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Tra Cina e Stati Uniti è guerra dei chip. Chris Miller: "Washington parte in vantaggio, ma per vincere ha bisogno degli alleati"

Chris Miller insegna Storia internazionale alla Tufts University, nel Massachusets. Il suo "Chip war" ha vinto il premio del Financial Times come libro di business dell'anno  
Il professore autore di "Chip war", premiato dal Financial Times come libro di business dell'anno: "Ma questo conflitto non sarà la fine della globalizzazione, l'industria del silicio resterà sempre mondiale"
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ROMA - Siamo dentro una guerra dei chip, scrive Chris Miller nel suo “Chip War”, appena premiato dal Financial Times come libro di business dell’anno. Questo conflitto hi-tech, che oppone Stati Uniti e Cina, ruota attorno al controllo dei microprocessori più avanzati, decisivi per gli armamenti evoluti e il primato militare dei prossimi decenni. «Gli Stati Uniti sono in vantaggio, e nonostante gli sforzi di Pechino hanno una strategia per mantenerlo, ma molto dipenderà dalla capacità di tenere a bordo gli alleati», sostiene Miller, che insegna Storia internazionale alla Tufts University. Ma il professore è convinto che questa guerra non segnerà una ritirata, o la fine della globalizzazione: «Il punto non è prodursi tutti i chip in casa, anche se molti politici lo pensano: il silicio resterà un industria globale».

Alcuni la definiscono una Guerra Fredda 2.0: un gioco a somma zero in cui sia Wash…

ROMA - Siamo dentro una guerra dei chip, scrive Chris Miller nel suo “Chip War”, appena premiato dal Financial Times come libro di business dell’anno. Questo conflitto hi-tech, che oppone Stati Uniti e Cina, ruota attorno al controllo dei microprocessori più avanzati, decisivi per gli armamenti evoluti e il primato militare dei prossimi decenni. «Gli Stati Uniti sono in vantaggio, e nonostante gli sforzi di Pechino hanno una strategia per mantenerlo, ma molto dipenderà dalla capacità di tenere a bordo gli alleati», sostiene Miller, che insegna Storia internazionale alla Tufts University. Ma il professore è convinto che questa guerra non segnerà una ritirata, o la fine della globalizzazione: «Il punto non è prodursi tutti i chip in casa, anche se molti politici lo pensano: il silicio resterà un industria globale».

Alcuni la definiscono una Guerra Fredda 2.0: un gioco a somma zero in cui sia Washington che Pechino vedono il passo avanti del rivale come propri passi indietro. È così?

«Nella sfera commerciale resta un gioco a somma positiva, di vantaggi reciproci. Sul piano militare invece la Cina vuole sviluppare la propria capacità di deterrenza in Asia, mentre gli Stati Uniti l’hanno identificata come il principale avversario: qui siamo già in un gioco a somma zero. La difficoltà è proprio navigare questo delicato equilibrio, un intreccio di cooperazione e competizione che si sta spostando verso il secondo polo, e continuerà a farlo nei prossimi anni».

Gli Stati Uniti hanno bloccato le esportazioni verso la Cina dei chip più avanzati, e dei macchinari per produrli, per mantenere un vantaggio più ampio possibile. È una strategia di contenimento?

«Non userei la parola contenimento. Gli Stati Uniti hanno preso atto del fatto che la tecnologia è decisiva per l’influenza militare e strategica, ancora di più ora che la Cina ha recuperato terreno. Il loro obiettivo non è colpire il settore privato cinese, ma negare a Pechino l’accesso ai chip più avanzati, per evitare che siano usati in campo militare. Anche se è vero che in molti casi la sfera bellica e quella civile sono indistinguibili, che il processore che si usa per un’auto autonoma è lo stesso che entra in un drone da attacco».

Che effetti sulla filiera globale dei microprocessori?

