✕

Baldini, la biologa che studia i farmaci con il sogno di un futuro senza malattie

Medical affairs director per l’Italia di Janssen, l’azienda farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson, ha un team di 74 persone. E pensando alla sua esperienza, all'universo femminile dice: "Cercatevi un sistema di supporto e credete, nell’inclusione perché arricchisce”
5 minuti di lettura

Creare un futuro in cui le malattie siano un ricordo del passato è il nuovo punto di partenza di Alessandra Baldini. Donna di scienza, è Medical affairs director per l’Italia di Janssen, l’azienda farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson, impegnata nella ricerca nell’ambito della medicina di precisione, sempre più personalizzata e mirata, con l’obiettivo di contribuire a prevenire o scoprire in maniera precoce ogni patologia e curarla in base ai bisogni e alle caratteristiche del singolo paziente. Baldini, 54 anni, biologa con una laurea sperimentale all’università di Parma, è componente del Leadership team, impegnata nell’empowerment aziendale dei talenti nella scienza, e nell’inclusività. “Sento tutta la responsabilità di far emergere, proteggere e valorizzare coloro che condividono questo sogno”.

Ligure di La Spezia, è rientrata in Italia per assumere il suo attuale inc…

Creare un futuro in cui le malattie siano un ricordo del passato è il nuovo punto di partenza di Alessandra Baldini. Donna di scienza, è Medical affairs director per l’Italia di Janssen, l’azienda farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson, impegnata nella ricerca nell’ambito della medicina di precisione, sempre più personalizzata e mirata, con l’obiettivo di contribuire a prevenire o scoprire in maniera precoce ogni patologia e curarla in base ai bisogni e alle caratteristiche del singolo paziente. Baldini, 54 anni, biologa con una laurea sperimentale all’università di Parma, è componente del Leadership team, impegnata nell’empowerment aziendale dei talenti nella scienza, e nell’inclusività. “Sento tutta la responsabilità di far emergere, proteggere e valorizzare coloro che condividono questo sogno”.

Ligure di La Spezia, è rientrata in Italia per assumere il suo attuale incarico nel settembre 2022, dopo un’esperienza di 16 anni nel gruppo J&J, tra Europa, Emerging markets e Southeast Asia, dove ha avuto responsabilità nel settore farmaceutico, medical devices e consumer. Dal 2016 al 2022 è stata Medical affair director per J&J a Singapore. In questa veste ha contribuito a far crescere il team locale e a promuovere programmi di formazione scientifica. Unica italiana, ha guidato un gruppo composto da professionisti di cinque diverse nazionalità. “Mi occupavo di tutti i settori, all’inizio avevo una squadra di sei persone, malesi e singaporiani. In un anno il numero è raddoppiato, un gruppo variegato con un obiettivo comune. Tra gli altri c’erano un chirurgo plastico spagnolo e un oftalmologo filippino perché avevamo innovazioni nella terapia della retina”. In Italia la manager promuove programmi di educazione medica di alto profilo, pone le premesse per il lancio di nuovi farmaci, crea partnership con esperti locali per migliorare l’accesso dei pazienti alle cure.

Partita nel 2006 dall’Italia, Alessandra Baldini è stata per otto anni a Parigi, dove sono nate le sue due gemelle oggi quattordicenni, Francesca e Beatrice, e per due anni a Dubai. Lei e il marito, Andrea Crippa, manager di aziende del luxury, si sono ritrovati nelle stesse sedi all’estero. “Espatriati, vita da globe trotter. Le mie ragazze abitano ora in Italia per la prima volta, sono i figli della terza cultura, bambini e adolescenti che crescono in uno o più Paesi diversi, per seguire i genitori nel loro lavoro, ma hanno il passaporto italiano”.
Alessandra Baldini ricomincia e si rimbocca le maniche.

“Mi sento un po’ straniera, ma sono italianissima dentro e cerco di rientrare nel sistema. Credo di essere nel posto giusto. Milano è una citta stupenda, offre un’immagine alta a livello internazionale. Ci sono tante differenze con l’Asia: lì non esiste l’imprevisto, è tutto organizzato. Nell’ambiente degli espatriati la vita è semplice, scorre liscia. Il lato negativo è che può essere anche molto noiosa. Quando ho qualche attimo di scoramento mi ripeto un motto: piccoli passi alla volta, si riesce anche a scalare la cima. A fronte di tante responsabilità, e essere donne non facilita, penso di aver avuto una situazione privilegiata. Prima di tutto grazie a mio marito: è lui il mio principale sponsor in questo cammino. Quando è arrivata la direzione medica in Italia, bellissima posizione, mi ha spronato: vai provaci, non ha pensato minimamente che in questo cambio avrebbe perso qualcosa. Poi per la mia azienda. Negli ultimi 13 anni sono riuscita a crescere di più che nei periodi precedenti. Se dovessi dare indicazione alle donne direi: cercatevi un sistema di supporto e credete nell’inclusione perché arricchisce”.

