, forse converrebbe orientare i giovani a questo tipo di studi piuttosto che ad altri dove non ci sono sbocchi lavorativi. Senza dimenticare che un grande lavoro va fatto anche sulle famiglie. I genitori devono capire che una carriera di opportunità oggi è più probabile nel digitale che non tra le aule di un tribunale o in banca dietro uno sportello, che infatti spariscono ogni giorno.
Si parla molto di smart working, tra modelli ibridi, tutti in ufficio e tutti a casa, anche i colossi della Silicon valley hanno adottato soluzioni diverse. Lei come la vede?
Io penso che ogni persona è a sé, e le aziende che riusciranno a essere flessibili attireranno i clienti e riusciranno a trattenere i talenti migliori. Con la pandemia anche noi che siamo nati come un luogo condiviso di scambio di idee e competenze, abbiamo consigliato ai nostri di stare a casa: qualcuno ha reagito malissimo, qualcun altro si è sentito liberato dal dovere di venire qui. Le regole non funzionano, sia per chi sceglie modelli ibridi con griglie predefinite di orari e giorni, sia per chi impone uno o l’altro modello. Le aziende che lasceranno ai lavoratori la libertà di decidere dove e in quali orari sono quelle che attireranno i talenti migliori.
Ma non crede che per i giovani stare insieme in presenza sia più formativo e li aiuti a crescere più velocemente?
Non credo che sia un problema di età ma di attitudine mentale. Anzi spesso sono le persone più avanti negli anni che non sanno rinunciare alle loro abitudini, compresa quella di andare in ufficio. Alcune persone hanno un'intelligenza sociale e rendono di più in presenza, altre viceversa, si deconcentrano e in presenza perdono più tempo.
Quindi mi sta dicendo che l'organizzazione del lavoro dovrà partire dal basso?
Esatto, sono i dipendenti i primi a dover capire qual e’ per loro la modalità più efficiente di lavorare, la libertà di scegliere è importante, le aziende che riusciranno a garantirla saranno premiate. Chi invece impone un modello, catalizzerà solo quelle persone che vi si riconoscono per attitudine. Il mondo non si è fermato durante la pandemia, anzi è aumentata la produttività. Viceversa al rientro in ufficio in molti si sono licenziati perché dopo aver assaporato la flessibilità, non sono più riusciti a tornare indietro e hanno cercato un posto che poteva garantirgliela.