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Tim, i paletti del governo: rete in mani pubbliche e occupazione in salvo

Nuovo incontro tra il governo e i soci dell'ex monopolista: l'esecutivo Meloni ha posto le sue condizioni. Ma la soluzione è ancora lontana
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MILANO - È una nuova fumata nera quella che esce dai camini del governo e si dirige verso i tetti di Tim. Il tavolo allargato ai ministeri competenti, a Palazzo Chigi e ai due azionisti principali, Vivendi e Cassa Depositi Prestiti, dopo quattro riunioni non ha sortito alcun risultato tangibile. Mentre il ministro Adolfo Urso aveva annunciato una soluzione entro la fine dell’anno. Tutto è rimandato al nuovo anno e un comunicato diramato nella serata di ieri da ambienti vicini alla presidenza del Consiglio (non coordinati con il Ministero delle Imprese) non ha fatto altro che ribadire il solito refrain: il governo vuole che la rete Tim torni in mani pubbliche e salvaguardare l’occupazione dell’azienda.

Le stesse …

MILANO - È una nuova fumata nera quella che esce dai camini del governo e si dirige verso i tetti di Tim. Il tavolo allargato ai ministeri competenti, a Palazzo Chigi e ai due azionisti principali, Vivendi e Cassa Depositi Prestiti, dopo quattro riunioni non ha sortito alcun risultato tangibile. Mentre il ministro Adolfo Urso aveva annunciato una soluzione entro la fine dell’anno. Tutto è rimandato al nuovo anno e un comunicato diramato nella serata di ieri da ambienti vicini alla presidenza del Consiglio (non coordinati con il Ministero delle Imprese) non ha fatto altro che ribadire il solito refrain: il governo vuole che la rete Tim torni in mani pubbliche e salvaguardare l’occupazione dell’azienda.

Le stesse parole che ha usato la premier Giorgia Meloni durante la sua conferenza stampa: «Confermo che questo governo si dà l’obiettivo duplice di assumere il controllo della rete, per una questione strategica, e di lavorare per mantenere i livelli occupazionali. Tutto il resto lo lasciamo alla dinamica libera del mercato», aveva detto facendo compiere al titolo in Borsa un balzo in avanti del 2,93%.

Il tavolo, fortemente voluto da Urso e dai francesi di Vivendi con i suoi advisor, tornerà a riunirsi nel 2023 per «aprire una seconda fase e approfondire possibili misure incentivanti per il settore, richiedendo nel contempo agli azionisti di formulare le proposte che gli stessi intendono mettere in campo per addivenire ad una soluzione finale, in un quadro condiviso e sostenibile». In questa seconda fase, si aggiunge, «verrà coinvolto il management di Tim stessa».

A questo tavolo, però, un commensale importante, il Ministero dell'Economia, risulta assai defilato pur essendo l’azionista di maggioranza di Cdp, attorno a cui ruota la partita della nazionalizzazione della rete. E difatti i rapporti tra i due principali azionisti, Cdp e Vivendi, sono ridotti ai minimi termini. La Cassa spinge per un nuovo accordo per l’acquisto della rete in cui coinvolgere anche fondi come il fondo Kkr ma senza mettere sul tavolo anche la fusione con Open Fiber, che è molto in ritardo con il suo piano di sviluppo. Dall’altra i francesi vorrebbero procedere con la scissione della società in Borsa, dirottando sulla società dei servizi commerciali (ServCo) non più di 4 miliardi di debiti (su circa 25 netti) e non più di 10 mila dipendenti su 42 mila. Tutto il resto andrebbe in capo alla NetCo, la società della rete, che a quel punto necessiterebbe di un aumento di capitale.

Insomma il governo, spaccato nelle sue componenti, non pare avere le idee chiare su come procedere e neanche i due azionisti. Intanto la società sta attraversando un periodo non facile, con clienti in diminuzione e costi in forte aumento a causa dei prezzi dell’energia, e ingenti investimenti da finanziare. Inoltre Tim non può finanziarsi sul mercato per il rating sceso ai minimi termini che implicherebbe il pagamento di interessi molto alti. Nel 2023 vanno a scadenza 2,3 miliardi di debiti, tra banche e bond, con la società che brucia 900 milioni di cassa all’anno.