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Pensioni, su Opzione donna la confusione del governo: il grande rimpallo tra i ministeri

Donne in piazza a Palermo nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne 

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Nell’ultima bozza della manovra torna l’anticipo legato al numero di figli, insieme a ulteriori limitazioni. Bonus per chi resta sale dal 9 al 33%. Ma il ministero dell'economia: nulla di definitivo
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ROMA - Tornano e aumentano i paletti ad Opzione Donna. Non solo il numero dei figli come bonus per abbassare l'età di anticipo pensionistico della lavoratrice. Ma anche essere in una condizione di fragilità: caregiver da almeno sei mesi o invalida al 74%. La misura entra in un rimpallo ministeriale ai limiti della confusione totale. Il ministero dell'Economia invita a diffidare della bozza di manovra in circolazione e annuncia il testo definitivo per domani alla Camera. In quella bozza si delinea poi anche il bonus per chi rinuncia a Quota 103 e resta al lavoro: non è del 10%, come annunciato, ma del 33%. E il testo è identico al "bonus Maroni" del 2004, a cui il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di ispirarsi.

Il pasticcio di Opzione Donna

Il pasticcio di Opzione Donna inizia venerdì quando il ministero del Lavoro chiede al dicastero dell'Economia, su sollecitazione della premier Meloni, di ripristinare l…

ROMA - Tornano e aumentano i paletti ad Opzione Donna. Non solo il numero dei figli come bonus per abbassare l'età di anticipo pensionistico della lavoratrice. Ma anche essere in una condizione di fragilità: caregiver da almeno sei mesi o invalida al 74%. La misura entra in un rimpallo ministeriale ai limiti della confusione totale. Il ministero dell'Economia invita a diffidare della bozza di manovra in circolazione e annuncia il testo definitivo per domani alla Camera. In quella bozza si delinea poi anche il bonus per chi rinuncia a Quota 103 e resta al lavoro: non è del 10%, come annunciato, ma del 33%. E il testo è identico al "bonus Maroni" del 2004, a cui il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di ispirarsi.

Il pasticcio di Opzione Donna

Il pasticcio di Opzione Donna inizia venerdì quando il ministero del Lavoro chiede al dicastero dell'Economia, su sollecitazione della premier Meloni, di ripristinare la norma attuale e prorogarla per il 2023 così com'è ora, senza paletti di figli o altro. Sembra una retromarcia. Ma all'articolo 56 della nuova bozza della manovra rispunta la versione originale, annunciata nella notte di lunedì, dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato la legge di bilancio. Con una stretta ancora più evidente. Opzione Donna non sarà per tutte le lavoratrici che hanno almeno 59 anni (58 per le autonome) con 35 di contributi, come previsto oggi.

L'età sale infatti a 60 anni, scende a 59 per le donne con un figlio e a 58 con almeno due figli. Ma questo "bonus figli" si applica solo in due casi: se la donna è licenziata o dipendente di un'azienda per la quale è stato aperto un tavolo di crisi. In ogni caso, con figli o senza, la lavoratrice che sceglie Opzione Donna deve essere in una delle due condizioni di bisogno: assistere, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente convivente con handicap grave oppure essere invalida civile almeno al 74%. Elementi che rendono la misura talmente selettiva da essere quasi inutile. Oltre alla già nota penalizzazione per le lavoratrici: il ricalcolo contributivo che taglia la pensione fino al 30%.

E il superbonus al 33% per chi resta al lavoro

Un cortocircuito grave perché riguarda proprio su chi, le donne, fatica di più ad accumulare contributi pensionistici per i molti buchi in carriera e i salari bassi. E perché stride con altre due misure della manovra. La nuova Quota 103 - 62 anni con 41 di contributi - appetibile soprattutto per gli uomini che possono vantare tanti contributi (è stato così anche con Quota 100 e Quota 102). E il bonus previsto per chi, pur potendo uscire con Quota 103 nel 2023, deciderà di restare al lavoro ancora per un altro anno e 10 mesi (oppure 10 mesi se donna), fino al raggiungimento del requisito Fornero.

Ebbene, se il dipendente (pubblico o privato) deciderà di posticipare la pensione, congelerà l'entità dell'assegno ai 41 anni di contribuzione. Ma per i mesi a seguire, riceverà per intero in busta paga i contributi previdenziali che l'impresa prima versava a Inps: tutti, non solo il 9,19% a suo carico, ma anche il 23,8% a carico del datore. Un bonus totale del 33%, al lordo delle tasse: guadagno netto da 200 a 700 euro netti e oltre al mese. Incentivo appetibile, ma che abbassa per sempre la pensione futura, privandola di un anno e 10 mesi di contributi.

Di sicuro più ricco del 10% annunciato dalla premier Meloni in conferenza stampa. Il testo dell'articolo 54 parla di "intera contribuzione corrisposta al lavoratore". Testo identico alla legge 243 del 2004: è il "bonus Maroni" per il periodo 2004-2007, voluto dall'allora ministro leghista del Lavoro, appena scomparso, "ai fini del contenimento degli oneri del sistema pensionistico". Cioè per risparmiare sulle pensioni.