ROMA - Un governo nel governo. Trasversale. Conquista posizioni, guadagna voce. Sono i "falchi" del Pnrr, quelli decisi ad attaccare Mario Draghi e il suo lavoro sul Recovery. In origine era composto soprattutto dai ministri di spesa del Recovery, i "ritardatari" su cui ricadrebbe l'onta maggiore del fallimento degli impegni assunti con l'Europa. Negli ultimi giorni, però, questo gruppone si è allargato. Ha messo all'angolo le "colombe". E ha iniziato a pressare Giorgia Meloni, finora sempre attenta ad evitare il frontale con il suo predecessore. Questi falchi, adesso, puntano al bersaglio grosso: vogliono una presa di distanza netta dall'ex banchiere, necessaria per provare a difendersi da eventuali mancanze certificate dall'Europa.
È una manovra pesante. Un segnale importante, in questo senso, è stato registrato poche ore fa. Francesco Lollobrigida, il ministro più vicino alla premier, ha attaccato…
ROMA - Un governo nel governo. Trasversale. Conquista posizioni, guadagna voce. Sono i "falchi" del Pnrr, quelli decisi ad attaccare Mario Draghi e il suo lavoro sul Recovery. In origine era composto soprattutto dai ministri di spesa del Recovery, i "ritardatari" su cui ricadrebbe l'onta maggiore del fallimento degli impegni assunti con l'Europa. Negli ultimi giorni, però, questo gruppone si è allargato. Ha messo all'angolo le "colombe". E ha iniziato a pressare Giorgia Meloni, finora sempre attenta ad evitare il frontale con il suo predecessore. Questi falchi, adesso, puntano al bersaglio grosso: vogliono una presa di distanza netta dall'ex banchiere, necessaria per provare a difendersi da eventuali mancanze certificate dall'Europa.
È una manovra pesante. Un segnale importante, in questo senso, è stato registrato poche ore fa. Francesco Lollobrigida, il ministro più vicino alla premier, ha attaccato con toni inediti: "Il Pnrr era un piano fatto in fretta e furia per spendere e a volte non per farlo bene - ha detto il titolare dell'Agricoltura - In ogni ministero riscontriamo che ci sono misure fatte per utilizzare i fondi, ma non in maniera adeguata". Concetti che sconfessano il lavoro di chi c'era prima. E ancora: "All'Ue chiediamo di potere rimodulare le risorse e i tempi. Era un tabù demagogico modificare il Pnrr, ma solo per la sinistra". È un passaggio chiave. Che non cancella il rapporto tra Meloni e Draghi, ma certo non lo semplifica. I due continuano a sentirsi, di tanto in tanto. O meglio: raccontano che Meloni continui a contattare l'ex banchiere. Lo aggiorna, ragiona di alcuni dossier. Riferiscono anche che Draghi, pur considerando esaurito il compito di assicurare una transizione ordinata, non risparmi ascolto. Adesso, però, il continuo flusso di accuse dei ministri inizia a pesare. E potrebbe lasciare il segno, congelare un confronto.
Questo scontro nel governo tra falchi e colombe, d'altra parte, va avanti da tempo. Due settimane fa, Meloni si ritrova a Palazzo Chigi con tutti i principali ministri di "spesa" del governo. Transitano da quel summit, tra gli altri, Matteo Salvini, Gilberto Pichetto Fratin, il sottosegretario Alessio Butti, il fedelissimo Francesco Lollobrigida, Raffaele Fitto, l'onnipresente Giovanbattista Fazzolari, Alfredo Mantovano. Da alcuni dei presenti piovono lamentele sui presunti ritardi nel Pnrr dell'esecutivo precedente. E c'è chi propone: "Dobbiamo dire con chiarezza che la causa è Draghi". La premier ascolta, poi chiede a tutti di fermarsi, almeno per un po': "C'è un tema istituzionale, non possiamo attaccare il mio predecessore, non intendo farlo".
Trascorrono altri giorni. L'allarme per i ritardi cresce. Pichetto e Salvini picchiano duro su Draghi. Si rendono conto di rischiare la faccia. Butti ha dieci obiettivi entro dicembre, ma arranca. Pichetto Fratin altri nove, ma ne ha completati solo tre: quelli raggiunti dal governo Draghi tra luglio e ottobre. Salvini cinque, ed è a metà dell'opera. Il giorno dopo gli affondi dei ministri, Fitto e Giancarlo Giorgetti partecipano a un evento con Paolo Gentiloni e frenano i colleghi, mandando messaggi rassicuranti all'Europa. Nel frattempo, Meloni sente Draghi. "Presidente - è il senso dei suoi ragionamenti - ho chiesto a tutti di evitare queste uscite". Ma il peso dei falchi continua a crescere. A Repubblica, ieri, la premier dice: "Non criticherò mai chi ha ricoperto la carica fino a poche settimane fa. Ma è un dato incontrovertibile che dei 55 obiettivi da centrare entro fine anno a noi ne sono stati lasciati trenta". E ancora: "Fitto bene ha fatto a suonare la sveglia a tutti i centri di spesa. Detto questo, se qualcosa mancasse all'appello non sarebbe colpa nostra".
Proprio Fitto, che ha la responsabilità del Piano, è in allarme. Più per i cantieri da aprire nel 2023 che per gli impegni 2022. Evita accuse pubbliche. Parla con la Commissione Ue. Nei prossimi giorni, se necessario, varerà decreti con la "quota" di riforme pretese dal Pnrr che il governo non è riuscito ad approvare. Non significa che non difenderà il suo lavoro. Anzi, prepara un'operazione trasparenza. Tabelle con numeri e lavoro svolto. La partita del Pnrr è appena cominciata.