Manager made in Italy, la ricetta per crescere dei gruppi del lusso
di Sara Bennewitz , di Sara BennewitzMilano «È un’ottima notizia - ha scritto Luca Solca, esperto di lusso della banca d’affari Bernstein, commentando le indiscrezioni riportate ieri da Repubblica sulla nomina del primo manager italiano alla guida di Louis Vuitton - Pietro Beccari ha portato Dior a un grande successo, e ora avrà il miglior lavoro nel gruppo e nell’intero comparto del lusso mondiale: riteniamo che questo fosse esattamente quello di cui Lvmh aveva bisogno».
Il primo Italiano alla guida del primo marchio del lusso al mondo
Classe 1967, parmigiano doc, Beccari dopo la laurea in economia e una mancata carriera calcistica - con Arrigo Sacchi che gli aveva consigliato di fare altro - Beccari inizia nel marketing della filiale italiana di Benckiser, ma è grazie alla Parmalat che si fa le ossa e vola negli Stati Uniti per continuare a crescere. Lascia New York per andare in Germania alla guida del prodotti di consumo di Henkel, diventando vicepresidente d…
Milano «È un’ottima notizia - ha scritto Luca Solca, esperto di lusso della banca d’affari Bernstein, commentando le indiscrezioni riportate ieri da Repubblica sulla nomina del primo manager italiano alla guida di Louis Vuitton - Pietro Beccari ha portato Dior a un grande successo, e ora avrà il miglior lavoro nel gruppo e nell’intero comparto del lusso mondiale: riteniamo che questo fosse esattamente quello di cui Lvmh aveva bisogno».
Il primo Italiano alla guida del primo marchio del lusso al mondo
Classe 1967, parmigiano doc, Beccari dopo la laurea in economia e una mancata carriera calcistica - con Arrigo Sacchi che gli aveva consigliato di fare altro - Beccari inizia nel marketing della filiale italiana di Benckiser, ma è grazie alla Parmalat che si fa le ossa e vola negli Stati Uniti per continuare a crescere. Lascia New York per andare in Germania alla guida del prodotti di consumo di Henkel, diventando vicepresidente della divisione haircare, finché nel 2006 approda alla corte di Arnault, l’uomo più ricco del mondo e primo imprenditore del lusso francese, che gli fa far carriera prima in Vuitton (2006-2012) che lascia da vice presidente, Fendi (di cui è stato ad dal 2012 fino al 2017), e infine Dior (dal 2018 ad oggi).
La nomina di Beccari ai vertici di Vuitton a partire dal primo febbraio non è un caso isolato di rinascimento dei manager tricolori del lusso. A breve Andrea Guerra assumerà le deleghe di Prada, prima di lui nel 2022 Marco Gobbetti ha lasciato Burberry per andare a guidare il rilancio di Ferragamo. La prossima nomina di peso sarà quella dell’amministratore delegato di Gucci, ruolo che dal 2014 è ricoperto da Marco Bizzarri, che insieme al direttore creativo Alessandro Michele ha fatto in Gucci quello che Beccari e Maria Grazia Chiuri hanno fatto in Dior: il miracolo di passare da meno di 3 miliardi di fatturato a oltre 8 miliardi di ricavi in pochi anni. Dopo le dimissioni di Michele dello scorso dicembre, in molti scommettono che anche Bizzari sia pronto a fare un passo indietro e che forse già la prossima primavera Francesca Bellettini, motore del rilancio di Saint Laurent, possa andare ad assumere le deleghe per un nuovo rilancio di Gucci, che come Vuitton è il marchio-ammiraglia dell’altro colosso del lusso mondiale, Kering.
Le eccellenze del Made in Italy
Il Made in Italy è considerato infatti non solo il massimo standard nella produzione di certe manifatture, ma anche l’eccellenza nella creatività oltre che una scuola di management unica che ci invidiano le aziende di tutto il mondo. L’Italia e i suoi distretti industriali stanno all’alto di gamma come la California e la Silicon Valley stanno alla tecnologia.
Inoltre essendo questo un business di talenti, c’è un effetto scarsità per cui quando cambia un manager e un direttore creativo, spesso poi nulla resta come prima perfino per le aziende rivali.
«Nell’industria è ormai dimostrato che le fortune di Gucci e di Prada si alternano e spesso il successo di una fa ombra all’altra e viceversa - spiega Mario Ortelli, fondatore dell’omonimo gruppo di consulenza –. Ma il ricambio che c’è stato in questi mesi è anche legato a un fattore anagrafico: Patrizio Bertelli e Bernard Arnault sono coetanei e stanno gestendo il passaggio generazionale ai figli, con l’aiuto di manager di standing internazionale».
Senza contare che la pandemia ha avuto un effetto dirompente sull’industria della moda, allargando le distanze tra colossi come Lvmh e Kering rispetto a tutti gli altri marchi del lusso globale. Dopo la frenata del 2020, e il forte rimbalzo del 2021 e del 2022, adesso il settore dovrebbe andare verso una fase di rinnovamento, che dovrà essere accompagnato da un cambio di prodotti, di stile e anche di management che porti a scoprire le nuove frontiere del lusso, che ormai oltre a moda, gioielli e accessori, si allarga ad alberghi, bar e ristoranti.
«Dopo la pandemia, la guerra e l’aumento dell’inflazione siamo entrati in una nuova fase che impone a un settore dinamico come quello del lusso che cambia ogni stagione nuovi paradigmi – prosegue Ortelli – molti marchi hanno investito fortemente sia sul digitale che sul lusso esperienziale, e a volte è più facile accompagnare il cambiamento anche con un cambio alla direzione creativa o al vertice di un’azienda, per portare linfa nuova e spingere sulla crescita».