Sud, l'allarme dello Svimez: nel 2023 sarà recessione, mezzo milione in più a rischio povertà. E il Pnrr non basta
di Rosaria Amato , di Rosaria AmatoROMA - Il Mezzogiorno si allontana sempre di più dal resto del Paese, con un Pil che quest'anno si distanza di oltre un punto dal più 4 per cento del Centro-Nord, ma l'anno prossimo sarà in negativo dello 0,4 per cento contro il più 0,8 per cento. E a causa del lavoro sempre più povero e dell'inflazione che al Sud picchia di più, perché è maggiore la quota spesa per le bollette e i beni di prima necessità, che registrano gli aumenti maggiori, si stimano già entro la fine di quest'anno 500 mila nuovi poveri, quasi due terzi dei 764.591 che si contano in tutta Italia. Il Rapporto Svimez 2022, che viene presentato stamane in Parlamento dal direttore Luca Bianchi e dal presidente Adriano Gianola, con la partecipazione dei ministri Raffaele Fitto e Sebastiano Musumeci, fotografa un Mezzogiorno "sotto shock", che ha fatto marcia indietro rispetto ai tentativi di ripresa di qualche anno fa, che pe…
ROMA - Il Mezzogiorno si allontana sempre di più dal resto del Paese, con un Pil che quest'anno si distanza di oltre un punto dal più 4 per cento del Centro-Nord, ma l'anno prossimo sarà in negativo dello 0,4 per cento contro il più 0,8 per cento. E a causa del lavoro sempre più povero e dell'inflazione che al Sud picchia di più, perché è maggiore la quota spesa per le bollette e i beni di prima necessità, che registrano gli aumenti maggiori, si stimano già entro la fine di quest'anno 500 mila nuovi poveri, quasi due terzi dei 764.591 che si contano in tutta Italia. Il Rapporto Svimez 2022, che viene presentato stamane in Parlamento dal direttore Luca Bianchi e dal presidente Adriano Gianola, con la partecipazione dei ministri Raffaele Fitto e Sebastiano Musumeci, fotografa un Mezzogiorno "sotto shock", che ha fatto marcia indietro rispetto ai tentativi di ripresa di qualche anno fa, che per un breve periodo, in particolare tra il 2014 e il 2015, lo avevano visto in vantaggio sul resto del Paese. Una ripresa che poi si era confermata anche nel post-Covid, ma che è stata ribaltata dallo shock inflazionistico seguita dalla guerra in Ucraina. "Avremmo voluto raccontare una narrazione diversa del Sud", afferma Bianchi, ricordando che nel 2021 il Mezzogiorno era cresciuto con un tasso leggermente superiore alla media Ue.
Il Piano di ripresa e resilienza, sottolinea Luca Bianchi, "è l'ultimo treno per il Mezzogiorno", ma non sta viaggiando come dovrebbe. Se la "riserva" del 40 per cento degli investimenti dovrebbe colmare i divari, a volte non è sufficiente, come per gli asili nido. E ci sono almeno due casi, individuati dalla Svimez, in cui siamo ben lontani dal 40 per cento, e cioè per i bandi e gli investimenti del ministero delle imprese e del Made in Italy, per i quali la quota Sud si ferma al 24,5%, e il ministero del Turismo, con una quota Sud del 28,6%. La previsione è che "dopo l’effetto traino esercitato dal Pnrr e dall’ecobonus 110%, nel 2023 la crescita degli investimenti dovrebbe più che dimezzarsi". Nel complesso, spiega Bianchi, "permane uno sbilanciamento nel Mezzogiorno sfavorevole agli investimenti produttivi, che seguono una dinamica regolarmente più contenuta rispetto a quelli in costruzioni".
