Rossetto scaccia crisi: i cosmetici tornano a far sorridere i bilanci
di Sara Bennewitz , di Sara BennewitzMilano - In tempi di crisi basta un rossetto a scacciare i pensieri, e così l’industria del make up di cui l’Italia è leader nel mondo cresce a tassi doppi rispetto alla media, tornando sopra i livelli del 2019.
L’industria della cosmesi tricolore vale 12 miliardi di euro, cifra che sale a 17 miliardi tenendo conto anche del packaging. Si tratta di un settore in crescita costante, che secondo Euromonitor aumenterà del 4/5% all’anno per i prossimi 5 anni, ma che quest’anno ha battuto tutte le stime. Durante la pandemia i trucchi hanno subito una flessione perché la gente chiusa in casa si è dedicata più alla cura della pelle e della persona, dove Francia, Svizzera e Giappone sono molto forti. Ma quest’anno con la ripresa dei viaggi e le progressive riaperture, il make up ha registrato nuovi record. La produzione di trucchi in Italia è per lo più concentrata in Lombardia, dove viene realizzato i…
Milano - In tempi di crisi basta un rossetto a scacciare i pensieri, e così l’industria del make up di cui l’Italia è leader nel mondo cresce a tassi doppi rispetto alla media, tornando sopra i livelli del 2019.
L’industria della cosmesi tricolore vale 12 miliardi di euro, cifra che sale a 17 miliardi tenendo conto anche del packaging. Si tratta di un settore in crescita costante, che secondo Euromonitor aumenterà del 4/5% all’anno per i prossimi 5 anni, ma che quest’anno ha battuto tutte le stime. Durante la pandemia i trucchi hanno subito una flessione perché la gente chiusa in casa si è dedicata più alla cura della pelle e della persona, dove Francia, Svizzera e Giappone sono molto forti. Ma quest’anno con la ripresa dei viaggi e le progressive riaperture, il make up ha registrato nuovi record. La produzione di trucchi in Italia è per lo più concentrata in Lombardia, dove viene realizzato il 67% del totale di ombretti, rossetti e rimmel che poi vengono esportati in tutto il mondo, ed è saldamente controllata dalle famiglie fondatrici.
Aziende di famiglia
L’unica quotata di grande dimensioni è la Intercos della famiglia Ferrari, una delle poche matricole di successo del 2021. Tra giugno e settembre i ricavi di Intercos — che è uno dei primi e storici fornitori di Estée Lauder — sono saliti del 23% a sfiorando quota 600 milioni, con un accelerazione nel terzo trimestre (+34%). «Il 2022 è stato un anno molto positivo nel mercato B2B del Color, dove l’Italia è leader nel mondo — spiega Renato Semerari ad di Intercos — La crescita è stata trainata dall’aumento dei volumi, mentre i prezzi si sono dovuti adeguare all’aumento dei costi di produzione e dei componenti primari». E con un nuovo Risorgimento del make up, molte aziende familiari del settore hanno approfittato del boom per ricomprare le quote di minoranza che avevano venduto ai private equity.
Cambi di azionariato
I Percassi hanno appena ricomprato da Peninsula il 38% di Kiko salendo al 100% dell’azienda di trucchi, pagando un prezzo doppio rispetto a cinque anni fa quando avevano ceduto una quota di minoranza. Del resto quest’anno Kiko — che ha appena aperto a Dubai il suo millesimo negozio — si appresta a chiudere il 2022 con ricavi in aumento del 40% rispetto al 2021. Kiko è poi l’unico vero marchio tricolore che ha esportato la sua formula in tutto il mondo, gli altri big del trucco vendono per lo più alle griffe internazionali.
La famiglia Moretti ha invece appena rilevato dal fondo Fsi il 35% della sua Lumson, azienda che realizza i cofanetti e i barattoli di trucchi e creme e che realizza il 75% del suo fatturato all’estero con colossi come L’Oréal, Sephora e Nivea. Anche in questo caso pare che il ritorno per il fondo sia stato a due cifre. Del resto la Lumson che ha chiuso il 2021 con 109 milioni di ricavi, si appresta a chiudere l’anno in corso con un fatturato di oltre 130 milioni e un margine operativo lordo di 30 milioni di euro (dai 17 milioni del 2017 quando era entrato Fsi).
Infine il leader mondiale del mascara Ancorotti — che fa capo all’omonima famiglia lombarda — ha guidato un cambio dell’azionariato dove il fondo White Bridge — che era entrato nel 2017 — ha rivenduto il suo 30% a L-Gam, private equity che in Italia ha investito anche su Woolrich.