Riscossione al collasso, il condono non svuota la fabbrica delle cartelle
di Giuseppe Colombo , di Giuseppe ColomboROMA - Sono ottomila, dislocati in tutta Italia negli uffici e dietro gli sportelli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Gestiscono da soli la macchina per il recupero dei soldi che le famiglie e le imprese dovevano versare allo Stato sotto forma di tasse e imposte. Quei soldi non sono mai finiti nelle casse pubbliche e ora si sono trasformati in 140 milioni di cartelle esattoriali. Sono 7.500 atti a testa per ogni funzionario. L’invio non viene fatto manualmente, ma la riscossione implica anche l’assistenza ai contribuenti e la presa in carico di una serie di procedure, dai contenziosi ai pignoramenti.
La macchina è ingolfata, non tiene il ritmo dello smaltimento di un magazzino di crediti non riscossi che è arrivato a 1.132 miliardi. In questa debolezza sta la fragilità del condono del governo Meloni. Cestinare le vecchie cartelle di piccolo importo, fino a mille euro, è un segnale politico che guarda alle famiglie, ai commercianti e…
ROMA - Sono ottomila, dislocati in tutta Italia negli uffici e dietro gli sportelli dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Gestiscono da soli la macchina per il recupero dei soldi che le famiglie e le imprese dovevano versare allo Stato sotto forma di tasse e imposte. Quei soldi non sono mai finiti nelle casse pubbliche e ora si sono trasformati in 140 milioni di cartelle esattoriali. Sono 7.500 atti a testa per ogni funzionario. L’invio non viene fatto manualmente, ma la riscossione implica anche l’assistenza ai contribuenti e la presa in carico di una serie di procedure, dai contenziosi ai pignoramenti.
La macchina è ingolfata, non tiene il ritmo dello smaltimento di un magazzino di crediti non riscossi che è arrivato a 1.132 miliardi. In questa debolezza sta la fragilità del condono del governo Meloni. Cestinare le vecchie cartelle di piccolo importo, fino a mille euro, è un segnale politico che guarda alle famiglie, ai commercianti e alle partite Iva, ma è anche una scelta obbligata se si vuole svuotare il magazzino. Solo che il tentativo gira a vuoto. Ogni anno il carico si alleggerisce di circa 10 miliardi, ma entrano nuovi 70 miliardi da riscuotere, e le mini cartelle continuano a pesare sul totale del non riscosso per l’80%.
Nel 2018 ci provò il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte. La misura era identica a quella che Meloni ha inserito nella legge di bilancio, cambiava solo il periodo di riferimento: furono cancellate le cartelle, fino a mille euro e notificate tra il 2000 e il 2010. L’alleggerimento c’è stato in valori assoluti, circa 30 miliardi, ma la flessione non ha retto il colpo delle nuove cartelle in arrivo. Così il totale del magazzino è iniziato a risalire, passando in appena quattro anni da 909,5 a 1.132 miliardi, l’importo citato dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo per spiegare perché lo stralcio non solo non è un condono, ma è un atto conveniente perché costa più abbonare il debito che provare a riscuoterlo. Un condono invece lo è perché il contribuente non è tenuto a pagare l’imposta, né le sanzioni e gli interessi, e la cartella sarà cancellata entro la fine di gennaio a costo zero.
Il condono è giustificato dal governo con l’impossibilità di riscuotere questi debiti. Dentro al magazzino sono i più presenti (circa la metà delle cartelle è sotto i mille euro) e costituiscono la fetta principale di quel 40% di somme che fa riferimento a contribuenti deceduti o imprese fallite. Un altro 45% del magazzino, però, si lega contribuenti che sono stati già raggiunti da azioni cautelari ed esecutive da parte della Riscossione, ma senza successo. Qui subentra un’altra scelta che spetta eventualmente al legislatore: allargare i poteri. A differenza di una banca, la Riscossione non può pignorare la prima casa e anche gli interventi sugli stipendi e sulle pensioni sono legati a vincoli stringenti.
La scelta mancante è anche l’ampliamento della macchina che gestisce la riscossione. La bozza della manovra prevede nuove assunzioni, ma solo a partire dal 2024 e riservate all’Agenzia delle Entrate, non alla Riscossione, che è ancora un ente autonomo nonostante la fusionedecisa l’anno scorso. Anche le Entrate hanno una pianta organica sottodimensionata, ma i concorsi sono partiti. Un’iniezione di personale fondamentale perché L’Agenzia ha allargato il suo perimetro, soprattutto con la pandemia.
Nel governo non tutti vedono di buon occhio questo avanzamento, sostenuto dagli ultimi esecutivi. Le deleghe sul fisco che Meloni ha voluto per Leo al Tesoro disegnano un ruolo importante per il viceministro. Più di qualcuno dentro Fratelli d’Italia lo chiama il super viceministro e non solo perché metterà la firma sotto alla riforma fiscale. Secondo fonti di governo il disegno di Leo è più ampio: riportare l’emanazione delle circolari dalle Entrate al Dipartimento delle Finanze. Un riequilibrio tra l’associata e la casa madre perché l’Agenzia dipende dal Mef, ma anche un modo per rispolverare, anche se non nell’immediato, lo spacchettamento del ministero.