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Btp Italia, nel primo giorno ordini per 3,2 miliardi. I rendimenti e il caso limite della deflazione

Al debutto della nuova emissione "anti-inflazione" il Mef ha portato a casa poco meno dei 3,416 miliardi di giugno. Ecco cosa succederebbe alle cedole in caso di diminuzione dei prezzi
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MILANO - Esordio positivo per il Btp Italia, al primo giorno di collocamento presso il pubblico. I dati della raccolta sono pari a 3,184 miliardi, appena sotto la precedente emissione del giugno scorso (3,416 miliardi). L'interesse del retail non sorprende, per un titolo indicizzato all'inflazione. La cedola in pagamento il prossimo maggio, infatti, risentirà sicuramente di un aumento del costo della vita che, nella migliore delle ipotesi, registrerà un rallentamento rispetto ai valori attuali ma non sarà certo in calo vertiginoso nonostante la determinazione della Bce nel combattere la spirale dei prezzi. Tradotto, la remunerazione per i risparmiatori resterà interessante.

Ma, meramente a titolo ipotetico e del tutto teorico, cosa succederebbe se negli anni a seguire l'Italia andasse in deflazione? Va innanzitutto sottolineato che, partendo da un'inflazione che in ottobre ha sfiorato il 12%, si sta parlando di una fattispecie del tutto pri…

MILANO - Esordio positivo per il Btp Italia, al primo giorno di collocamento presso il pubblico. I dati della raccolta sono pari a 3,184 miliardi, appena sotto la precedente emissione del giugno scorso (3,416 miliardi). L'interesse del retail non sorprende, per un titolo indicizzato all'inflazione. La cedola in pagamento il prossimo maggio, infatti, risentirà sicuramente di un aumento del costo della vita che, nella migliore delle ipotesi, registrerà un rallentamento rispetto ai valori attuali ma non sarà certo in calo vertiginoso nonostante la determinazione della Bce nel combattere la spirale dei prezzi. Tradotto, la remunerazione per i risparmiatori resterà interessante.

Ma, meramente a titolo ipotetico e del tutto teorico, cosa succederebbe se negli anni a seguire l'Italia andasse in deflazione? Va innanzitutto sottolineato che, partendo da un'inflazione che in ottobre ha sfiorato il 12%, si sta parlando di una fattispecie del tutto priva di attualità. Però la curiosità è lecita, al punto che lo stesso Mef ha approntato, nei suoi esempi di calcolo, le simulazioni in caso di diminuzione dei prezzi. Diminuzione, non rallentamento della corsa (cioè inflazione in discesa), che è tutta un'altra situazione.

Il rendimento di un Btp Italia: casi concreti

Ebbene, la prima cosa da tenere a mente è che il Btp Italia difende dall'inflazione (anche se quest'ultima viene misurata secondo l'indice Foi senza i tabacchi, una misurazione leggermente più blanda rispetto al carrello della spesa, per intenderci) ma difende anche dalla deflazione. La cedola reale annua, provvisoriamente fissata all'1,6% per questa diciottesima edizione di Btp Italia (quella definitiva verrà annunciata la mattina del 17 novembre) scatta infatti in qualsiasi contesto di prezzi: con l'inflazione galoppante; con l'inflazione in rallentamento e persino nel caso in cui i prezzi diminuiscano in valore assoluto, quindi se c'è deflazione.

Però ovviamente in caso di deflazione non ci sono pagamenti ulteriori, non scatta quella parte di interessi (tecnicamente, rivalutazione del capitale, pagata semestralmente, di fatto il "cedolone" complessivo che incassa il risparmiatore) che è legata all'aumento dei prezzi. Il calcolo è piuttosto complesso, perché si basa sui "numeri indice" dell'Istat ma la sostanza è chiara: il numero indice di fine semestre deve essere superiore a quello di riferimento (fissato a inizio semestre). La differenza di indice viene riconosciuta al risparmiatore e quindi è chiaro che più l'inflazione corre, e più si porta a casa come interessi. Se invece il numero indice è inferiore, se c'è deflazione, resta solo la cedola del tasso reale, diviso per due (la cedola reale è annuale, per cui ogni semestre si incassa la metà).

E così via, fino a quando c'è deflazione. Dal primo semestre in cui prezzi tornano a salire - quindi non c'è più deflazione ma inflazione - allora scatta di nuovo la cedola del tasso reale, che si somma alla differenza positiva dell'inflazione, fotografata dal numero indice dell'Istat. Ma attenzione, occorre che questo numero sia superiore a quello dell'ultima cedola che ha pagato il tasso reale e la maggiorazione legata all'inflazione, altrimenti si continua a percepire solo il tasso reale. Insomma, non basta che i prezzi tornino a salire un po', devono raggiungere il livello che avevano prima di cominciare a scendere.

Gli esempi del Mef si basano sul Btp Italia ipotetico, con cedola reale all'1,6%. Il primo caso preso in considerazione è quello di un'inflazione nel primo semestre pari al 5%; la remunerazione considerata è in euro, su mille euro investiti (il taglio minimo di sottoscrizione).

 

Dunque, con inflazione al 5%, il Btp Italia dell'esempio a dicembre farebbe incassare 58,40 euro lordi, cioè il 5,84%. E se nel semestre successivo l'inflazione continuasse a crescere, ma del 2%? Allora la remunerazione complessiva (cedola reale più rivalutazione per l'inflazione), nei dodici mesi, sarebbe pari a 86,56 euro, cioè l'8,656% lordo.

E se i prezzi scendessero?

Ma torniamo al nostro quesito iniziale: cosa succederebbe se ci fosse deflazione? Se, poniamo, i prezzi diminuissero del 2% (ma vale anche nel caso di 0,5% o 3%)? A quel punto scatta la ciambella di salvataggio, il cosiddetto floor previsto per tutti i Btp Italia, e il risparmiatore incassa solo la cedola calcolata sul tasso reale, quindi l'1,6% su base semestrale (lo 0,8% in sei mesi), come si vede dall'esempio del Mef. Dunque, su mille euro, porta a casa 8 euro.

Nel caso in cui la deflazione sia temporanea e, continuando con l'esempio del Mef, dopo un semestre in calo del 2% ci fosse di nuovo un'inflazione al 3%, allora per la seconda parte dell'anno il risparmiatore incasserebbe di nuovo il tasso reale e gli interessi legati alla rivalutazione del capitale; nell'arco dei dodici mesi il "cedolone" complessivo sarebbe pari a  25,48; quindi, con un interesse lordo annuo del 2,548%.

Ma c'è ancora una complicazione, parlando di periodi di deflazione che si alternano a periodi di inflazione: quando i prezzi tornano a crescere, devono superare il livello dell'ultima cedola "completa", cioè comprensiva di tasso reale e remunerazione del capitale. Fino a quando il numero indice dell'Istat non supera il valore dell'ultima rivalutazione del capitale, c'è solo la cedola reale. Poniamo che Il Btp Italia abbia staccato il "cedolone" a quota 109 del numero indice Istat; che poi ci sia stata una deflazione che abbia portato l'indice a 105 e successivamente ci sia stata di nuovo inflazione, tale da portare il numero indice a quota 108. In crescita rispetto al semestre precedente ma non rispetto ai 109 dell'ultima rilevazione con rivalutazione del capitale. Ebbene, anche in questo caso si incassa solo la cedola del tasso reale.