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Gli italiani tornano a risparmiare: il 53% delle famiglie mette da parte. Ma sale il timore di perdere i soldi: il primo obiettivo è tenerli al sicuro

La ricerca annuale di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi mostra il ritorno a strumenti classici, come i fondi e la previdenza integrativa. Ma, specie ai più giovani, piacciono anche gli investimenti etici "alternativi" e le criptovalute. Tra i 18 e i 34 anni, però, c'è carenza di redditi e di cultura finanziaria    
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MILANO - Tornano a salire le famiglie che risparmiano in Italia: sono il 53,5% del totale, nel 2021 erano il 48,6%. Si riavvicina il 55,1% del 2019, pre-pandemia, tra segnali di normalizzazione e di crescente cautela, dato un contesto tra i più incerti da decenni tra guerra, crisi energetica, inflazione, rottura delle catene di fornitura, tensioni geopolitiche. La paura del futuro fa aumentare anche la quota di reddito risparmiata, ora all’11,5 contro il 10,9% del 2021. E cresce, in parallelo, il ricorso ai professionisti del risparmio (quasi sempre, bancari), e alle forme più rodate, anche se più costose, come i fondi comuni e la previdenza complementare: non sembra più tempo di gestioni passive e di fai-da-te.

Le evidenze provengono dalla ricerca annuale sul risparmio presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, a partire da un campione di 1.000 italiani sentiti nella primavera 2022. “Riscontriamo prudenza nelle famiglie e nelle imprese, i…

MILANO - Tornano a salire le famiglie che risparmiano in Italia: sono il 53,5% del totale, nel 2021 erano il 48,6%. Si riavvicina il 55,1% del 2019, pre-pandemia, tra segnali di normalizzazione e di crescente cautela, dato un contesto tra i più incerti da decenni tra guerra, crisi energetica, inflazione, rottura delle catene di fornitura, tensioni geopolitiche. La paura del futuro fa aumentare anche la quota di reddito risparmiata, ora all’11,5 contro il 10,9% del 2021. E cresce, in parallelo, il ricorso ai professionisti del risparmio (quasi sempre, bancari), e alle forme più rodate, anche se più costose, come i fondi comuni e la previdenza complementare: non sembra più tempo di gestioni passive e di fai-da-te.

Le evidenze provengono dalla ricerca annuale sul risparmio presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, a partire da un campione di 1.000 italiani sentiti nella primavera 2022. “Riscontriamo prudenza nelle famiglie e nelle imprese, in un momento di redistribuzione della ricchezza mondiale che fa ripensare gli investimenti, e mette alla prova la propensione al rischio dei risparmiatori italiani, storicamente molto bassa – ha detto Gian Maria Gros Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo che è leader nella gestione del risparmio e delle polizze nel Paese –. Ma il rischio non va evitato: bisogna affrontarlo e gestirlo, perché il risparmio inerte sui conti correnti è un grandissimo danno sociale”.

La sicurezza è il primo criterio di scelta

Proprio la volatilità delle quotazioni acuisce il timore di perdere i soldi investiti. Il 53% degli intervistati, quando investe, mette al primo posto la sicurezza delle somme, soppesando i rischi. Vent’anni fa, in un’altra epoca, i primi due fattori erano la tempistica e il tipo di strumenti scelti, ora scese a seconda e terza priorità con il 42,5% e il 31% delle risposte. L’accresciuta percezione del rischio gonfia la liquidità degli italiani: quasi duemila miliardi di euro, oltre metà delle famiglie. “Forse non tutte le famiglie hanno compreso che con l’inflazione al 10% tenere i soldi fermi e non investirli ha un inevitabile costo – ha detto il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice -. Il nostro Paese ha ancora un problema di educazione finanziaria malgrado gli sforzi che sta facendo il sistema bancario”. Complici i lockdown, la liquidità delle famiglie in due anni è salita di 135 miliardi (+13%), ed è raddoppiate, dal 40% all’80% dei “normali pagamenti”, la liquidità da esse detenuta. Emergono, tuttavia, i primi dubbi che il conto corrente non sia l’opzione migliore data l’inflazione del 12%: gli italiani “soddisfatti” di questa soluzione scendono dal 18% al 14,8%.

Crescono fondi, pensioni integrative e investimenti "alternativi"

Per chi investe, dopo crescenti riflessioni, contano sempre di più rilevanti la consulenza professionale (a cui si rivolge oltre la metà del campione) e le forme gestite del risparmio. La quota dei titolari di fondi comuni e Sicav nel 2022 sale al 17,3% del totale, il 40% più del 12,4% precedente. Un quinto dei portafogli contiene almeno una forma “gestita”, pur nella “marcata differenziazione territoriale” tra il 41% del Nord-Est e il 4,9% del Sud-Isole. Chi opta per il gestito dice di farlo per l’esperienza dei gestori (50%) e per diversificare (31%), e ha 9,3 “soddisfatti” contro 1 che non lo è, il rapporto più alto tra le varie classi. Cresce forte anche la previdenza integrativa, passata dal 12,6% al 17,6% del campione in un anno, specie tra i 45-54enni. In ascesa, ma marginale, anche, la quota di chi ha comprato azioni l’anno precedente il sondaggio: dal 3,9% al 4,8%. E anche i bond risultano in calo, dal 29 al 23% dei portafogli. Ma le due categorie tradizionali nel 2022 accusano ribassi a doppia cifra, e forse per questo cresce l’interesse per gli investimenti “alternativi”. Vi guarda con attenzione il 39% degli italiani, contro un 27,7% del 2021. Tra essi prevale ancora l’oro (24,8%), ma c’è forte interesse anche per fondi etici e impieghi “sostenibili” (12,9%, ma 22% tra i laureati); e per le rischiose criptovalute (9,5%), predilette dai giovani.

I giovani: poco reddito e bassa educazione finanziaria

Per investire, però, i giovani devono poter risparmiare. Appena il 6% di chi ha tra 18 e 34 anni dispone di reddito “più che sufficiente”, e il 50% della nicchia prevede un peggioramento della possibilità di risparmiare nel 2023-24. “Mai come ora il risparmio è attuale, come unica risposta possibile all’incertezza quotidiana, e scudo per un futuro migliore”, ha detto Beppe Facchetti, presidente del Centro Einaudi. Il liberale piemontese vedeva il risparmio come un dovere familiare: ma nessun dovere – e non parliamo di pensioni - è possibile con redditi inadeguati, e senza che i giovani genitori sappiano offrire un’educazione finanziaria ai figli. Solo due giovani su 100 sono “molto interessati” a economia e finanza, temi a cui i giovani dedicano in media 17 minuti la settimana.