Sarmi (Asstel): Google e i giganti del web paghino investimenti nella Rete. Urso: in Italia sarà pubblica. Butti contro Colao
di Aldo Fontanarosa , di Aldo FontanarosaROMA - Senza l'autostrada di Internet, i giganti dell'economia digitale - Google, Facebook e le loro sorelle - non potrebbero funzionare né fatturare.
E dunque questi giganti, dai bilanci economici che neanche alcuni Stati del mondo, devono pagare. Più in concreto "dovrebbero partecipare agli investimenti necessari sulla Rete a fronte di specifici incrementi di traffico".
Il casello
Massimo Sarmi, che presiede l'Associazione confindustriale delle aziende delle telecomunicazioni (Asstel), presenta il conto alle aziende - soprattutto statunitensi - che usano le autostrade digitali senza mai fermarsi al casello per sganciare qualcosa.
L'occasione è il "Forum Nazionale delle Telecomunicazioni in Italia", che l'Università Luiss di Roma ospita per la sua edizione del 2022.
ROMA - Senza l'autostrada di Internet, i giganti dell'economia digitale - Google, Facebook e le loro sorelle - non potrebbero funzionare né fatturare.
E dunque questi giganti, dai bilanci economici che neanche alcuni Stati del mondo, devono pagare. Più in concreto "dovrebbero partecipare agli investimenti necessari sulla Rete a fronte di specifici incrementi di traffico".
Il casello
Massimo Sarmi, che presiede l'Associazione confindustriale delle aziende delle telecomunicazioni (Asstel), presenta il conto alle aziende - soprattutto statunitensi - che usano le autostrade digitali senza mai fermarsi al casello per sganciare qualcosa.
L'occasione è il "Forum Nazionale delle Telecomunicazioni in Italia", che l'Università Luiss di Roma ospita per la sua edizione del 2022.
La strategia europea
E' su queste basi che Sarmi si augura che l'Unione Europea e il governo italiano individuino "le casistiche", i casi in cui questi giganti della Rete vengano chiamati a finanziare il potenziamento dei cavi che così intensivamente utilizzano.
Le parole di Sarmi non sono né isolate né casuali. Anche in Spagna, per fare solo un esempio, gli operatori delle telecomunicazioni sono in pressing su Google, Facebook e le altre aziende web perché si facciano carico di quanto dovuto.
Dai 30 ai 40 miliardi
Da Madrid, José María Álvarez-Pallete, presidente di Telefónica, si rivolge proprio all'Ue perché imponga un pedaggio, un contributo economico a qualsiasi impresa occupi oltre il 5 percento della capacità trasmissiva di Internet.
La richiesta - spiega - a fronte di investimenti che gli operatori delle telecomunicazioni affrontano per rafforzare la rete di connessioni. Investimenti che José María Álvarez-Pallete stima tra i 30 e i 40 miliardi di euro, ogni anno.
Il ministro e i cavi di Stato
All'evento, proprio il ministro Urso ribadisce la visione del governo Meloni sulla proprietà della nostra ragnatela di cavi: "Siamo consapevoli del fatto che la Rete è un bene pubblico, dunque noi abbiamo bisogno di una Rete a controllo pubblico".
E poi, a proposito del digital divide: "Non sarà rete unica? Forse non può esserlo più in alcuni casi, ma bisogna garantire che nessuno dei cittadini rimanga indietro. L'obiettivo è realizzare il prima possibile una rete che giunga nell' ultimo casolare dell'ultimo villaggio". Ci sono "ritardi da colmare, nelle aree bianche e grigie".
Insiste Urso: "Eravamo l'avanguardia, siamo diventanti la retroguardia d'Europa". Colpa - a suo parere - dei tanti errori compiuti dai passati governi nel campo delle telecomunicazioni, a partire dalla "privatizzazione di Telecom. Dobbiamo recuperare in fretta".
Pietro Labriola, amministratore delegato e direttore generale di Tim, si spende per una rete che sia il più possibile unitaria: "Nessuno immagina di costruire due Ponti di Messina o due binari ad alta velocità tra Napoli e Bari semplicemente perché simili investimenti", se raddoppiati inutilmente, "non potrebbero essere remunerativi"- Non garantirebbero un ritorno economico. Perché allora insistere nella costruzione di due reti web ad altissima velocità?
