La recessione arriva, ma le aziende italiane sono meno pessimiste. Toselli (PwC): "Hanno più flessibilità"
dal nostro inviato Andrea Greco , dal nostro inviato Andrea GrecoDAVOS - Quasi metà degli amministratore delegati italiani ritiene che la sua azienda sarà “economicamente non sostenibile” se in 10 anni non cambia strada. E’ un prezzo delle sfide climatiche e tecnologiche: anche se per manager italiani la sfida più grande è riguarda i cambiamenti regolatori. Quasi due su tre temono questo più di tutto, rispetto al 53% dei capi stranieri.
La trasformazione è, comunque, grande protagonista del 26esimo "Ceo survey" annuale di PwC, che ha sentito 4.410 amministratori delegati di 105 Paesi, di cui 112 italiani. Una fetta del Pil mondiale, che si prepara alla frenata delle economie e prova al contempo a reagire ai tanti “cigni neri” degli ultimi anni. “Proveniamo da un decennio abbastanza monotono, con tassi bassi, poca inflazione e crescita contenuta, in cui gli aspetti da gestire per gli imprenditori erano minori rispetto a quelli degli ultimi tre anni, e avevano un…
DAVOS - Quasi metà degli amministratore delegati italiani ritiene che la sua azienda sarà “economicamente non sostenibile” se in 10 anni non cambia strada. E’ un prezzo delle sfide climatiche e tecnologiche: anche se per manager italiani la sfida più grande è riguarda i cambiamenti regolatori. Quasi due su tre temono questo più di tutto, rispetto al 53% dei capi stranieri.
La trasformazione è, comunque, grande protagonista del 26esimo "Ceo survey" annuale di PwC, che ha sentito 4.410 amministratori delegati di 105 Paesi, di cui 112 italiani. Una fetta del Pil mondiale, che si prepara alla frenata delle economie e prova al contempo a reagire ai tanti “cigni neri” degli ultimi anni. “Proveniamo da un decennio abbastanza monotono, con tassi bassi, poca inflazione e crescita contenuta, in cui gli aspetti da gestire per gli imprenditori erano minori rispetto a quelli degli ultimi tre anni, e avevano un grado di variabilità inferiore - racconta Giovanni Andrea Toselli, presidente e ad di PwC Italia -. Tuttavia, specie nel nostro Paese, riscontriamo un grado di consapevolezza nettamente superiore, sia rispetto al passato sia rispetto alle risposte giunte dall’estero, dove emerge maggiore preoccupazione”. Il dirigente del gruppo di revisione e consulenza legge le risposte in senso ottimistico: e in particolare in Italia, dove “si associa, a una maggiore consapevolezza delle sfide, la maggiore capacità di dedicare il proprio tempo a prendere decisioni strategiche più flessibili, perché al middle management viene delegata la gestione organizzativa con ampio spazio di azione”. Questi due elementi fanno pensare a Toselli che “in Italia le imprese possano superare la presente crisi con più efficacia e possibilità di successo”.
I rischi più temuti
Dopo i rischi regolatori, figli di un contesto in brutale cambiamento, la seconda sfida più temuta dagli ad per la redditività sono le variazioni nella domanda e nelle preferenze dei clienti (56% delle risposte), la carenza di manodopera e competenze (52%) e la transizione a nuove fonti energetiche. Che, tra l’altro, preoccupa gli italiani (49%) molto più dei colleghi stranieri (37%). L’innovazione tecnologica raccoglie un 49% di citazioni, i disservizi alle catene di fornitura il 44%. Quel che Pwc consiglia, qui, è “reimmaginare il posto dell’azienda nel mondo”, per salvaguardarne ruolo e redditività.
Altro ambito cruciale è il cambiamento climatico, che per il 67% degli ad italiani avrà impatti significativi sui costi aziendali già nel 2023 (solo il 50% del campione globale lo crede). Nel notare che appena il 22% degli ad italiani ha sviluppato “una strategia interna per ridurre le emissioni basata sui dati”, Pwc consiglia alle aziende di “scomporre la sfida climatica”, per poter affrontare i singoli problemi su tutta la filiera: ad esempio, considerando anche le emissioni dei clienti che comprano i prodotti aziendali.
Le assuzioni non si fermano
Poi ci sono le “sfide di oggi”, tra resilienza e conservazione della forza lavoro, geopolitica, piani emergenziali e deterioramento della crescita economica globale, che nei prossimi 12 mesi stima un 73% degli interpellati (meno pessimisti gli italiani, al 63%). Stare in trincea ha ovvie ricadute sui costi interni, e sull’occupazione. Il 55% dei manager italiani (contro il 52% globale) ha “già avviato un taglio dei costi”, ma solo il 9% (19% globale) ha bloccato le assunzioni, e solo l’11% (16% globale) ha ridotto i dipendenti. Nel sondaggio Pwc 2008, dopo l’esplosione della crisi finanziaria, “circa il doppio dei manager globali prevedeva riduzioni del personale a breve termine”.
La terza direttrice dello studio è “un’agenda equilibrata” per i capi: il tempo e il capitale investiti nel futuro, la leadership e gli stimoli al cambiamento degli ecosistemi per creare nuove fonti di valore. Qui si notano discrasie italiane, basate su uno stile di management più flessibile. E anche questa, per Pwc, può essere l’attitudine giusta per “guidare il cambiamento partendo dalla sala riunioni”, ossia con più confronto dialettico dentro i cda.