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La morte della globalizzazione? Una notizia fortemente esagerata

(reuters)
Lo sostengono una serie di autorevoli esperti intervenuti al Forum di Davos, da Ian Bremmer ad Adam Tooze. Quello che stiamo osservando, dicono, non è la fine del mondo connesso, ma una sua evoluzione, che darà forma a nuove geometrie degli scambi su scala regionale
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DAVOS - Le notizie sulla sua morte sono fortemente esagerate. La freddura di Mark Twain vale anche per la globalizzazione come la vedono dal 26° World Economic Forum, che del resto ha per titolo "Cooperare in un mondo frammentato". I legami che hanno stretto l'economia e i costumi in un modo che pareva inarrestabile, dall'inizio del XXI secolo, da due anni paiono sgretolarsi. Ma alcuni tra i più brillanti scenaristi globali, intervenuti a Davos nel panel "deglobalizzazione o riglobalizzazione", non hanno dubbi sulla seconda opzione. Nessun arretramento, piuttosto un "nuovo ordine globale" che cerca le sue forme: e da cui potrebbero nascere globalizzazioni su scala regionale per aree di appartenenza politica distinte.

DAVOS - Le notizie sulla sua morte sono fortemente esagerate. La freddura di Mark Twain vale anche per la globalizzazione come la vedono dal 26° World Economic Forum, che del resto ha per titolo "Cooperare in un mondo frammentato". I legami che hanno stretto l'economia e i costumi in un modo che pareva inarrestabile, dall'inizio del XXI secolo, da due anni paiono sgretolarsi. Ma alcuni tra i più brillanti scenaristi globali, intervenuti a Davos nel panel "deglobalizzazione o riglobalizzazione", non hanno dubbi sulla seconda opzione. Nessun arretramento, piuttosto un "nuovo ordine globale" che cerca le sue forme: e da cui potrebbero nascere globalizzazioni su scala regionale per aree di appartenenza politica distinte.

L'evoluzione della globalizzazione verso nuovi stadi "regionali"

"Come possiamo mantenere la cooperazione in un mondo in cui la globalizzazione va in frantumi, e in cui drammatiche discontinuità come la pandemia, la crisi energetica e la guerra si succedono ravvicinate?" si chiede Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group e moderatore. Lo scenarista americano nota come gli ultimi eventi stiano cambiando il ruolo delle potenze protagoniste della globalizzazione: la Cina che resta capitalista, gli Usa che si rivolgono su mercato e politica interni, la Russia incattivita ai confini europei. "Per me non sono altro che ristrutturazioni cicliche dell'ordine globale, anche se molto ravvicinati - ha detto Bremmer -. Comunque non mi pare il caso di drammatizzare: la globalizzazione evolve verso nuovi stadi, non sta certo scomparendo".

Anche per Adam Tooze, della Columbia University, quel che abbiamo davanti è "un nuovo schema, non una deglobalizzazione, che trovo altamente improbabile". Per lo scenarista britannico la svolta recente è stata la crisi delle catene di fornitura dei chip e nell'auto, che sta introducendo "un nuovo modello di divisione del lavoro nell'industria e cambierà la storia economica", come annunciano gli sforzi per mobilitare risorse pubbliche degli Usa verso le imprese locali per renderle autonome in questi settori su tutta la filiera. Anche Tooze, leggendo queste dinamiche, vede possibile "una riglobalizzazione su base regionale nei prossimi 10 anni". Il concetto è illustrato da Ngaire Woods, docente dell'Università di Oxford, con gli accordi sul libero commercio siglati in Africa: "Lì i Paesi non hanno potuto scegliere se aderire o no alla globalizzazione, dovendo importare molte materie alimentari. E nel prossimo decennio vedremo vari tipi di globalizzazione regionali simile a questa, protette sotto un ombrello politico omogeneo". Secondo la studiosa, la globalizzazione come conosciuta fino al 2020 è in crisi per lo sgretolarsi di tre pilastri. Il social compact, che ha protetto i popoli dei Paesi "globalizzatori" consentendone l'espansione all'estero; il ruolo dei leader globali, dotati di carisma, visione e capacità di porre regole da tutti seguite, ma che oggi latitano; l'incapacità delle aziende globalizzatrici di controllare le filiere produttive, anche in termini di diritti umani di chi ci lavora. "I governi nazionali sono stati molto lenti ad adeguarsi a questo quadro in deterioramento - ha aggiunto Woods -. Ma solo rinsaldando questi tre pilastri si può riscrivere il nuovo ordine globale".

La chimera statistica della fine del mondo globale

Niall Ferguson, Stanford University, non ama il termine di "policrisi", per descrivere le recenti sventure. "E' una parola che mi fa venire in mente il poliestere. Penso, piuttosto, che ciò che accade oggi è il modo in cui la Storia funziona: cambiamenti, anche improvvisi, che determinano l'economia e le relazioni globali". Per lo studioso, il picco della globalizzazione era già stato raggiunto nel 2007, come flussi di capitale, persone e merci. "Ma il fatto è che da allora nessun dato statistico, neanche recente, mostra una reale deglobalizzazione. Casomai assistiamo a grandi variazioni di alcuni prezzi, ma la globalizzazione dei servizi prosegue". Come attesta la produzione dei cellulari, o, per altri versi, l'incremento del Pil russo malgrado la guerra, e per via dei rincari delle materie prime energetiche. "La deglobalizzazione è una chimera statistica, a me pare un classico esempio di narrazione giornalistica, in cerca di facili suggestioni. Ma è falsa". L'unico politico del panel, il ministro degli esteri e del commercio ungherese Péter Szijjartò, ha parlato invece dell'esperienza del suo Paese, "una delle economie più aperte del mondo, in più collocata al centro dell'Eurasia e vicino alla Russia, con cui dovremo sempre fare i conti, piaccia o no". Per lui, rispetto e fiducia tra Est e Ovest sono questioni "di interesse strategico": e l'Ungheria, tra i Paesi più colpiti dalla guerra, "ha quasi l'obbligo di cooperare". Ma come? "Viviamo oggi una 'Guerra fredda 2.0', ma i principi di cooperazione eurasiatici si sono rivelati validi ed efficaci per molto tempo", ha aggiunto Szijjartò. Per lui la svolta alle nuove relazioni globali verrà con "un ritorno al reciproco rispetto tra le parti, la comprensione che la realtà fisica e geografica non può essere sormontata da ideologie politiche, e il mantenimento dei canali di comunicazione tra aree e Paesi rivali". Per il ministro del governo cattolico e reazionario di Orban, tuttavia, "ogni tentativo di decentralizzazione dovrà tenere in conto le specificità socioculturali e politiche di ciascun Paese".