Meloni rischia la rottura con l'Europa, sul Mes ora l'Italia è sola
di Giuseppe Colombo , Tommaso Ciriaco , di Giuseppe Colombo, Tommaso CiriacoROMA - Da ieri, l’Italia è l’ultimo Paese a non aver ratificato la riforma del Mes, il nuovo fondo europeo Salva Stati. Ed è anche il solo ad aver espresso prima in una mozione, poi in una dichiarazione pubblica di un ministro, dubbi pesanti sulla possibilità di approvarlo. Dopo il via libera della Corte tedesca – che ha bocciato un ricorso contro il meccanismo - Roma non ha più margini per rimandare il momento della scelta. E tocca ad Antonio Tajani, dal summit mediterraneo di Alicante, mettere agli atti questa ostilità: «La mia forza politica ha espresso la sua riserva sul regolamento del Mes, in particolare per il mancato controllo di chi guida il fondo da parte del Parlamento europeo. È una riforma poco europeista». E ancora: «Vediamo cosa decideranno le Camere. Ci sono delle perplessità anche da parte dei partiti della maggioranza». Se non è una bocciatura definitiva, poco ci manca.
…ROMA - Da ieri, l’Italia è l’ultimo Paese a non aver ratificato la riforma del Mes, il nuovo fondo europeo Salva Stati. Ed è anche il solo ad aver espresso prima in una mozione, poi in una dichiarazione pubblica di un ministro, dubbi pesanti sulla possibilità di approvarlo. Dopo il via libera della Corte tedesca – che ha bocciato un ricorso contro il meccanismo - Roma non ha più margini per rimandare il momento della scelta. E tocca ad Antonio Tajani, dal summit mediterraneo di Alicante, mettere agli atti questa ostilità: «La mia forza politica ha espresso la sua riserva sul regolamento del Mes, in particolare per il mancato controllo di chi guida il fondo da parte del Parlamento europeo. È una riforma poco europeista». E ancora: «Vediamo cosa decideranno le Camere. Ci sono delle perplessità anche da parte dei partiti della maggioranza». Se non è una bocciatura definitiva, poco ci manca.
Il governo spiazzato
Sapevano che la sentenza sul Mes sarebbe arrivata presto. Non però così in fretta. Una fonte di governo la mette giù così: «Pensavamo almeno da metà gennaio in poi, non certamente prima di Natale». Il governo ora deve decidere. Con imbarazzo crescente, virare al bivio: bocciare la ratifica - strappando con Bruxelles e certificando un isolamento sempre più pesante – oppure rimangiarsi promesse e slogan in nome del pragmatismo. Per evitare, soprattutto, di finire nel mirino europeo su dossier assai più scottanti, a partire dalla legge di bilancio e dal Pnrr.
L’ultima decisione spetta a Giorgia Meloni. La quale, si sa, preferisce mostrarsi conseguente a quanto affermato in passato, anche a costo di provocare conflitti sconvenienti. La leader non ritiene che esistano al momento le condizioni politiche per fare - e far fare alla sua maggioranza - una marcia indietro. Non può far finta di non aver dichiarato per mesi, anzi anni, che questo sistema non va approvato. Dicembre 2020: «Questa riforma del Mes - disse - è l’anticamera della cura greca. Io sono una patriota e voglio che rimanga agli atti che avevo avvertito: si sta materializzando l’antico volere tedesco, quello di farci pagare il debito con il risparmio privato».
E poi deve fare i conti con Matteo Salvini, un altro degli alfieri del “Mes mai”. Può la premier lasciare al suo vice la bandiera del duro e puro? Non può. Non adesso, tra l’altro, che vive giorni di fibrillazione con l’Europa. E così, quando la notizia del via libera tedesco viene rilanciata dai media europei, entra in contatto con Giancarlo Giorgetti e con i suoi vice. Sonda i margini. Il titolare leghista dell’Economia si assesta su una posizione cauta, che si può sintetizzare così: il ministro non ha nulla da dire, al momento si sta occupando della legge di bilancio.
Scaricare la responsabilità sul Parlamento
Sempre a Meloni, dunque, si torna. Vuole affrontare il dossier con una riunione ad hoc per valutare pro e contro di un’eventuale bocciatura, che avrebbe naturalmente un effetto deflagrante. Negare la ratifica, bloccare – unici e ultimi in Europa – una riforma contrattata dall’Unione, mostrerebbe plasticamente un auto-isolamento pressoché totale. Nel frattempo, però, si copre sul fianco più esposto: chiede a Tajani di esporsi a nome dell’esecutivo, assicurando dunque che anche un partito del Ppe come Forza Italia – o quantomeno, il suo capodelegazione – è scettico sul sistema. Altri, nel governo, si aggrappano alla Croazia, che dal primo gennaio entrerà nell’area dell’euro e dovrà ratificare il Mes. L’Italia - ragionano - può sempre dire che manca ancora il Paese balcanico.
Che queste mosse portino a chiudere la partita è però da dimostrare. L’esecutivo potrebbe sgravarsi in parte dalla sua responsabilità rimettendosi al Parlamento. Impuntarsi, invece, lo esporrebbe a possibili “ritorsioni” politiche, a quel punto avallate non solo da Parigi. Senza dimenticare che una forzatura di certo non sarebbe gradita al Quirinale: più volte Sergio Mattarella ha ribadito l’importanza che l’Italia si muova nel solco della collaborazione continentale.