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Hamburger vegetali: troppo cari e difficili da trovare, le Borse non li digeriscono più

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La corsa dei prezzi mette fuori mercato le nuove proteine di origine non animale. Conti in rosso per i giganti Oatly e Beyond meat, le quotazioni precipitano. Deloitte: "La crescita a due cifre tornerà solo con scontrini sotto controllo e prodotti che convincano gli scettici"
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MILANO - E' una nicchia dalle enormi prospettive di crescita, in un mercato che vale oltre 1.000 miliardi di dollari. Ma nel 2022 la crescita dell’alternative food, le proteine vegetali che replicano carne, latte e derivati, si sta fermando. Una crisi di risultati e anche culturale, davanti a un’inflazione che morde la spesa dei consumatori e li porta a concentrarsi sui beni tradizionali.

In Borsa gli effetti sono già evidenti: a Wall Street il plotoncino dei marchi globali - da Beyond meat a Oatly, da Tattooed chef a Impossible foods e Benson hill - in pochi mesi ha perso dal 70 al 90% rispetto ai picchi 2021.

Deloitte: "Frenata dovuta alle scelte dei clienti"

Una recente analisi di Deloitte, …

MILANO - E' una nicchia dalle enormi prospettive di crescita, in un mercato che vale oltre 1.000 miliardi di dollari. Ma nel 2022 la crescita dell’alternative food, le proteine vegetali che replicano carne, latte e derivati, si sta fermando. Una crisi di risultati e anche culturale, davanti a un’inflazione che morde la spesa dei consumatori e li porta a concentrarsi sui beni tradizionali.

In Borsa gli effetti sono già evidenti: a Wall Street il plotoncino dei marchi globali - da Beyond meat a Oatly, da Tattooed chef a Impossible foods e Benson hill - in pochi mesi ha perso dal 70 al 90% rispetto ai picchi 2021.

Deloitte: "Frenata dovuta alle scelte dei clienti"

Una recente analisi di Deloitte, basata sull’annuale statistica Future of fresh del consulente globale, ha evidenziato tre ragioni per la frenata delle proteine a base vegetale (dette Pba, Protein based alternatives). La prima riguarda i tassi di penetrazione del mercato globale, meno roboanti rispetto a quelle stimate finora (Bloomberg Intelligence censiva un giro d’affari di 30 miliardi di dollari nel 2020, vedendolo quintuplicare a 162 miliardi nel 2030).

Invece i dati 2022 mostrano che tra il 47% dei consumatori che negli Usa “qualche volta comprano carne Pba”, la quota di chi è disposto a pagarla di più è calata del 9%, e sono in diminuzione anche le percentuali di chi la ritiene più salutare per la dieta (-8%) e più sostenibile per l’ambiente (-5%).

Proprio i costi alimentari, che l’inflazione spinge a doppia cifra percentuale, sono per Deloitte il secondo fattore che limita l’avanzata della nicchia vegetale. “Pagare di più per le proteine vegetali è chiedere molto al consumatore, che in questa fase semmai preferisce pagare un premio per garantirsi il buon cibo tradizionale”, si legge nella ricerca.

E poco importa se il differenziale di prezzo tra i cibi tradizionali e quelli alternativi si sia ristretto in questi mesi, solo a causa del rincaro di un 10-20% dei primi. Sui dati 2021, prima che tornasse a soffiare l’inflazione nel mondo, Nielsen aveva censito un costo medio  doppio per la carne bovina vegetale rispetto a quella animale, di più di quattro volte per il pollo, e di oltre tre volte per il maiale.

La terza "zeppa" riguarda i benefici dei cibi alternativi, che sempre più consumatori mettono in dubbio, specie per quanto riguarda gli aspetti alimentari. Deloitte suggerisce ai produttori e agli investitori, che nell’ultimo decennio hanno versato quasi 10 miliardi di dollari e non stanno smettendo di cercare la proteina del futuro, tre strategie: “Esplorare nuove forme di penetrazione del mercato, ridurre il divario dei costi, creare prodotti salutari ma anche gustosi”. Una missione difficile, ma “indispensabile per tornare a una crescita a due cifre percentuali”.

Conti trimestrali in affanno e tagli ai costi del lavoro

I recenti dati del terzo trimestre mostrano, invece, che i pochi colossi globali difendono a malapena i loro ricavi, mentre sono le perdite ad aumentare a due cifre. Oatly, leader svedese nei prodotti caseari alternativi, ha aumentato di qualche spicciolo il fatturato, a 183 milioni di dollari, ma ha tagliato le attese 2022 di 100 milioni, e archiviato una perdita di 107 milioni tra luglio e settembre.

Dopo il quarto trimestre di fila in rosso il gruppo ha annunciato anche un robusto piano di tagli (del 25%) del costo del lavoro, non specificando quanti dipendenti lascerà a spasso. “I dati sono sotto le nostre aspettative, specie a causa delle restrizioni Covid in Asia, dei problemi nella catena produttiva in Nord e Sud America e agli effetti valutari”, ha detto l’ad Toni Petersson.

Anche Beyond meat, il leader delle carni sintetiche che rifornisce giganti come Mc Donald’s e Whole Foods (ma si trova anche nei supermercati e nelle catene fast food italiane), settimana scorsa ha annunciato “risultati deludenti”, a detta dello stesso management, con ricavi trimestrali in calo del 22% a 82 milioni e una perdita di 101 milioni. Contestualmente è partita una “significativa riduzione delle spese operative” e una più decisa azione di marketing per individuare “i segmenti con miglior bilanciamento tra crescita a breve termine e opportunità a lungo termine”. L’Eldorado è ancora lontano.