Due tavoli per il nuovo Codice degli appalti, l'accetta di Salvini divide il governo
di Giuseppe Colombo , di Giuseppe ColomboROMA - Appena una settimana fa la data utile per portare il nuovo Codice degli appalti sul tavolo del Consiglio dei ministri era "entro il ponte dell’Immacolata". Ora Matteo Salvini rimanda a metà dicembre. Un rinvio che è molto di più di uno slittamento di qualche giorno. Perché dietro c’è una diversità di vedute con Giorgia Meloni su una delle riforme chiave del Pnrr, che gli impegni presi con l’Europa promettono di rendere operativa entro fine marzo.
ROMA - Appena una settimana fa la data utile per portare il nuovo Codice degli appalti sul tavolo del Consiglio dei ministri era "entro il ponte dell’Immacolata". Ora Matteo Salvini rimanda a metà dicembre. Un rinvio che è molto di più di uno slittamento di qualche giorno. Perché dietro c’è una diversità di vedute con Giorgia Meloni su una delle riforme chiave del Pnrr, che gli impegni presi con l’Europa promettono di rendere operativa entro fine marzo.
A Salvini non piace il Codice degli appalti del Consiglio di Stato
L’idea del leader leghista è che il testo del Consiglio di Stato, sebbene più snello della norma oggi in vigore, contenga troppi paletti e oneri burocratici per le imprese che partecipano ai bandi e si aggiudicano i lavori. "Non è possibile che i tribunali blocchino le opere strategiche per mesi o anni", è tornato a ripetere ieri. Il problema, però, è che su quello stesso testo la premier Meloni la pensa in modo diverso.
La lettera della premier ai magistrati amministrativi: "Lavoro poderoso, servono solo affinamenti tecnici"
Almeno a giudicare dalla lettera inviata lo scorso 14 novembre ai magistrati per elogiarne «il poderoso lavoro», già presentato il 20 ottobre a Mario Draghi e poi finito sulla sua scrivania. Il nuovo Codice va approvato entro il 31 marzo, e i tempi sono già risicati perché serve il via libera del Consiglio dei ministri per poi passare ad acquisire i pareri delle commissioni parlamentari. Senza un accordo dentro al governo, però, l’iter non può neppure partire.
Anche per questo Meloni non vuole stravolgere l’impianto del Consiglio di Stato. In un passaggio della sua lettera chiede "ulteriori affinamenti tecnici per condividere lo schema definitivo" da portare al Consiglio dei ministri. Affinamenti, insomma ritocchi. "Verifiche istruttorie" è un’altra espressione che usa per spiegare che non sta chiedendo una riscrittura. Il taglio della missiva è quello di un lavoro congiunto da chiudere "ispirandosi a uno spirito collaborativo". All’interno di questo clima si inserisce l’attivazione di un tavolo tecnico a Palazzo Chigi con i rappresentanti del Consiglio di Stato e del ministero di Salvini. Un lavoro che è andato avanti senza intoppi tanto che forse già oggi, o al massimo nei prossimi giorni, l’organo collegiale presieduto da Franco Frattini invierà il nuovo testo, ritoccato e “definitivo”, con tanto di relazione allegata, a Palazzo Chigi.
Chi ha avuto modo di leggere l’ultima bozza parla di lievi modifiche rispetto a quella presentata a fine ottobre. La nuova versione recepisce l’interlocuzione avvenuta al tavolo di Palazzo Chigi, a cui ha partecipato anche il ministero delle Infrastrutture. Allo stesso tempo, però, nello stesso ministero si lavora ancora a un intervento molto più radicale.
Il segnale obbligato della Lega alle imprese
La stesura del nuovo testo da parte della commissione ministeriale di Salvini non è terminata e questo attesta il fatto che ci sono due binari paralleli all’interno del governo. Il problema per la premier nasce qui. Dovrà decidere in fretta se tirare dritto sull’impostazione del Consiglio di Stato o se lasciare più spazio a Salvini. Da una parte ci sono le ragioni del Pnrr, dall’altra quelle politiche che non possono essere ignorate.
La Lega ha la necessità di dare un segnale alle imprese, che non vedono di buon occhio il testo dei magistrati, ritenuto troppo rigido. Salvini, dal canto suo, punta sulla riforma del Codice degli appalti per accrescere il suo peso politico dentro il governo. E ha bisogno di far passare il “modello Genova”, la corsia veloce che continua ad evocare per le opere pubbliche, dalle parole ai fatti.