Economia

Bini Smaghi: “Ma la recessione non è scongiurata”

Bini Smaghi: “Ma la recessione non è scongiurata”

Intervista all’economista e banchiere: "Mi aspetto un picco di inflazione e l’avvio della discesa nel primo trimestre del 2023. Occorre cautela sui salari"

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La disoccupazione scende, l’inflazione non sale, l’export tira: non sarà che l’Italia riesce a schivare la recessione? «Serve ancora grande prudenza», risponde Lorenzo Bini Smaghi, banchiere ed economista di scuola Bankitalia, nel board Bce prima dell’era Draghi.

Avrà rilevanza il fatto che l’occupazione è ai massimi dal 1977?
«È dovuto al fatto che l’economia italiana ha registrato un buon terzo trimestre, che si è probabilmente esteso a ottobre, grazie in parte al forte afflusso turistico. Però a questo e agli altri dati bisogna guardare con attenzione, non dando eccessiva importanza a un solo mese».

E l’export, aiutato magari dall’euro debole?
«Anche qui serve cautela. Le esportazioni crescono sul 2021, ma ad un ritmo inferiore: segno che l’economia mondiale è in rallentamento».

Almeno l’inflazione potrebbe aver smesso di crescere?
«Il tetto, e l’avvio di una significativa riduzione, lo aspetto nel primo trimestre 2023, quando dovrebbero venir meno gli effetti provocati dal calo di offerta delle materie prime».

Perché i prezzi potrebbero diminuire?
«Anche il rallentamento economico avrà un effetto di contenimento sui prezzi. Restano molti fattori di incertezza come la Cina: se ripartirà con una politica anti-Covid meno rigida, riprenderà le importazioni di gas con effetti rilevanti sui prezzi».

Ci sono possibilità che le banche centrali rallentino la corsa dei tassi?
«Il tasso a cui la Bce eroga liquidità è del 2%, livello relativamente basso in rapporto all’inflazione attuale e a quella prevista per i prossimi anni. È naturale aspettarsi altri rialzi, su livelli coerenti con un calo dell’inflazione intorno al 2%. Tassi troppo bassi significano assecondare le spinte inflazionistiche e renderle più durature, quindi difficili da ridurre nel tempo».

Anche la Fed la pensa così?
«Negli Stati Uniti si riconosce che la banca centrale deve continuare ad aumentare i tassi fino a una chiara inversione di tendenza. Brucia ancora l’errore di Volcker che, dopo aver aumentato i tassi nel 1979 del 10%, li ridusse troppo presto fidandosi dei primi segnali di frenata dell’inflazione per poi riportarli al 20% nel 1980 con danni enormi».

In Italia quali errori si rischiano, per esempio nella stagione contrattuale che sta iniziando?
«Senza tornare al modello scala mobile di indicizzazione dei salari all’inflazione ex post, bisogna spalmare gli adeguamenti su più anni. Prima si torna a un’inflazione intorno al 2%, minore sarà il costo di aggiustamento per chi ha un reddito fisso. Siamo in un’area monetaria integrata e non è possibile svalutare per recuperare le perdite da costo del lavoro superiore: chi ha meno disciplina salariale perde competitività e subisce il calo degli investimenti e la delocalizzazione delle imprese».

E il debito pubblico?
«Il reinvestimento dei titoli acquistati dalla Bce ha contribuito a stabilizzare gli spread anche grazie alla legge di bilancio “conservativa”. Ma le banche centrali hanno il problema di ridurre i bilanci in sincronia con l’aumento dei tassi. Se si congelano i titoli di Stato, la soluzione è contrarre i fondi alle banche e quindi all’economia reale: un effetto di spiazzamento che rischia di costare caro».

Ma il bilancio Bce dovrà ridursi.
«L’unica è una politica di bilancio sostenibile, unita all’attuazione rigorosa del Pnrr, per rassicurare gli investitori che devono sostituirsi alle banche centrali nell’acquisto dei titoli».