Scarpetta, economista Ocse: “Le aziende devono limitare i profitti per buste paga più alte”
di Giuseppe Colombo , di Giuseppe ColomboROMA - Il rischio da evitare, dice il governatore Visco, è la rincorsa tra i prezzi e i salari, perché la cosiddetta spirale può fare ancora più male di un’inflazione che a ottobre è arrivata all’11,8%. Intanto, però, il conto lo pagano i lavoratori, che già scontano salari fermi da vent’anni. Come se ne viene fuori? «Le imprese devono fare uno sforzo per contenere i profitti e dare un segnale di aumento salariale nell’ambito della contrattazione collettiva», propone Stefano Scarpetta, direttore per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse. Ma tocca anche al governo. «Il problema immediato - spiega - è come aiutare le famiglie più povere: servono aiuti mirati e calibrati sulle disponibilità economiche». Per questo, aggiunge, «bisogna basarsi sull’Isee» e non sul quoziente familiare, come invece punta a fare Meloni.
Il gover…
ROMA - Il rischio da evitare, dice il governatore Visco, è la rincorsa tra i prezzi e i salari, perché la cosiddetta spirale può fare ancora più male di un’inflazione che a ottobre è arrivata all’11,8%. Intanto, però, il conto lo pagano i lavoratori, che già scontano salari fermi da vent’anni. Come se ne viene fuori? «Le imprese devono fare uno sforzo per contenere i profitti e dare un segnale di aumento salariale nell’ambito della contrattazione collettiva», propone Stefano Scarpetta, direttore per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse. Ma tocca anche al governo. «Il problema immediato - spiega - è come aiutare le famiglie più povere: servono aiuti mirati e calibrati sulle disponibilità economiche». Per questo, aggiunge, «bisogna basarsi sull’Isee» e non sul quoziente familiare, come invece punta a fare Meloni.
Il governo lavora a un mini taglio del cuneo fiscale, i fringe benefit sono un palliativo. Da dove può arrivare un segnale più forte per i salari?
«Bisogna partire da chi sta pagando il conto maggiore, cioè le famiglie a basso reddito, quelle per cui le spese per bollette e beni alimentari pesano sui bilanci familiari il doppio rispetto alle famiglie più benestanti. Il rischio di una spirale è relativamente basso, non c’è la scala mobile come negli anni Settanta. Bisogna evitarla, ma allo stesso tempo le imprese devono fare uno sforzo per compensare, seppure parzialmente, i salari».
Come?
«Attraverso gli accordi di categoria e da questo punto di vista anche il governo deve incoraggiare il dialogo tra imprese e sindacati. Al netto di qualche settore, però, i rinnovi non si fanno. Uno strumento aggiuntivo possono essere i bonus, come quelli che alcune aziende hanno iniziato a dare a tutti i loro lavoratori e che risultano più generosi per chi ha un reddito basso».
Ma non tutte le imprese se lo possono permettere.
«Purtroppo l’Italia sconta un problema di bassa produttività e quindi molte imprese non possono permettersi di pagare di più, ma il bonus è una tantum, non è un aumento strutturale né tanto meno un aumento indicizzato in modo automatico all’inflazione».
Aumenti con i contratti e i bonus, quindi. Ci sono altre leve?
«Il salario minimo. Quest’anno in Francia è stato già adeguato tre volte all’inflazione e anche negli altri Paesi che lo prevedono è stato aumentato per far adeguare almeno in parte i salari minimi nominali all’inflazione».
L’inflazione è una ragione valida per introdurlo anche in Italia?
«Il salario minimo ha un’esigenza che va al di là della crisi contingente perché ci sono lavoratori che sono sotto i minimi contrattuali nonostante la contrattazione collettiva sia ampiamente diffusa. È uno strumento importante a prescindere dall’inflazione per combattere forme di lavoro sottopagato».
Lo sconto sulla benzina e i premi aziendali mitigano l’erosione del potere d’acquisto dei salari. Sono misure che funzionano?
«Hanno un impatto immediato perché toccano subito il prezzo, ma sono costose perché sono generali e a beneficiarne maggiormente sono le famiglie più abbienti. Il caso della benzina è emblematico: sono le famiglie con un reddito medio alto quelle che utilizzano di più la macchina e quindi beneficiano maggiormente dello sconto. Bisogna passare a misure mirate, rivolte alle famiglie più svantaggiate, come si sta facendo in Germania, ma anche in Francia e in Spagna».
Come?
«Bisogna partire dai dati sul reddito delle famiglie e su questa base raffinare il target. In Francia, ad esempio, si è notato che i costi dell’energia gravano di più sulle famiglie anziane perché sono quelle che usano più gas per i termosifoni. I parametri possono essere diversi, le zone rurali non sono come le città dove il costo per riscaldare il proprio alloggio costa meno. Quantomeno bisogna basarsi sul reddito».
Meloni vuole cambiare il parametro degli aiuti: dall’Isee al quoziente familiare. È un’impostazione corretta?
«Bisogna evitare di mescolare gli obiettivi. L’elemento da tenere in considerazione è la disponibilità delle risorse di una famiglia perché l’obiettivo principale deve essere quello di aiutare chi è più in difficoltà. L’Isee deve restare il parametro di riferimento».