“Ex Ilva, gestione disastrosa”, a rischio il futuro dell’azienda
di Raffaella Capriglia , di Raffaella CaprigliaTARANTO - "I Riva e i loro sodali hanno posto in essere modalità gestionali illegali anche omettendo di adeguare lo stabilimento siderurgico ai sistemi minimi di ambientalizzazione e sicurezza per ovviare alle problematiche di cui avevano piena consapevolezza sin dal 1995". Tratteggiano "una gestione disastrosa che ha arrecato un gravissimo pericolo per la incolumità-salute pubblica" le motivazioni della sentenza del processo Ambiente Svenduto sull'ex Ilva di Taranto: 3800 pagine della Corte d'Assise (presidente Stefania D'Errico) che spiegano le conclusioni del processo, relativo al reato di disastro ambientale imputato alla gestione del gruppo Riva, terminato a maggio 2021 con 26 condanne in primo grado per gli ex proprietari e gestori della fabbrica, per alcuni dirigenti e per esponenti della politica locale e regionale: in tutto, 270 anni di carcere.
TARANTO - "I Riva e i loro sodali hanno posto in essere modalità gestionali illegali anche omettendo di adeguare lo stabilimento siderurgico ai sistemi minimi di ambientalizzazione e sicurezza per ovviare alle problematiche di cui avevano piena consapevolezza sin dal 1995". Tratteggiano "una gestione disastrosa che ha arrecato un gravissimo pericolo per la incolumità-salute pubblica" le motivazioni della sentenza del processo Ambiente Svenduto sull'ex Ilva di Taranto: 3800 pagine della Corte d'Assise (presidente Stefania D'Errico) che spiegano le conclusioni del processo, relativo al reato di disastro ambientale imputato alla gestione del gruppo Riva, terminato a maggio 2021 con 26 condanne in primo grado per gli ex proprietari e gestori della fabbrica, per alcuni dirigenti e per esponenti della politica locale e regionale: in tutto, 270 anni di carcere.
Tra gli imputati, Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva, condannati rispettivamente a 22 anni e 20 anni di reclusione (rispondevano di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, all'omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro); 21 anni e 6 mesi all'ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, 21 anni all'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso; a tre anni e mezzo era stato condannato l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, a cui è invece contestata la concussione aggravata in concorso.
La Corte d'Assise ha disposto sia la confisca degli impianti dell'area a caldo (scatterà se confermata in Cassazione) che la confisca per equivalente dell'illecito profitto nei confronti delle società Ilva spa, Riva fire e Riva forni elettrici per 2,1 miliardi. La sentenza rileva che, al momento in cui è stata scritta, le emissioni di diossina "continuano a provocare danni incalcolabili alla salute dei lavoratori". Sono stati messi "in pericolo la vita e l'integrità fisica dei lavoratori", "degli abitanti del quartiere Tamburi" e "dei cittadini di Taranto. Danni alla vita e all'integrità fisica - si legge - che purtroppo in molti casi si sono concretizzati".
La frase pronunciata da Fabio Riva ("due tumori in più all'anno...una min...ata") intercettata in una conversazione telefonica, secondo la Corte "riassume meglio di ogni altro elemento di prova la volontarietà della condotta delittuosa".
Il processo Ambiente Svenduto è nato dall'inchiesta che a luglio 2012 ha portato la Magistratura a sequestrare, per gravi reati ambientali, gli impianti dell'area a caldo del Siderurgico di Taranto. Il sequestro permane tutt'oggi ma con la facoltà d'uso per l'azienda. L'ex Ilva è nel frattempo passata dalla gestione Riva ad Ilva in amministrazione straordinaria (lo Stato) e da quest'ultima prima ad un altro privato, ArcelorMittal (novembre 2018); infine, dal 2021 alla società pubblico-privata Acciaierie d'Italia (Mittal e Invitalia, col privato socio di maggioranza).
La fabbrica vive oggi un momento di grande incertezza, tra calo di produzione, crisi di liquidità, crediti non pagati, ricorso massiccio alla cassa integrazione per gli operai e - ultimo - lo stop per 145 aziende dell'indotto, che ha portato a nuovi scioperi e proteste e all'avvio di un tavolo ministeriale. Il governo è preoccupato. "Saliamo su un treno che sta deragliando", ha detto ieri a Porta a Porta il ministro per le Imprese Adoldo Urso. "Contravvenendo agli accordi presi - ha aggiunto - si producono tre milioni di tonnellate, ne avrebbe dovuti produrre sei. Siamo già con un impianto che si sta spegnendo. Nessuno mi dice che chiude ma, da un giorno all'altro, arriva la chiusura dei cancelli ai lavoratori dell'indotto. Siamo nei giorni decisivi, serve completare il confronto con l'azienda".