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Priolo, un miliardo di garanzie per scongiurare la chiusura

La raffineria di Priolo sulla costa siciliana 
Il ministro Urso polemico con il governo Draghi: "L’errore è avvenuto quando, nel definire le sanzioni, il governo di allora non chiese quelle eccezioni che hanno ottenuto Germania e Polonia"
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La riunione “costruttiva” tra il ministro delle Imprese Adolfo Urso e i possibili finanziatori dell’Isab di Priolo non aiuta a risolvere il groppo formatosi per il 5 dicembre, quando l’embargo europeo sul petrolio russo metterà fuorigioco la principale raffineria italiana, che occupa 10 mila lavoratori, indotto compreso.

Non si vede come garantire la continuità dell’impianto, che fra quattro settimane, finite le scorte, dovrà trattare petrolio “non russo”. Per chi è al lavoro sul dossier siamo già fuori tempo massimo: il 30 arriverà l’ultima nave di greggio russo, poi serviranno fino a due mesi per riscrivere i contratti e le lettere di credito necessarie a sbloccare le nuove forniture.

Serve una deroga, da chiedere alla Commissione europea: altrimenti la major russa Lukoil minaccia di chiuderlo, lasciando a casa i 1.600 dipendenti e annullando contratti di servizi per mezzo miliardo. Di ottene…

La riunione “costruttiva” tra il ministro delle Imprese Adolfo Urso e i possibili finanziatori dell’Isab di Priolo non aiuta a risolvere il groppo formatosi per il 5 dicembre, quando l’embargo europeo sul petrolio russo metterà fuorigioco la principale raffineria italiana, che occupa 10 mila lavoratori, indotto compreso.

Non si vede come garantire la continuità dell’impianto, che fra quattro settimane, finite le scorte, dovrà trattare petrolio “non russo”. Per chi è al lavoro sul dossier siamo già fuori tempo massimo: il 30 arriverà l’ultima nave di greggio russo, poi serviranno fino a due mesi per riscrivere i contratti e le lettere di credito necessarie a sbloccare le nuove forniture.

Serve una deroga, da chiedere alla Commissione europea: altrimenti la major russa Lukoil minaccia di chiuderlo, lasciando a casa i 1.600 dipendenti e annullando contratti di servizi per mezzo miliardo. Di ottenere più tempo da Bruxelles, almeno sei mesi, si sta occupando il ministro Urso. Altri Stati membri come Ungheria, Romania e Bulgaria hanno chiesto e ottenuto simili dilazioni; per questo l'esponente di Fratelli d'Italia punta il dito contro il governo Draghi: «In pochi giorni stiamo facendo quel che non è stato fatto nei mesi precedenti. L’errore è avvenuto quando, nel definire il regime sanzionatorio, il governo di allora non chiese quelle eccezioni che hanno ottenuto Germania e Polonia».

In parallelo segue il filone finanza, le lettere di credito che faticano a materializzarsi e sono necessarie perché Lukoil possa acquistare petrolio all’estero. Ieri si è svolta la riunione con i vertici delle prime istituzioni finanziarie italiane – Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps, e le pubbliche Cdp, Mcc e Sace – per dipanare due tipi di problemi.

Da una parte i timori dei big (Intesa e Unicredit sono tra le banche europee più esposte in Russia) di future multe miliardarie, malgrado il dg del Tesoro Alessandro Rivera, un mese fa, chiarisse che Isab e Lukoil «non sono sottoposte a misure restrittive adottate dall’Ue». Ma le banche temono che il quadro cambi in caso di sanzioni più aspre. Si tratta su fideiussioni tra 700 milioni e 1 miliardo, con Sace disponibile a coprirne l’80% con garanzie pubbliche.

Il problema è la mancanza di tempo. Se l’Europa non concederà dilazioni i russi hanno già detto al governo che fermeranno l’impianto a fine dicembre, per poi avviare le bonifiche e gli investimenti sul suo futuro più sostenibile. Lukoil non vorrebbe vendere: anche perché, dopo anni di perdite, l’impianto ora guadagna bene, grazie al fatto che vi si raffina petrolio estratto a bassi prezzi dai giacimenti Lukoil.

Ma il governo si riserva di invocare la golden power “prescrittiva”, e passare alle maniere forti: indicando a Lukoil nuovi compratori per salvaguardare una raffinazione ritenuta strategica, e i lavoratori siracusani. Uno scenario estremo ma non remoto, che preluderebbe alla nazionalizzazione di Isab, magari con lo Stato affiancato da operatori del settore come soci; dietro le quinte citano il fondo Usa CrossBridge e l’olandese Vitol. A quel punto la bonifica la pagherebbe l’Erario: e sono somme due-tre volte oltre il valore della raffineria, stimata sul mercato tra 11,5 miliardi.