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Pnrr, progetti rivisti e assunzioni. Parte il cantiere del governo con l'Europa

(ansa)
Tutti i ministeri lamentano carenza di personale e chiedono contratti a tempo indeterminato. Per centrare le scadenze si scartano alcuni obiettivi
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ROMA - L’allarme lo lancia Francesco Lollobrigida: "Abbiamo poche persone, così i progetti non vanno avanti". I progetti sono quelli del Pnrr e il titolare dell’Agricoltura è solo il primo a riversare il rischio sul tavolo della cabina di regia a Palazzo Chigi. Tutti gli altri ministri prendono la parola per ribadire il concetto: le Unità di missione - le strutture operative che lavorano al Piano - hanno poco personale, le piante organiche non sono state completate. Ma non basta. Il pressing su Raffaele Fitto, che presiede la riunione, si allarga: bisogna procedere a una stabilizzazione, andare cioè oltre la scadenza del 2026, fissata dal governo Draghi. La formula del tempo determinato non funziona, molti sono andati via appena hanno trovato un lavoro a tempo pieno. 

ROMA - L’allarme lo lancia Francesco Lollobrigida: "Abbiamo poche persone, così i progetti non vanno avanti". I progetti sono quelli del Pnrr e il titolare dell’Agricoltura è solo il primo a riversare il rischio sul tavolo della cabina di regia a Palazzo Chigi. Tutti gli altri ministri prendono la parola per ribadire il concetto: le Unità di missione - le strutture operative che lavorano al Piano - hanno poco personale, le piante organiche non sono state completate. Ma non basta. Il pressing su Raffaele Fitto, che presiede la riunione, si allarga: bisogna procedere a una stabilizzazione, andare cioè oltre la scadenza del 2026, fissata dal governo Draghi. La formula del tempo determinato non funziona, molti sono andati via appena hanno trovato un lavoro a tempo pieno. 

Un problema non da poco per una macchina che invece deve correre perché entro la fine di giugno bisogna mettere in fila 27 obiettivi se si vuole ottenere da Bruxelles il quarto assegno che vale 16 miliardi. Fitto non vuole sorprese: "Siamo al 12 gennaio, muoviamoci per tempo". Un messaggio che contiene anche una scadenza inderogabile: i ministri devono consegnare le relazioni sull’avanzamento dei progetti del primo semestre entro la settimana prossima. Non un giorno di più. L’incrocio tra l’affanno nei ministeri e la necessità di accelerare porta a un’altra decisione obbligata: la lista di tutti i progetti, da qui al 2026, va rivista. Bisognerà negoziare con Bruxelles, ma il principio viene esplicitato da quasi tutti i ministri: spostare le risorse dai progetti che non funzionano a quelli che stanno registrando più adesioni. Matteo Salvini tira fuori un esempio: nessuno è interessato alla sperimentazione dell’idrogeno verde sulle strade. Inutile, quindi, tenere in ballo i 230 milioni previsti per realizzare almeno 40 stazioni di rifornimento, meglio ricollocarli su altri investimenti. Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ridimensiona il progetto su Cinecittà: intervenire su 17 studios è troppo, meglio concentrarsi su un numero più limitato. 

I tempi sono serrati anche per questo lavoro più ampio: scatteranno subito riunioni tecniche bilaterali per verificare lo stato di attuazione di ogni misura. L’obiettivo è chiudere la trattativa con Bruxelles entro la fine di febbraio, ma è il contenuto a rappresentare la vera posta in gioco. Il rimescolamento dei progetti si aggiunge alla volontà del governo di dirottare alcuni investimenti sotto l’ombrello dei fondi europei di coesione, in modo da avere più tempo per spendere le risorse e vincoli meno stringenti rispetto alla tabella di marcia del Pnrr. C’è un’altra questione al centro del negoziato: cambiare i posti di comando del Pnrr. Le spinte che arrivano dalla maggioranza, soprattutto da Fratelli d’Italia, puntano alla Segreteria tecnica presieduta da Chiara Goretti, ma bisogna mettere in fila ragioni valide per chiedere a Bruxelles di procedere con lo spoils system, superando la blindatura al 2026 decisa da Draghi. 

Non è solo un tema di nomi, in ballo c’è la centralizzazione a Palazzo Chigi che passa da un assorbimento di fatto del Servizio centrale che oggi opera al Mef, nelle stanze della Ragioneria generale dello Stato. Anche su questo i margini dipendono dalle aperture che darà Bruxelles. Fitto non ne parla alla riunione della cabina di regia, i ministri non aprono la questione: l’urgenza preme sulla necessità di dare subito un segnale sull’attuazione dei progetti. Per questo a fine gennaio, al massimo la prima settimana di febbraio, arriverà un decreto che conterrà norme per accelerare i meccanismi che oggi inceppano l’avanzamento degli investimenti. Un’altra operazione di semplificazione prima di passare alla partita che conta di più.