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Inflazione al 2%, quel vecchio mantra che ora può cadere

(reuters)
Blanchard: “La soglia è troppo vicina allo zero, serve un margine di manovra maggiore”. Goldman Sachs dice che è tempo di cambiare e che il 3% è realistico ma per non innescare la spirale prezzi-salari occorre controllare il livello programmato
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Roma - Pochi mantra dell’economia mondiale sembrano così intangibili come il 2% di inflazione “ottimale”. Per inseguirlo le banche centrali hanno dapprima tenuto per più di dieci anni a zero i tassi mentre l’inflazione restava tenacemente sotto il livello “ottimale”, e quando dopo la pandemia e la crisi del gas la svalutazione è schizzata hanno ripreso la battaglia ma con lo strumento opposto, cioè con rialzi forsennati. In pochi mesi la Fed è arrivata al 3,75-4% e la Bce al 2. Domani e giovedì i due istituti comunicheranno i nuovi rialzi, forse più cauti dei precedenti. È come un gioco di guardie e ladri dove il ladro (l’inflazione) è sempre in testa. In America l’inflazione è arrivata a ottobre al 7,7% (oggi sarà reso noto il dato di novembre), nell’eurozona al 10% (novembre) ma in Italia siamo all’11,8%. Altro che il 2%: le distanze sembrano incol…

Roma - Pochi mantra dell’economia mondiale sembrano così intangibili come il 2% di inflazione “ottimale”. Per inseguirlo le banche centrali hanno dapprima tenuto per più di dieci anni a zero i tassi mentre l’inflazione restava tenacemente sotto il livello “ottimale”, e quando dopo la pandemia e la crisi del gas la svalutazione è schizzata hanno ripreso la battaglia ma con lo strumento opposto, cioè con rialzi forsennati. In pochi mesi la Fed è arrivata al 3,75-4% e la Bce al 2. Domani e giovedì i due istituti comunicheranno i nuovi rialzi, forse più cauti dei precedenti. È come un gioco di guardie e ladri dove il ladro (l’inflazione) è sempre in testa. In America l’inflazione è arrivata a ottobre al 7,7% (oggi sarà reso noto il dato di novembre), nell’eurozona al 10% (novembre) ma in Italia siamo all’11,8%. Altro che il 2%: le distanze sembrano incolmabili.

Allora perché non alzare il livello di riferimento, per esempio al 3%? Sull’idea è in corso un serrato dibattito fra economisti di tutto il mondo. Il primo a lanciarla è stato Olivier Blanchard, già capo economista del Fmi, che ha ricordato i costi in termini di recessione che può avere quest’affannosa rincorsa: «Il 2% - ha aggiunto – è troppo vicino allo zero. Serve un maggior margine di manovra per poter poi abbassare i tassi in caso di nuove emergenze». Anche per il Nobel della Columbia, Joseph Stiglitz, è inutile e dannosa questa raffica di rialzi, «perché l’inflazione si annienta da sola una volta risolte le strozzature della supply-chain». Gli stessi Jay Powell e Christine Lagarde, capi di Fed e Bce, non si sono tirati indietro ma nelle varie conferenze stampa di questi mesi hanno sostanzialmente detto che è troppo facile spostare il traguardo più vicino a gara in corso, ne va di mezzo la credibilità delle banche centrali.

La verità è ancora più complessa. La cifra del 2% non è frutto del caso ma del lavoro meticoloso dell’“Advisory commission to study the consumer price index” installata dal Congresso Usa nel 1995, presieduta da Michael Boskin di Stanford e composta da una schiera di economisti del calibro di Robert Gordon e Dale Jorgenson. I risultati vennero poi condivisi con la nascente Bce «e inseriti nei regolamenti attuativi del trattato di Maastricht in una complessa geometria con il deficit al 3% del Pil», ci spiega Andrea Boitani, economista della Cattolica. «Questi numeri sono compatibili con il mantenimento del debito al 60% se però il Paese riesce a crescere del 3%».

È ciò che è mancato all’Italia, ma spostare le pedine ora è rischioso perché salterebbero tutti gli equilibri. «Si potrebbe tentare con dei target variabili – argomenta l’economista Innocenzo Cipolletta – in funzione del ciclo storico. È difficile che l’inflazione crolli tutta insieme, l’aumento dei tassi è in qualche maniera necessario però questa lotta a testa bassa può essere controproducente. Bisogna tener ben presente tutte le variabili, oggi ovviamente la più importante è la guerra». Anche la Goldman Sachs in un report appena uscito sostiene che è tempo di mettere mano ai target e che il 3% è realistico. Tra l’altro, e per l’Italia è una buona notizia, «l’innalzamento dell’obiettivo di inflazione farebbe restringere gli spread dei debiti sovrani migliorando le dinamiche dei conti pubblici». Un livello più appropriato poi dovrebbe tener presenti «la produttività, la globalizzazione, i nuovi scenari istituzionali, il diverso outlook demografico».

Ma c’è un altro problema, più delicato ancora dei precedenti: «Tenere ferma l’ancora dell’inflazione programmata, secondo i principi stabiliti da Carlo Azeglio Ciampi negli anni ’90, serve a evitare la rincorsa prezzi-salari», spiega Brunello Rosa, docente alla London School of Economics. «La IG Metall ha appena chiuso un contratto con rialzi dell’8% in due anni, la Total del 7%: se il target dell’inflazione fosse stato più alto, avrebbero chiesto il 10% e si sarebbe avviata una spirale rischiosa. È difficile dirlo in un momento così difficile, ma con la moderazione salariale si evitano conseguenze dalle quali alla fine tutti avrebbero da perdere, come insegna la memoria della scala mobile». ©RIPRODUZIONE RISERVATA