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Anche Wall Street aspetta il voto di Midterm. E stavolta ha paura per una possibile impasse politica

Storicamente dopo le elezioni di metà mandato i listini risalgono con più vigore rispetto alle altre annate. Ma stavolta c'è il rischio di uno stallo politico e nuova volatilità se i repubblicani soffieranno la maggioranza alla Camera o al Senato. Le offerte dell'1% più ricco al partito di Trump portano a 16,7 miliardi la raccolta delle campagne, nuovo record
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MILANO – Negli Usa lo definiscono “il più importante Midterm di sempre”. E i numeri provano che quello di martedì sarà uno dei maggiori election day di sempre, e che ha stabilito il record di spesa per le campagne elettorali: 16,7 miliardi di dollari, contro i 14 miliardi del primato 2018. Per queste ragioni, e per la delicata fase che attraversa l’economia Usa, l’appuntamento avrà effetti a Wall Street. Dove finora le cose stanno andando “secondo copione” degli anni di metà mandato: rendimenti fiacchi e volatilità nella parte iniziale, ripresa mentre si avvicina il voto (e ottobre è stato il mese migliore dal 1976 per l’indice Dow Jones, in recupero del 13,9%). Ma per vedere un consolidamento del rimbalzo azionario, pure contemplato dagli annali statistici, servirà che dall’urna esca un risultato chiaro, senza quei rischi di ingovernabilità che potrebbero prodursi se i…

MILANO – Negli Usa lo definiscono “il più importante Midterm di sempre”. E i numeri provano che quello di martedì sarà uno dei maggiori election day di sempre, e che ha stabilito il record di spesa per le campagne elettorali: 16,7 miliardi di dollari, contro i 14 miliardi del primato 2018. Per queste ragioni, e per la delicata fase che attraversa l’economia Usa, l’appuntamento avrà effetti a Wall Street. Dove finora le cose stanno andando “secondo copione” degli anni di metà mandato: rendimenti fiacchi e volatilità nella parte iniziale, ripresa mentre si avvicina il voto (e ottobre è stato il mese migliore dal 1976 per l’indice Dow Jones, in recupero del 13,9%). Ma per vedere un consolidamento del rimbalzo azionario, pure contemplato dagli annali statistici, servirà che dall’urna esca un risultato chiaro, senza quei rischi di ingovernabilità che potrebbero prodursi se i repubblicani soffieranno la maggioranza ai democratici alla Camera o al Senato. E in parallelo, ci sarà poi da affrontare un ciclo economico tra i più cattivi a memoria d’uomo, che segna già la recessione tecnica, con la Fed determinata ad alzare ancora i tassi per frenare l’inflazione e un quadro globale di forti tensioni geopolitiche con Russia e Cina.

I repubblicani tentano il sorpasso alla Camera e al Senato

Il voto delle prossime ore – ma quasi 40 milioni di americani hanno già votato con la scheda anticipata – riguarda la totalità dei seggi della Camera (435 deputati) e un terzo del Senato (100 senatori), e in 36 Stati su 50 va rinnovato il governatore e le relative assemblee. Nei due rami del Congresso Usa la maggioranza è oggi dei democratici, ma con numeri molto risicati: e i sondaggi danno in vantaggio i repubblicani, specie alla Camera. Le difficoltà dell’economia, e la corsa dei prezzi di beni e servizi a due cifre percentuali, sono infatti un assist per il partito di Donald Trump, che sta cavalcando lo scontento popolare per produrre nuovi equilibri politici e lanciare la sua terza candidatura per la Casa Bianca nel 2024: dove avrebbe modo di prendersi la rivincita su un indebolito Joe Biden, e di lasciarsi alle spalle le indagini dell’Fbi per spionaggio che lo tallonano.

Gli effetti sui mercati: più volatilità, ma anche un possibile rally

E’ evidente che l’appuntamento produrrà diversi effetti sulle quotazioni. E una ricerca di Capital Group, un fondo di gestione globale con sede negli Usa che ha analizzato 90 anni di elezioni di metà mandato, segnala una serie di analogie e di differenze: Intanto, nelle ultime 22 tornate il partito del presidente – in questo caso di democratici - ha perso in media 28 seggi alla Camera e 4 al Senato. Solo in due casi il partito in carica ha guadagnato seggi in entrambe le aule. Una tendenza notoria, ma non così scontata quando può produrre cambiamenti negli equilibri del potere, e delle seguenti ripercussioni sulle prossime misure politiche. Seconda tendenza: nelle annate di metà mandato, i rendimenti dell’indice S&P 500 tendono ad essere fiacchi, con rendimenti medi inferiori, specie “fino a poco prima delle elezioni”, si legge in una nota. I mercati riprendono invece quota nelle settimane immediatamente precedenti il voto: un po’ come avvenuto finora nel 2022, benché la guerra e le dinamiche inflazionistiche siano agenti esterni al Midterm. Anche la volatilità, ovvero gli scostamenti dei prezzi, è in genere più elevata negli anni di metà mandato: “le campagne elettorali amplificano sistematicamente i messaggi negativi”, è una delle ragioni esposte nella nota, che ha trovato, dal 1970 a oggi, oscillazioni mediane dei rendimenti di quasi il 16%, rispetto al 13% degli altri anni. Tuttavia, stando agli annali, il peggio potrebbe essere alle spalle. Matt Miller, economista politico di Capital Group, segnala “la tendenza dei mercati a rimbalzare fortemente nei mesi dopo il Midterm”, e il fatto che “spesso il recupero non è stato di breve termine: dal 1950 i rendimenti medi un anno dopo le elezioni di metà mandato sono stati del 15%, più del doppio della media degli altri anni.

Record di donazioni grazie all’1% più ricco

L’importanza della posta è confermata dai dati raccolti dall’organizzazione OpenSecrets. Finora le donazioni ammontano a 16,7 miliardi di dollari, equamente divise tra seggi nazionali e locali. C’è lieve prevalenza dei fondi raccolti dai candidati repubblicani, che si accentua sui flussi giunti dalle tasche più profonde. Mai come stavolta i miliardari sono protagonisti della tornata elettorale: l’1% più abbiente ha versato il 38% delle somme totali, concentrate sulla cinquantina di seggi in bilico (quasi tutti alla Camera). Dei 25 maggiori donatori censiti ben 18 pagano per l’opposizione repubblicana, che finanziano per un quarto del totale, mentre solo il 14,5% dei soldi dei democratici arriva dai big. Tra i grandi nomi per il partito di Trump ci sono Richard Uihlein del colosso degli imballaggi Uline (135 milioni) e Kenneth Griffin, finanziere del fondo hedge Citadel. Mentre il principale sponsor per Biden è George Soros, che ha stanziato 126 milioni per la sua organizzazione Democracy Pac (che poi ha dato 15 milioni alle campagne), oltre al trentenne investitore in criptovalute Samuel Bankman-Fried, che ha offerto 37 milioni.