I ritardi del Pnrr
A proposito di ritardi, il sottosegretario Alessio Butti (con delega all'Innovazione) prende di mira l'eredità del ministro Vittorio Colao sul fronte della banda larga, del digital divide, del 5G. Eredità segnata - dice - da molti errori. Secondo Butti:
- il governo uscente ha già dichiarato all'Ue di non poter raggiungere gli obiettivi precedentemente indicati;
- il Piano Italia a 1 giga, che voleva coprire con reti a un giga 8,5 milioni di unità residenziali, di cui 450.000 case sparse, si è rivelato sbagliato;
- avremo ritardi nella tempistica di realizzazione della rete nelle aree grigie, su cui rischia di aprire un ampio fronte di inadempienze;
- lo stesso Piano Italia 5G è segnato da una situazione a dir poco imbarazzante;
- l'esecutivo uscente ha ammesso anche qui che non raggiungereremo gli obiettivi.
Il taglio alle imposte
Il sottosegretario Federico Freni entra - per sua stessa ammissione - in un "campo minato": è davvero possibile, nel momento difficile dei conti pubblici, garantire agli operatori delle telecomunicazioni il taglio dell'Iva che invocano?
A giudizio di Freni, la strada è obbligata, ma ha di fronte un muro, un ostacolo: costa molto. Per questo il sottosegretario all'Economia spiega che la riduzione non avverrà "dal giorno alla notte". Realisticamente "potrà essere solo progressiva".
Freni fa delle aperture anche sul fronte incandescente dell'energia: "E' giusto considerare energivora, dunque aiutare, la piccola azienda di Murano che consuma tanta energia per soffiare il vetro. E' difficile ignorare che anche il vostro settore - mettendo a disposizione la banda larga e l'intero sistema tlc - sia naturalmente energivoro", dunque meritevole di un supporto pubblico.
Tim: siamo energivori
Proprio Labriola (ad di Tim) solleva le antenne di fronte alle aperture di Freni, interessato e gratificato. Il manager, però, avverte che il supporto pubblico non potrà arrivare nel 2024. L'aiuto serve "adesso e qui". In caso contrario, senza aiuti immediati, molti operatori delle telecomunicazioni si troverenno a un bivio doloroso: dovranno scegliere se pagare la bollette dei ripetitoti oppure investire, ad esempio nel 5G.
Labriola chiede anche che il governo indichi una data certa entro cui la Pubblica Amministrazione debba trasferire i suoi dati nella nuvola digitale del cloud. Tim si è aggiudicata la commessa pubblica per la realizzazione della nuvola (insieme a Leonardo e Sogei). Ma il nostro investimento "non sarebbe remunerativo" - avverte Labriola - se di colpo la PA dimenticasse di spostarsi sul cloud.
I rischi del 5g
Gianluca Corti, amministratore delegato di Wind Tre, invoca con forza la riduzione dei tetti all'inquinamento elettromagnetico, che giudica molto severi in Italia. Senza questa riduzione, "un vero 5G non potrà esseci nel nostro Paese".
Wind Tre - insiste Corti - prova a trasformare le sue antenne tradizionali in ripetitori di generazione 5G. "Ma nel 50 per cento dei casi deve accontentarsi di una potenza trasmissiva molto ridotta". L'effetto è che il 5G si sta sviluppando soltanto a macchia di leopardo "finanche nella stessa città".
Questo problema, teoricamente, può essere risolto in un modo: moltiplicando il numero delle antenne. WInd Tre - che potrebbe farcela con 6000 mila sole antenne (purché dalla potenza adeguata) - ne dovrebbe piantare 19500 (se vincolate a una potenza minore).
Ma è irrealistico pensare di installare quasi 20 mila antenne. Lo impedirebbero:
- gli ostacoli burocratici,
- i costi enormi dell'energia, che dovrebbe alimentarle,
- in un anno, oggi, una sola antenna consuma quanto 20 famiglie di quattro persone ognuna.
Aggiunge Labriola: "Siamo il Paese che ha venduto a più alto prezzo le frequenze per il 5G", ora è giusto che l'investimento sostenuto dagli operatori per aggiudicarsele ottenga un ragionevole ritorno.