La spesa effettiva dei progetti del Pnrr al 31 dicembre sarà meno della metà rispetto a quanto preventivato, ha annunciato nel suo intervento il ministro Raffaele Fitto: "Stiamo lavorando per tagliare il traguardo dei 55 obiettivi del Pnrr fissati al 31 dicembre, ma, quanto alle risorse, si sarebbero dovuti spendere 42 miliardi di euro. La previsione, aggiornata in corso d’opera, è scesa a 33 miliardi ed è poi stata rimodulata a 22 miliardi. A breve completeremo un'ulteriore revisione e credo che la cifra sia inferiore anche rispetto a questa previsione". Un dato indicativo, sottolinea il ministro, "perché se va tutto bene al punto di vista degli obiettivi cartacei e normativi, e però man mano che passano gli anni si stringono ancora di più i tempi per l'utilizzo delle risorse, è evidente che i progetti vanno riformulati".
Il divario a livello industriale è manifatturiero è enorme: tra il 2007 e il 2021, gli investimenti industriali meridionali tracollano, calano di quasi il 36 % (-11 % nel resto del Paese). Ma "non c'è futuro nel Mezzogiorno senza l'industria", ammonisce Bianchi, ricordando che non viene valorizzato abbastanza il ruolo dei centri di produzione nel Sud legati a filiere nazionali strategiche, dall'aerospazio all'elettronica.
Il lavoro ovviamente crolla di conseguenza, senza una vera ripresa: i posti di lavoro riguadagnati nel post pandemia sono in gran parte precari e poveri. Tra il 2008 e il 2021 le retribuzioni lorde in termini reali si sono ridotte di circa 9 punti al Sud, tre volte in più rispetto al Nord. Il tasso di occupazione femminile è inferiore anche rispetto a quello dei Paesi del Sud Europa. Sempre più profondi anche i divari nell'istruzione, con l'orario prolungato quasi introvabile, scuole senza mensa (79 per cento degli studenti contro il 46 per cento del Centro-Nord) e senza palestra (66 per cento contro il 54 per cento del resto del Paese).
Il reddito di cittadinanza ha avuto un ruolo cruciale nel limitare la caduta in povertà delle famiglie, ma non nell'inserimento nel lavoro. Tra gli "occupabili" del Mezzogiorno solo il 43% ha sottoscritto il Patto per il Lavoro, ma al Nord la quota è del 50% e al Sud del 40%, e se meno della metà ha ricevuto un'offerta nel Paese, nelle Regioni meridionali l'ha ricevuta solo un candidato su cinque.
I Comuni del Sud ce l'hanno messa tutta per partecipare ai bandi del Pnrr. Dai dati della Svimez emerge che vi ha partecipato il 98 per cento, e l'85 per cento è risultato vincitore di almeno un bando. Ma sguarniti come sono di personale specializzato, e con tutte le difficoltà di reperimento che sono emerse anche da quando sono ripartiti i concorsi, nell'ultimo anno, "emerge la maggiore lentezza degli enti locali del Mezzogiorno rispetto alle tempistiche medie seguite nel resto del Paese". In media "gli enti locali meridionali impiegano 1.361 giorni per portare a compimento la realizzazione di un’infrastruttura sociale (1.368 nel Sud e1.353 nelle Isole), contro 960 giorni del Centro, 849 del Nord-Ovest e 778 giorni del Nord-Ovest". Per i fondi a disposizione degli enti locali si sta creando una sorta di effetto imbuto, perché ci sono anche i fondi di coesione, spesi in quote intorno al 60 per cento finora.
Non stupisce che in questa situazione i giovani fuggano, senza neanche più passare dalle università del Mezzogiorno. La differenza tra Sud e Centro-Nord è raddoppiata in 20 anni, passando dai 40 mila studenti del 2000 agli 80 mila del 2021-2022. Negli ultimi vent’anni circa 1,2 milioni di giovani ha lasciato il Mezzogiorno, nel solo 2020 sono partiti 67mila giovani, e la quota di laureati è salita al 40%. Nel periodo 2002-2020, la perdita netta di giovani è stata di 770mila unità, quella di laureati di circa 250 mila unità.