Milano Dopo essere stato per anni il banchiere di Sergio Marchionne, Riccardo Mulone, country head di Ubs per l’Italia, nel 2022 ha seguito tante operazioni per le imprese italiane, tra cui Dufry-Autogrill o Zegna—Tom Ford, e continua a vedere rosa per le aziende tricolori.
Tra pandemia, guerra, inflazione, aumento dei tassi, l’attività di M&A è crollata, come vede il 2023?
"A livello globale c’è stata una contrazione del 35-40% dei volumi di M&a, è anche vero che in Europa il calo nonostante la guerra è stato più contenuto. Su circa 3,7 mila miliardi di dollari nel mondo, 1,3 mila miliardi sono europei: il 20% in meno del 2021, ma il 23% in più della media pre-pandemia, ovvero nel periodo 2017-2020. Quindi è vero che c’è stato un calo, ma non eclatante, e la forte liquidità che persiste ancora sul mercato mi fa essere positivo anche per il futuro".
Certe operazioni però si sono fermate, tra cui le quotazioni o il rifinanziamento del debito…
"Vero, ma in questo tipo di operazioni molto dipende dalle finestre che si creano sul mercato, che si fanno sempre più volatili e imprevedibili. Chi poteva rinviare un’emissione obbligazionaria l’ha fatto, ma chi aveva esigenze stringenti ha cercato altre fonti di finanziamento. Stesso discorso per le Ipo, chi non aveva bisogno di quotarsi, aspetterà tempi migliori. Ma mi lasci dire che assistiamo diverse aziende che hanno studiato un collocamento e nessuna di queste ha cancellato il progetto, che è solo congelato".
Quindi nel 2023, si aspetta che tante delle operazioni congelate quest’anno tornino d’attualità?
"Dipenderà dall’andamento dei mercati, che è sempre più volatile, e quindi difficile da prevedere, ma mi auguro di sì. Detto questo l’Italia anche nel 2022 si è dimostrata più resiliente di tanti altri paesi anche europei, e il tessuto industriale tricolore è fatto di eccellenze imprenditoriali, che sono state capaci di gestire i fenomeni inflattivi. Infine la forza del dollaro ci aiuta perché da sempre siamo un paese esportatore, con un importante interscambio commerciale con gli Stati Uniti. Le aziende italiane sono in genere sane, e nonostante guerra e inflazione chiuderanno bene l’anno. Questo mi fa essere ottimista per il nostro Paese che ha dimostrato di essere sempre più attrattivo, anche agli occhi degli investitori esteri".
Non vede un problema di scala che le rende poco competitive?
"La scala aiuta e dobbiamo favorirla, ma non a tutti i costi. Bisogna puntare su aggregazioni che creino valore strategico e industriale, aiutando le nostre aziende a posizionarsi su prodotti e servizi ad alto valore aggiunto. Dico a tutti i miei clienti, che proprio in momenti come questo, si creano le opportunità. Il mondo è sempre meno delocalizzato, la pandemia ci ha imposto di tornare a produrre local per local, una situazione che insieme all’adeguamento degli standard di sostenibilità, ha spinto le aziende più sagge a fare nuovi investimenti produttivi o attrarre nuove competenze in loco. Ora le imprese sane devono valutare le opportunità. Quelle guidate da capitani lungimiranti metteranno al centro logiche industriali di lungo periodo".
In questo contesto di tassi e inflazione però il private equity, che tanto ha aiutato i passaggi generazionali delle aziende familiari, è in ginocchio…
"Non sono d’accordo, anzi credo che ci sarà una sana scrematura delle operazioni, verso quelle più industriali e meno finanziarie. Dal 2012 ad oggi la crescita media delle operazioni dei private equity in Europa è stata del 12% all'anno con un incremento anche della dimensione media del capitale investito. Atlantia-Blackstone-Edizione è stato il più grande deal dell’anno in Italia. Nel caso di aziende eccellenti come Fedrigoni, i fondi hanno deciso di valorizzare solo in parte e in parte reinvestire. Inoltre ricordiamoci che i fondi in Europa hanno ancora tantissima liquidità, che dal 2012 ad oggi è passata da 1,1 a 3,6 mila miliardi di dollari. Guardando i multipli impliciti delle acquisizioni si osserva che sono stati un po’ corretti passando da 12.7 nel 2021 a 11.4 nel 2022 (come valore d'impresa fratto il mol, ndr). Un sano riposizionamento, ma non un crollo".
Credit Suisse, il vostro primo rivale in Svizzera, si trova alle prese con una crisi di credibilità e un complicato di turnaround. Lei come la vede?
"Atteggiamenti campanilistici non fanno parte della mia e nostra cultura. Quando un concorrente attraversa momenti complessi non è certamente mai una bella notizia per nessuno".