Ferguson: “La globalizzazione non è finita, la Cina resta la fabbrica del mondo”
dal nostro inviato Andrea Greco , dal nostro inviato Andrea GrecoDAVOS - "La globalizzazione cinese non è finita, sta cambiando: per adattarsi alla guerra fredda in corso con gli Usa. Ma la Cina resterà per qualche tempo ancora la fabbrica del mondo, e non sarà certo lei a voler uscire dalla globalizzazione, che da 20 anni porta enormi benefici alla sua classe media. Casomai sono gli americani a voler ridiscutere le regole". Niall Ferguson, storico britannico che insegna alla Stanford University a Davos per analizzare il riassetto del nuovo ordine mondiale, vede le due superpotenze così interconnesse che ha coniato la parola "Chimerica".
Come sta cambiando la globalizzazione in salsa cinese?
"Intanto noto che il commercio tra Cina e Usa non è diminuito, la quota cinese del deficit della bilancia commerciale Usa è scesa di poco, le corporation come Apple hanno ridotto in minima parte la dipendenza dalla Cina: la politica zero Covid ha bloccato le persone, non dei container. Quello c…
DAVOS - "La globalizzazione cinese non è finita, sta cambiando: per adattarsi alla guerra fredda in corso con gli Usa. Ma la Cina resterà per qualche tempo ancora la fabbrica del mondo, e non sarà certo lei a voler uscire dalla globalizzazione, che da 20 anni porta enormi benefici alla sua classe media. Casomai sono gli americani a voler ridiscutere le regole". Niall Ferguson, storico britannico che insegna alla Stanford University a Davos per analizzare il riassetto del nuovo ordine mondiale, vede le due superpotenze così interconnesse che ha coniato la parola "Chimerica".
Come sta cambiando la globalizzazione in salsa cinese?
"Intanto noto che il commercio tra Cina e Usa non è diminuito, la quota cinese del deficit della bilancia commerciale Usa è scesa di poco, le corporation come Apple hanno ridotto in minima parte la dipendenza dalla Cina: la politica zero Covid ha bloccato le persone, non dei container. Quello che cambia è il fatto che tra Usa e Cina c'è una guerra fredda e i due grandi partiti americani chiedono di rendere autoctone le catene di fornitura cinesi. Ma anche qui finora ne vediamo solo una piccola parte, nell'hardware. È molto difficile sostituire la Cina, per questo credo che, anche con un Pil che rallenta e la popolazione che decresce, resterà la prima fabbrica del mondo per un po'".
Il vicepremier Liu-He a Davos ha detto che la Cina vuole restare un'economia aperta, agli investimenti stranieri e al coordinamento con l'Occidente. Come interpreta le sue parole?
"La Cina è forzata a stare nella globalizzazione, la sua classe media ne ha tratto i maggiori benefici, insieme alle élite Usa: mentre la classe media Usa in termini reali nel 2016 aveva le entrate del 1999, per questo ha votato Trump. Anche se, nei fatti, anche lui ha combinato poco su tariffe e dazi, a riprova di quanto sia difficile sciogliere le nozze cinesi. Quel che Liu-He fa è incoraggiare gli investimenti di Wall Street in bond, azioni e società cinesi: così i legami diventeranno inestricabili".
Ce la farà la Cina a restare il fulcro delle catene globali, dopo la decisione del Commercio Usa sui semiconduttori?
"La mossa è aggressiva e importante, traccia una linea: non si potranno più esportare in Cina i chip sofisticati degli Usa. Ma ci sono molte cose entro questa linea: aziende come Tesla continuano a vendere auto in Cina, big pharma continuerà a lavorarci, e così l'alimentare e l'elettronica di consumo. Questo è lo spirito della nuova globalizzazione: la guerra fredda si limita ad alcuni settori strategici, sul resto li business continua".