«Li stiamo già vedendo, le catene di fornitura, che davamo per scontate, si stanno modificando. Potremmo avere una biforcazione: con la Cina da una parte e un blocco composto dagli Stati Uniti e i loro alleati dall’altra. Per 30 anni si è pensato che la tecnologia si sarebbe espansa senza barriere, alimentando gli usi civili. Ma questo era valido in un’era in cui il primato americano era consolidato, ora che la Cina ha recuperato Washington deve pensare a mantenere il vantaggio».

Pechino vuole rispondere costruendo l’autosufficienza nelle tecnologie chiave, a suon di investimenti miliardari. Ce la farà?

«Non nel breve periodo. La Cina è dipendente dall’importazione di chip, ma soprattutto dei macchinari per produrli, che sono realizzati solo da aziende americane, giapponesi e olandesi. La Cina investe di più, ma il processo per ridurre la dipendenza è lungo, costoso e molto difficile».

Gli Stati Uniti chiedono agli alleati di applicare le stesse restrizioni verso la Cina. Ma Giappone, Corea e Taiwan hanno ricchi legami commerciali con Pechino. Accetteranno?

«Lo scopriremo ora. Per Taiwan e Corea del Sud la situazione è più chiara: anche le loro aziende dipendono dai macchinari Usa per stampare chip. Credo non venderanno più alla Cina i microprocessori più avanzati. C’è più incertezza su Giappone e Olanda, che finora hanno affrontato il tema solo sul piano commerciale, tralasciando quello strategico. Ora iniziano a riconsiderare: sarei stupito se alla fine non si allineassero».

E le aziende private che faranno? Divorzieranno dal mercato cinese?

«Non ci sarà mai un “decoupling”, un divorzio completo dalla Cina, ma la situazione diventerà sempre più complessa: le aziende stanno cercando di capire come evolverà».

Alcuni ritengono che questa stretta Usa impatterà sull’innovazione e creerà costi extra per i consumatori. Altri che la guerra dei chip produrrà un’ondata di nuova tecnologia. Lei?

«Nel lungo periodo pompare denaro in ricerca e sviluppo porterà a tecnologie più avanzate. Nel breve potrebbe generare incrementi di prezzo, non drammatici. Ma il focus si è spostato dall’ambito economico a quello militare. Voglio essere chiaro: in gioco c’è l’equilibrio di forza tra Stati Uniti e Cina in Asia. E se questo è il punto, accettare dei rincari non è irragionevole».

L’industria dei chip è stata una delle prime a globalizzarsi. Questa stessa industria sarà il volano della deglobalizzazione?

«Le filiere di produzione cambiano, ma non credo che termini come “deglobalizzazione” o “reshoring” siano giustificati. Non credo che l’obiettivo finale degli Stati Uniti sia un’autosufficienza protezionista che riscriva le regole della globalizzazione, bensì vietare alla Cina l’accesso a una serie di tecnologie chiave. La catena di produzione dei chip resterà globale. Paesi come il Giappone, l’India e gli stessi Stati Uniti stanno investendo per avere un ruolo più grande in questa filiera».

Molti politici, anche in Europa, sono convinti che producendo “in casa” si eviteranno crisi di forniture come quella vista in pandemia...

«Molti lo pensano, ma è vero? La scarsità di chip vista durante la pandemia è una circostanza eccezionale: in molti segmenti è già finita, in alcuni c’è addirittura sovraccapacità. E l’Europa è molto naif nel concentrarsi sulla maggiore produzione. Il punto è che tipo di chip produce: su quelli avanzati è molto indietro».

Chi vincerà la guerra dei chip?

«Gli Stati Uniti sono in una posizione molto migliore, controllano le tecnologie chiave. I passi avanti tecnologici e militari della Cina ne hanno deteriorato il primato , i grandi numeri giocano a favore di Pechino, ma ora Washington ha una strategia per difendere il proprio vantaggio qualitativo. Resta da capire come riuscirà ad implementarla, e se riuscirà a tenere a bordo gli alleati».