Appassionata di scienza fin da piccola, per gli studi universitari Baldini ha scelto l’ateneo d’Italia dove era stato costruito un nuovo campus per le materie scientifiche con professori di grande calibro. Seguendo il sogno di diventare una brava ricercatrice, ha iniziato la carriera prima a Parma, sotto la guida del professor Giorgio Olivetti, e poi per due anni al New York Medical college, con un post-doc presso il Cardiovascular research Institute, a Valhalla. “Sono entrata in Park Davis, società che non esiste più, produceva la Torvastatina poi acquistata da Pfizer. Dopo, per qualche tempo, ho lavorato in un’azienda acquisita da Novartis, per lo più nella direzione medica. Cambiavo spesso area terapeutica, acquisivo competenze differenti. Fino al 2001, quando è mancato, il mio mentore Olivetti, che era una persona superiore, mi ha seguito tanto, benché amareggiato che avessi lasciato l’ambiente accademico. Ho cercato la mia strada da sola, per scegliere quello che pensavo e che fosse sfidante, dove potessi imparare”.

Nel lavoro di Baldini alla direzione medica ci sono studi clinici, progetti per concorrere alla continua educazione dei medici, conversazioni con università e istituzioni per identificare elementi di innovazione che possono aiutare nel futuro. “Non potrei svolgere la mia attività senza stimoli scientifici. Bisogna sognare in grande. E mi confronto ogni giorno con amici e ricercatori per trovare qualcosa che riesca a raggiungere questi obiettivi. Adesso parliamo di terapia genica, personalizzata, cura al massimo dell’efficacia col minimo di effetti collaterali. Come azienda stiamo investendo tanto: 8,4 miliardi di dollari, nel 2021, in Europa 1,5. Il nuovo governo italiano ha annunciato un investimento supplementare di due miliardi di euro, credo ci sia una presa di coscienza; il Covid ha dato una sferzata al sistema”.

Dietro l’impegno finanziario c’è una macchina della ricerca enorme e altamente regolamentata. “Siamo tutti ricercatori: i pazienti che fanno parte degli studi clinici di questo sistema, gli sperimentatori. Tanto lavoro. In Italia c’è il mio team di 74 persone, 74 stelle da far brillare: è la mia missione, la passione che nasce dalla scienza, un impegno quasi totale. Gestiamo 43 studi clinici che coinvolgono più di sette mila pazienti in follow up e monitoraggio. Stiamo già a un livello di innovazione avanzato”. La condizione necessaria è lavorare con il Sistema sanitario nazionale per assicurarne la sostenibilità. Occorrono screening e collaborazioni con le Regioni per mettere in piedi tutte le iniziative dove pubblico e privato possano assicurare le risorse per il futuro.

“Da solo il sistema non ce la fa. La ricerca sta andando avanti con la velocità della luce. Nei prossimi dieci anni sarà ancora di più che negli ultimi cento. A Singapore i vecchi decidevano di morire per non essere di peso alla famiglia. Per me è stata la cosa più frustrante in quel periodo, perché pur cercando di dare accesso ai pazienti, il sistema locale non concedeva la sanità a tutti. Dobbiamo guardare fuori dei nostri confini nazionali per apprezzare di più quello che abbiamo in Italia: un apparato sanitario a cui bisogna dare riconoscimento, non soltanto picconate”.

Abitare da sola a New York, spostarsi a Parigi, un cammino pieno di piccoli e grandi ostacoli per Alessandra Baldini. “Ci vuole anche un pizzico di follia, ho sempre fatto salti nel buio, e ci ho messo tantissima organizzazione. In Janssen sono entrata che le mie ragazze avevano appena un anno, e ciò ha richiesto una macchina di supporto affollata. Come recita un antico proverbio africano: ci vuole un villaggio per crescere i figli. Ma loro sono la cosa più bella che penso di aver fatto a oggi. E sono anch’esse due stelle da far brillare”.
L’iniziativa che Janssen Italia sta portando avanti con la Fondazione Mondo digitale, si chiama ‘Fattore J’. È un progetto con cui si cerca di sensibilizzare i giovani all’importanza della scienza e dei percorsi Stem, in ambito scientifico. “Siamo alla terza edizione presentata all’Accademia dei Lincei a Roma. La sanità ha bisogno di medici, farmacisti, infermieri, l’italiano è il popolo più longevo dopo il Giappone. Da parte nostra mettiamo piccoli mattoncini. Finora abbiamo coinvolto 200mila giovani”.

Viaggiare, la sua passione, l’ha trasferita alle ragazze. “Sono stata un po’ in tutto il mondo, scappo ma amo tornare a casa, non sono più tornata in Liguria per viverci, ci vado però sempre per il mare d’estate”. La manager ha giocato a pallavolo per dieci anni, corre, va in palestra, scia. “La parte sport della mia vita di recente è stata un po’ sacrificata. Durante il Covid ho riscoperto le mie origini italiane cucinando di tutto: focaccia, pasta al forno, gnocchi. Mi sono ritrovata con divertimento. Ho letto ‘Ikigai. Il metodo giapponese. Trovare il senso della vita per essere felici’, scritto dalla tedesca Bettina Lemke. È la combinazione delle intersezioni di questi elementi di filosofia giapponese, che ci permette di vivere in equilibrio col mondo. Io lo sono? A volte sì, a volte no. In questo momento, per esempio, mi trovo in una fase instabile: sto costruendo una nuova vita”.