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Sindacati e aziende: “Tavolo sui salari”. Ma il governo prende tempo

La ministra del Lavoro Marina Calderone (ansa)
L’inflazione erode le retribuzioni. Le parti sociali: c’è bisogno di interventi urgenti. Un primo incontro al ministero giovedì
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ROMA - Sale il pressing delle parti sociali sul governo per l'apertura quanto prima di un tavolo sull'emergenza dei salari bassi, all'indomani del dato Istat registrato a dicembre di un aumento dei prezzi dell'11,6% in un anno. Lo vogliono gli industriali, lo hanno chiesto i sindacati già un mese fa alla ministra del Lavoro Marina Calderone. Ma al momento nessuna data è stata fissata in calendario. E soprattutto il governo non ha un'idea, né un percorso di intervento.

La doppia agenda del lavoro

Anzi esiste una doppia agenda. Quella del ministero del Lavoro con l'incontro programmato per il 12 gennaio sulla sicurezza sul lavoro e il 19 sulla riforma delle pensioni. E l'agenda del Mimit, il ministero delle Imprese e del Made in Italy: il ministro Adolfo Urso ha previsto diversi tavoli sulle crisi industriali. Ma niente sulle retribuzioni zavorrate dalla super inflazione. Il rischio è di una crisi sociale. La ministra ne è…

ROMA - Sale il pressing delle parti sociali sul governo per l'apertura quanto prima di un tavolo sull'emergenza dei salari bassi, all'indomani del dato Istat registrato a dicembre di un aumento dei prezzi dell'11,6% in un anno. Lo vogliono gli industriali, lo hanno chiesto i sindacati già un mese fa alla ministra del Lavoro Marina Calderone. Ma al momento nessuna data è stata fissata in calendario. E soprattutto il governo non ha un'idea, né un percorso di intervento.

La doppia agenda del lavoro

Anzi esiste una doppia agenda. Quella del ministero del Lavoro con l'incontro programmato per il 12 gennaio sulla sicurezza sul lavoro e il 19 sulla riforma delle pensioni. E l'agenda del Mimit, il ministero delle Imprese e del Made in Italy: il ministro Adolfo Urso ha previsto diversi tavoli sulle crisi industriali. Ma niente sulle retribuzioni zavorrate dalla super inflazione. Il rischio è di una crisi sociale. La ministra ne è consapevole e ne parlerà con sindacati e imprese già giovedì. Il suo metodo, di procedere per tavoli tematici, è apprezzato dalle parti sociali. Bisognerà ora scandire il ritmo del confronto procedendo per priorità. E i salari lo sono.

Il metodo Ciampi

L'ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia nell'intervista a Repubblica evocava il metodo Ciampi del 1993 che portò a una nuova politica dei redditi in Italia. Nei trent'anni successivi però poco si è mosso, anzi i salari reali sono scesi, caso unico in Europa, complice una crescita anemica dell'Italia zavorrata da una scarsa produttività. Anche se poi fosse convocato e nella sede più nobile - Palazzo Chigi - il tavolo parte da posizioni ancora distanti.

Le divisioni nei sindacati e con le imprese

Confindustria non è disposta a sobbarcarsi il peso degli aumenti, il suo presidente Carlo Bonomi chiede da tempo il taglio di 5 punti del cuneo contributivo a carico dello Stato. Il governo Meloni si è impegnato a farlo, ma nell'arco della legislatura. Nel frattempo i prezzi corrono, i bonus sono finiti, e il taglio del cuneo attuale copre solo i redditi medio-bassi (tre punti fino a 25 mila euro e due fino a 35 mila euro). Lasciando fuori il ceto medio in forte sofferenza.

I sindacati a loro volta non sono compatti. La Cgil di Maurizio Landini e la Uil di Pierpaolo Bombardieri sono scesi in piazza, con scioperi territoriali, a dicembre contro la prima manovra del governo Meloni - flat tax e voucher nel mirino - come già contro quella di Draghi (ma con sciopero generale). Chiedono all'esecutivo di alzare la tassa sugli extraprofitti per finanziare un taglio sostanzioso del cuneo. La Cgil punta anche a indicizzare le detrazioni fiscali. La Cisl, più dialogante, plaude al taglio del cuneo, ma spinge anche per rafforzare la contrattazione integrativa e territoriale, ad agire con altri strumenti come il welfare.

I nodi: rinnovo contratti, indice Ipca e precarietà

Il problema sono i contratti non rinnovati. Il Cnel ne conta almeno 30 scaduti dei circa 200 più rappresentativi firmati da Cgil, Cisl e Uil con le rappresentanze datoriali (Confindustria sostiene di averli rinnovati quasi tutti). Fatto sta che oltre la metà dei dipendenti privati italiani lavora con contratti scaduti anche da molti anni: 6,8 milioni su 12,8 totali (di cui 12,5 milioni rappresentati da Cgil, Cisl e Uil, come certifica il Cnel).

Al rinnovo dei contratti poi si applica un indice inflattivo (Ipca) che i sindacati contestano perché non tiene conto della componente energetica, ora alle stelle. Ma Confindustria non ci sente a cambi in corsa (l'Ipca fu fissato nel Patto della fabbrica del 2018). Attriti su cui lavorare. E destinati a crescere, se come sembra, il governo tornerà a liberalizzare i contratti a termine senza causale. Imprese contente, sindacati molto meno.