ROMA - L'elefante nella stanza è il lavoro sempre più povero. Salari già bassi prima del ritorno dell'inflazione. Ora zavorrati in una non rincorsa con i prezzi che presto innescherà una recessione nei consumi e nell'economia. Il tema è stato posto da sindacati e imprese al tavolo con il governo. Per ora senza risposte adeguate, se non bonus e fringe benefit molto settoriali. E una promessa di proroga del taglio di due punti di Draghi al cuneo fiscale. Ma la crisi è dietro l'angolo. Ce lo dicono i numeri della Nadef: +7% di inflazione quest'anno, +5,5% il prossimo, quasi venti punti extra in cinque anni, mentre le retribuzioni stanno sotto, recuperano lentamente e solo della metà. Con un Pil dal 2023 di nuovo allo zero virgola.
Tanti contratti scaduti
Appena due settimane fa Istat raccontava che la metà dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato - oltre 6 milioni - aspettano il rinnovo del loro c…
ROMA - L'elefante nella stanza è il lavoro sempre più povero. Salari già bassi prima del ritorno dell'inflazione. Ora zavorrati in una non rincorsa con i prezzi che presto innescherà una recessione nei consumi e nell'economia. Il tema è stato posto da sindacati e imprese al tavolo con il governo. Per ora senza risposte adeguate, se non bonus e fringe benefit molto settoriali. E una promessa di proroga del taglio di due punti di Draghi al cuneo fiscale. Ma la crisi è dietro l'angolo. Ce lo dicono i numeri della Nadef: +7% di inflazione quest'anno, +5,5% il prossimo, quasi venti punti extra in cinque anni, mentre le retribuzioni stanno sotto, recuperano lentamente e solo della metà. Con un Pil dal 2023 di nuovo allo zero virgola.
Tanti contratti scaduti
Appena due settimane fa Istat raccontava che la metà dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato - oltre 6 milioni - aspettano il rinnovo del loro contratto nazionale. Ne risultano scaduti almeno 501 su circa mille in banca dati Cnel, di cui neppure un quarto sono firmati da Cgil, Cisl e Uil. La mancanza di una legge sulla rappresentanza - chi rappresenta chi, tra associazioni dei lavoratori e delle imprese - non agevola, anzi rallenta e complica la contrattazione. Il tempo medio di attesa per il rinnovo dei contratti scaduti è passato, in un anno, da quasi 29 a 34 mesi. Ma è una media, visto che si va dai vigilanti, che aspettano dal 31 gennaio 2016 e sono pagati 4,60 euro all'ora, ai due principali settori dei servizi in attesa, rispettivamente, da fine 2018 e 2019: turismo e commercio, ovvero oltre tre milioni di dipendenti.
Basse retribuzioni
Non c'è da farsi illusioni. Nei primi nove mesi di quest'anno, calcola Istat, le retribuzioni sono cresciute dell'1,1% appena, a fronte di un'inflazione che lambisce il 12%, al massimo da quarant'anni. Non per tutti i settori è andata allo stesso modo. I ministeri registrano un +9,3%, per il recente rinnovo contrattuale. I militari un +3,8%. Le farmacie private un +3,9%. L'edilizia un +3,3%. In ogni caso, ben sotto la variazione dei prezzi. Questo significa perdita di potere d'acquisto, rinunce nel carrello della spesa, sacrifici forti se non tagli anche per istruzione e sanità. Nelle fasce di reddito più basse, ci dice ancora Istat, l'inflazione vola quattro punti più su di quelle alte. L'impatto non è dunque lo stesso per tutti i lavoratori e le loro famiglie.
Il nodo dell'Ipca
Il rinnovo dei contratti è poi un'arma a doppio taglio. I settori che hanno rinnovato prima della grande onda inflattiva portata dai costi energetici non l'hanno fatto nell'ottica di recuperare una così estesa perdita di valore dei salari. Quelli che stanno rinnovando ora, sono legati ad un indice che si chiama Ipca - contrattato a suo tempo con Confindustria e gli altri datori di lavoro - al netto proprio della componente energetica. Questo indice viene fissato ogni anno da Istat e ora è al +4,7%. Per i sindacati è uno strumento inadeguato. Le imprese non vogliono toccarlo. Così anche si spiega lo stallo. C'è il timore, condiviso da Bankitalia, di surriscaldare l'economia e attivare una spirale prezzi-salari che si rincorre senza chiudersi mai. Piombando l'Italia in una crisi stile anni Settanta, esorcizzata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco nelle sue ultime Considerazioni finali.
I bonus e le richieste
Di qui la preferenza, condivisa prima dal governo Draghi e ora replicata da Meloni, di procedere a bonus e interventi una tantum. Con il rischio però di non risolvere la questione salariale in Italia che dura da trent'anni. Dal 1990 al 2020 il nostro Paese è l'unico che registra un calo dei salari (-2,9%) contro il +38,5% della media dei 36 Paesi Ocse. Nello stesso tempo, segnala un recente rapporto Inapp, la produttività italiana è salita del 21,9%, sfatando molti miti. Nell'ultimo decennio, tra 2010 e 2020, le buste paga sono andate giù dell'8,3%. La stessa Ocse prevede un -3% per i salari reali in Italia nel 2022, contro una media Ocse del 2,3%. Ecco perché Confindustria e sindacati chiedono di intervenire subito con un taglio importante del costo del lavoro. Accompagnato da una detassazione per spingere i rinnovi contrattuali. Senza per ora aver avuto risposte soddisfacenti.